Un po’ di storia. In principio erano i cpt…

Un po’ di storia. In principio erano i cpt…

24 Agosto 2012 Off Di Redazione

Vicende di un Paese e di un continente che tanto è cambiato e che tanto bisogna cambiare

Difficile affrontare seriamente la questione CIE se non si riflette su come e perché si sia arrivati a istituire in Italia e nell’intera U.E. la detenzione amministrativa, quel meccanismo per cui si può finire in galera senza aver commesso alcun reato. In molti paesi europei, come giustamente scrive Asher Colombo in Fuori controllo? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia , il trattamento differenziato di chi è considerato “straniero” ha una radice che affonda nel diciannovesimo secolo. Il codice penale francese lo prevedeva nel 1810, mentre in Gran Bretagna, l’Alien Act del 1905 riconosceva la leggittimità di strutture di contenimento atte anche ad espellere le persone non gradite. In Germania – e questo dovrebbe far riflettere – una apposita legge si definisce nel 1938, a “beneficio” di ebrei, rom e anarchici: delinquenti in potenza e non in atto. Dopo la seconda guerra mondiale, la memoria dei campi di concentramento limita l’utilizzo di luoghi di privazione della libertà personale: per quanto le ondate migratorie interne non si siano affatto esaurite c’è un po’ di riguardo i più nell’uso di certi strumenti di coercizione.

Negli anni della costruzione dell’U.E., in ogni Paese si predispongono strutture atte a trattenere persone che volessero “entrare” ( richiedenti asilo ecc…) o in attesa di espulsione. E si tratta di centri di detenzione veri e propri. In Europa ne sorgono circa 200. L’Italia li istituisce con la legge 40, il testo unico sull’immigrazione meglio noto come Turco – Napolitano. In tempi brevi ci si rende conto che, per numerose ragioni, questi centri (allora denominati Centri di permanenza temporanea e accoglienza) in cui si restava al massimo per 30 giorni, sono in realtà dei luoghi di detenzione, in gran parte riservati a persone con precedenti penali e a migranti provenienti da paesi con cui esistono accordi di riammissione in virtù dei quali si possono fare rimpatri coattivi. Se ne realizzano sette, in gran parte in caserme dimesse o strutture adibite al ricovero. Solo pochi mesi dopo, a seguito di un tentativo di fuga, 6 trattenuti muoiono nel rogo di una stanza del “Serraino Vulpitta” il centro aperto a Trapani utilizzando parte di un antico ospizio. Un altro ragazzo era già morto in circostanze poco chiare nel centro di Ponte Galeria a Roma. E sono solo i primi di una lunga lista.

Da presto si capisce che troppi sono gli elementi critici: dalla difficoltà a garantire assistenza legale ai trattenuti, alla totale discrezionalità dei trattenimenti, a problemi di ordine sanitario e di elementare rispetto dei diritti umani, fino allo svilupparsi di un vero e proprio business del trattenimento che coinvolge gli enti gestori, sempre privati, con cui le prefetture siglano convenzioni normalmente secretate. I centri diventano presto luogo di rivolta e la loro esistenza diviene simbolo della volontà di respingere le persone indesiderate.

Vengono messi in discussione da una parte della società civile mentre, di contrasto, i messaggi securitari ed allarmistici portano ad aprirne di altri, soprattutto nel centro nord. Con le modifiche introdotte dalla legge Bossi –Fini, i tempi di trattenimento vengono raddoppiati, 60 giorni, nonostante gli stessi funzionari di polizia preposti alle identificazioni affermino che tale proroga difficilmente produrrà effetti in tal senso. Nel frattempo, fra le questioni che cominciano ad entrare anche nel dibattito politico, emerge il regime di opacità che caratterizza l’esistenza dei centri. A parte l’ingresso ai legali nominati e ai parenti negli orari di visita, possono entrare nei centri solo i parlamentari, in alcuni casi viene vietato l’accesso anche ai consiglieri regionali, i rari giornalisti riescono a passare fra le sbarre unicamente spacciandosi per collaboratori dei suddetti parlamentari.

