Cosa significa “razzismo istituzionale”?

Cosa significa “razzismo istituzionale”?

11 Settembre 2012 Off Di Redazione

Si parla di razzismo istituzionale quando politiche, norme e prassi amministrative perpetuano, rinforzano o producono la disuguaglianza e il malessere sociale di minoranze svantaggiate. A coniare e diffondere l’espressione institutional racism furono Stokely Carmichael e Charles Hamilton, grazie al loro libro-manifesto Black PowerThe Politics of Liberation in America. Secondo le loro analisi esiste un razzismo individuale che si manifesta quando individui bianchi feriscono o offendono dei neri; si tratta di un razzismo palese, visibile, che «può essere ripreso dalla televisione», e per questo è facilmente riconosciuto e rigettato dalla maggioranza delle persone. Poi vi è un’altra forma di razzismo, quello istituzionale, che «è meno esplicita, più sottile, meno smascherabile attraverso l’identificazione di specifici responsabili; ma non è meno distruttiva dell’altra. Deriva dal meccanismo delle forze costituite e rispettate dalla società e perciò è esposta molto meno della prima alla pubblica condanna».

E per chiarire ancor meglio le due tipologie di razzismo, gli autori forniscono un esempio particolarmente efficace:

«Quando i terroristi bianchi lanciano una bomba in una chiesa negra uccidendo cinque bambine, commettono un atto di razzismo individuale, largamente deplorato da una grandissima parte della società. Ma quando in quella stessa città, Birmingham nell’Alabama, non cinque ma cinquecento bambini negri muoiono ogni anno per mancanza di cibo adeguato, di un tetto e di assistenza medica, mentre migliaia di altri sono maltrattati e distrutti sul piano psichico, emotivo e intellettuale a causa di condizioni di miseria e discriminazione in cui la comunità negra è costretta a vivere, allora si può parlare di razzismo istituzionalizzato».

La pluralità di campi in cui si manifesta la discriminazione e la loro nefasta sinergia danno vita ad un sistema razzista fortificato e dagli effetti dirompenti. Tuttavia la potenza del razzismo istituzionale non corrisponde affatto ad una sua vistosità, la sua forza sta proprio nell’essere difficilmente percepibile e dunque raramente deprecato.

Dopo il periodo del black power statunitense, l’espressione “razzismo istituzionale” tornò ad essere largamente utilizzata in Gran Bretagna in seguito all’inchiesta sull’omicidio di Stephen Lawrence svolta dalla Commissione MacPherson. Stephen, figlio di immigrati giamaicani, aveva 18 anni quando venne ucciso a Londra, il 22 giugno 1993. Il delitto fu compiuto da una banda di giovani bianchi «semplicemente, solamente e inequivocabilmente per razzismo» (MacPherson 1999). L’identificazione dei colpevoli sarebbe dovuta essere molto semplice, poiché il crimine si svolse ad una fermata dell’autobus, davanti a testimoni in un quartiere dove gli abitanti si conoscevano, ma le indagini girarono a vuoto poiché furono svolte con particolare negligenza e supponenza nei confronti dei familiari della vittima.

In seguito alle pressioni dei genitori di Stephen e di un gruppo che li sosteneva, venne aperta un’inchiesta sulle mancanze e i pregiudizi della polizia britannica. La commissione incaricata, presieduta da Murdoch Alexander MacPherson, stabilì non solo che il razzismo istituzionale avesse viziato le indagini poiché molto diffuso tra i membri della polizia del Regno Unito, ma concluse che esso pervadesse «trasversalmente la cultura e le istituzioni di tutta la società britannica». Questa conclusione fece molto discutere i media, gli esperti e la gente comune, e avviò un processo culturale e normativo profondo, sebbene non ancora completato, per debellare e prevenire tale forma di discriminazione.

La definizione di razzismo istituzionale utilizzata dalla commissione MacPherson fu la seguente: “quel complesso di leggi, costumi e pratiche vigenti che sistematicamente riflettono e producono le disuguaglianze nella società. Se conseguenze razziste sono imputabili a leggi, costumi e pratiche istituzionali, l’istituzione è razzista sia se gli individui che mantengono queste pratiche hanno intenzioni razziste, sia se non le hanno. […] [Sono istituzioni razziste] strutture, politiche, processi e pratiche organizzative che, spesso senza intenzione o consapevolezza, determinano che le minoranze etniche siano trattate in modo ingiusto e meno ugualmente”.

Il criterio di identificazione delle istituzioni razziste riguarda quindi gli effetti discriminatori prodotti, non le intenzioni dell’ente o dei suoi funzionari. Ciò significa che per determinare il razzismo di un’istituzione non è necessario che i funzionari abbiano pregiudizi e finalità oppressive o che vi sia un’esplicita ideologia razzista: basta che una certa legge, una politica, una pratica vigente di fatto crei, perpetui o aggravi la disuguaglianza di minoranze etniche, culturali, religiose o nazionali.

Sinonimi e uso

Il razzismo istituzionale viene denominato anche razzismo di Stato a causa del fatto che è perpetuato da organi, agenti e funzionari dello Stato, oppure come razzismo democratico poiché ne sono responsabili non solo i regimi totalitari e dispotici, ma anche gli stati democratici che operano delle deroghe ai principi di uguaglianza e giustizia che li vincolerebbero. Altro nome per lo stesso fenomeno è razzismo sistemico dal momento che, mediato da leggi e istituzioni, riesce a permeare l’intera struttura sociale articolandosi nell’urbanistica delle città e arrivando ad inquinare perfino l’intimo delle sue vittime.

Non è raro infatti il caso di persone vittime di discriminazione che sposano le tesi dei loro oppressori. In questo caso si parla di razzismo interiorizzato, che forse è la più estrema conseguenza del razzismo istituzionale.
L’espressione “razzismo istituzionale” si può intendere in un senso stretto riferendosi a tutti quei casi in cui norme, politiche e prassi istituzionali generatrici di una cronica iniquità danneggiano gruppi identificati in base al criterio della “razza”. Oppure si può utilizzare in un senso più esteso, che è quello maggiormente in uso, indicando un sistema di esclusione e ineguaglianza che discrimina le persone a causa della loro nazionalità, etnia, religione e cultura.

In un senso amplissimo si può parlare di razzismo istituzionale per intendere quella forma di disparità sistemica che colpisce qualsiasi categoria sociale che soffre le conseguenze di una strutturale discriminazione, ad esempio: gli abitanti di scialbe periferie dove i bambini lasciano troppo presto la scuola, dove si fatica a trovare un lavoro appena decente e dove il welfare più efficiente è quello predisposto dalla criminalità organizzata, ma pagato al vergognoso prezzo della collusione e della violenza; disabili e anziani, costretti ad esistere ed agire in un mondo non pensato per includerli, un mondo fuori misura e barricato che ne spreca il talento e ne intralcia il vivere quotidiano; i precari, derubati di sostanze, certezza e serenità, resi così disponibili, sostituibili e senza alcun potere contrattuale; le donne che si trovano in grande copia nei ruoli sociali subalterni o decorativi, ma che sono scandalosamente occasionali sulla ribalta; gli omosessuali, le cui unioni non sono benedette né dagli amministratori delle faccende celesti, né dai legislatori di questa terra.

Clelia Bartoli