Nel 2003 Medici senza frontiere realizza una inchiesta sui centri, dopo aver ottenuto l’accesso dal ministero dell’Interno ed il risultato è, quanto meno dal punto di vista socio sanitario, drammatico. Ma poco sembra influire tale autorevole rapporto, sul tema sono gran parte delle forze politiche a non voler intervenire. Qualcosa sembra muoversi con il cambio di governo nel 2006. Nel 2007 viene istituita una commissione, presieduta da Staffan De Mistura, che effettua una approfondita indagine nei centri e rileva molte inadeguatezze. Due di questi vengono chiusi tout court. Il rapporto conclusivo della commissione, pur non mettendo in discussione l’esistenza dei centri, dice con chiarezza che squarciare il velo di opacità che ricopre queste strutture è fondamentale. Viene permesso l’accesso ai mezzi di informazione, previa autorizzazione della locale prefettura e in assenza di condizioni emergenziali.

Un altro aspetto che finisce nel frattempo al centro dell’attenzione è quello dei costi e delle modalità di assegnazione degli appalti di gestione. La stessa Corte dei Conti rileva una preoccupante assenza di trasparenza. Il nuovo cambio di governo, del 2008, riacutizza il carattere detentivo dei centri. L’allarme sociale, acuito dagli sbarchi nel meridione e da alcuni fatti di cronaca, porta all’approvazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”: i tempi massimi di trattenimento vengono portati a 180 giorni. Si susseguono, anzi aumentano gli episodi di autolesionismo, i tentativi di suicidio, le rivolte e le fughe per sottrarsi a quello che ormai è divenuto un vero e proprio regime carcerario, privo però delle garanzie e attività che i penitenziari offrono.

Tra l’altro, un fenomeno già presente in nuce emerge finalmente. Nei centri, ora con meno ipocrisia ribattezzati “CIE (Centri di identificazione ed espulsione), finisce una percentuale minima delle persone prive di permesso di soggiorno e intercettate dalle forze dell’ordine. Ci finiscono gli ex detenuti, coloro che hanno precedenti, coloro che provengono da Paesi verso cui è possibile il rimpatrio. Entra nel lessico comune un termine carico di discrezionalità come quello di “pericolosità sociale” definita dai questori. Ma ci finiscono, in condizione di totale promiscuità, anche richiedenti asilo, minorenni, lavoratori sgraditi, persone che hanno perso il diritto al soggiorno. Per i primi si arriva a parlare con preoccupazione di “doppia pena”.

Il governo italiano ad un certo punto decide di accogliere la cosiddetta “direttiva rimpatri” (115 – 2008 U.E.) , ma è un recepimento parziale e solo nelle sue componenti più repressive nei confronti dei migranti. Il tempo massimo di trattenimento viene inutilmente portato a 18 mesi. Nel frattempo, al di là di alcune dichiarazioni, i Cie vengono derubricati dall’agenda politica e, con pochissime eccezioni, anche dai media. Una svolta si determina con la circolare emanata dall’allora ministro dell’Interno Maroni, il 1 aprile 2011 che impone il divieto di accesso ai centri agli operatori dell’informazione considerati come “intralcio”al normale funzionamento dei centri.

Un appello di alcuni giornalisti sensibili al tema, la disponibilità immediata di Fnsi e Ordine dei giornalisti porta alla nascita di “LasciateCIEntrare”, che attraverso alcune giornate di mobilitazione riesce a riaprire la contraddizione di spazi sottratti al controllo democratico. I divieti della “circolare Maroni” vengono rimossi a dicembre dal neo ministro Cancellieri, un piccolo passo in avanti. La campagna rientra rapidamente in un contesto europeo attraverso la rete Open Access Now e porta a rimettere in discussione l’esistenza stessa dei centri. Ci si è domandati, anche negli incontri organizzati in ambito nazionale, se esista una alternativa ai Cie e la sola risposta che ci si è dati è che sì, esiste. Ed è la loro chiusura. Si diceva, all’inizio, che era stata l’Europa ad imporli. Ma oggi sono le stesse direttive di Bruxelles a ribadire che il trattenimento di persone in attesa di essere rimpatriate e lo stesso rimpatrio coatto debbono costituire l’estrema ratio e non la prassi. Le soluzioni esistono: basta decidere se continuare a impiegare risorse per ledere i diritti umani (senza ottenere tra l’altro i risultati annunciati) o aprirsi ad una politica complessa di inclusione da condividere con tutto il continente.

Stefano Galieni