Gli schiavi sikh alzano la testa

Gli schiavi sikh alzano la testa

11 Settembre 2012 Off Di Redazione

Marco Omizzolo è un sociologo. Per due mesi ha lavorato come bracciante a fianco dei sikh impiegati in condizioni durissime nelle campagne intorno a Latina e Sabaudia. Ma qualcosa sta cambiando. Questo è il suo racconto.

Sono migliaia i migranti indiani di religione sikh, originari del Punjab, regione nord-occidentale dell’India, impiegati prevalentemente come braccianti nella pianura pontina. I primi sono arrivati a metà circa degli anni Ottanta per insediarsi nelle periferie delle città della costa a più spiccata vocazione agricola, come Sabaudia, Latina, Terracina, Fondi, Formia. Si riconoscono per il turbante, la lunga barba, il pugnale, il bracciale d’acciaio che non si tolgono mai, ossia alcuni dei simboli sacri della loro religione (le cosidette 5k). Il lavoro del bracciante è particolarmente faticoso e le condizioni di lavoro a cui alcuni di loro sono sottoposti rasentano la schiavitù. La loro giornata comincia all’alba, quando prevalentemente in sella alle loro biciclette, con il pericolo costante di essere investiti da qualche automobilista distratto, percorrono le lunghe strade che li condurranno nel campo del “padrone”, dove li attendono almeno dodici ore di lavoro durissimo. Le condizioni meteo non contano. Con la neve, la pioggia o il sole cocente, il migrante deve arrivare in orario e lavorare alle condizioni stabilite.

Se non entri in quei campi tutto questo però non lo vedi. Esiste invece un sottobosco di prepotenze e violenze che merita di essere raccontato. Ce ne è a sufficienza per aprire una nuova stagione di lotta. Come fecero i braccianti pugliesi e lucani, guidati da Giuseppe Di Vittorio e Michele Mancino sul finire del XIX secolo, per vincere le violenze e lo sfruttamento dei grandi latifondisti e affrancarsi da condizioni di povertà assoluta. Il ricordo di quelle battaglie dovrebbe essere il migliore antidoto alle violenze, al razzismo e allo sfruttamento dei padroni (tutti) nei riguardi dei lavoratori (tutti). Ma così non è. O forse la memoria si è persa. Buona parte dei datori di lavoro pontini, che ancora oggi si fanno chiamare dai bracciati sikh “padroni”, discendono dalle famiglie venete e friulane che negli anni
Trenta migrarono da quelle regioni, dove la fame e la miseria erano quotiodiane, per trovare nelle malariche paludi pontine un’occasione di riscatto sociale ed economico.

Alcuni di loro li senti ancora parlare con accento veneto mentre ordinano ai sikh di lavorare qualche ora in più, o mentre comunicano che la paga arriverà in ritardo per via della crisi. E i ritardi si sommano ai ritardi e alla fine arriva una busta paga dove figurano solo dieci o dodici giorni di lavoro mensili a fronte dei ventisette o ventotto effettivamente lavorati. I salari sono nettamente inferiori rispetto a quelli previsti dai relativi contratti. Guadagnano due o tre euro l’ora, i più fortunati arrivano a quattro. Qualcuno è stato pagato anche ottanta centesimi per un’ora di lavoro. Ma c’è molto di più. È capitato di assistere all’allontamento del bracciante e alla perdita del suo salario mensile solo per aver chiesto al “padrone” un paio di giorni di riposo per malattia. Alcuni migranti sono stati trovati in catene, altri vengono derubati del misero salario da delinquenti italiani che li attendono di sera sul ciglio delle lunghe migliare pontine.

Un lavoratore indiano è stato seguito da un’auto e aggredito senza una ragione apparente mentre un altro, tornando dal lavoro in bicicletta, è stato avvicinato da alcuni balordi in auto che gli hanno gettato addosso una tanica di benzina con l’intento evidente di dargli fuoco. È evidente un’emergenza sociale e umanitaria diffusa e non affrontata in modo adeguato quando vedi i sikh lavorare in campagna, sotto un sole rovente, a raccogliere ortaggi per ore, quando ti dicono che il padrone concede loro solo due pause di venti minuti per bere e una di un’ora come pausa pranzo, salvo poi ricominciare senza più soste o quando ad alcuni viene imposto, quando il padrone si rivolge loro, di fare due passi indietro e di guardare in terra in segno di sottomissione. E li vedi piangere a volte. Proprio durante l’ora di pausa, quando si appartano e dedicano dieci minuti del loro tempo per parlare al cellulare con la moglie e i figli in Punjab, ai quali hanno promesso un futuro migliore. Senti allora la rabbia salire. Ti domandi che valore abbia dinnanzi a tutto questo lo spread, il Pil, le grandi teorie economiche e le discettazioni di politicanti e banchieri quando a pochi passi dai nostri centri abitati, nelle nostre campagne, un esercito di uomini viene sfruttato e maltrattato.

Rispetto a tutto questo c’è una responsabilità che riguarda non solo il mondo dell’impresa ma un’intera classe dirigente, locale e nazionale, che rispetto al tema è sempre risultata pigra, inefficace, arretrata. All’amministrazione comunale di Sabaudia fu chiesto di istituire la Consulta dei migranti e il consigliere comunale esterno per meglio rappresentare pubblicamente e politicamente le istanze delle diverse comunità migranti residenti. Ma hanno votato contro. Hanno ritenuto eccessivo dare tanta visibilità ai migranti. In fondo si tratta di uomini barbuti che non conoscono neanche bene l’italiano; braccianti e basta. Neanche la recente visita del ministro Riccardi ha cambiato qualcosa. D’altrocanto non può essere la passeggiata di un ministro a cambiare questo stato di cose. Servirebbero politiche finalmente moderne e civili, controlli, studi qualificati. Invece siamo ancora alle passerelle e a frasi di circostanza.

Ricordando proprio gli esempi nobili di Di Vittorio e Mancino, e di molti altri uomini e donne, urge quanto prima aprire una nuova stagione politica e di lotta, per riaffermare diritti dell’uomo e del lavoro, veri pilastri su cui si erge la civiltà di un popolo, calpestati o annichiliti dalla prepotenza di un capitale non governato, arrogante e arretrato, fatto passare per le mentite spoglie di un progresso inarrestabile. Qualcosa però in questa direzione si muove. Non per merito delle istituzioni ma grazie ad una rinnovata consapevolezza che sta facendo breccia nella coscienza di alcuni braccianti sikh. Per la prima volta alcuni di loro si sono ribellati. Una notizia quasi inaspettata che rilancia la speranza. Dopo vari mesi in cui non ricevevano lo stipendio, grazie all’ausilio fondamentale di Legambiente e della Flai-Cgil di Latina, è iniziata una vertenza che ha visto un piccolo presidio fuori la sede di una delle cooperative agricole pontine protagoniste del sistema criminale di sfruttamento che caratterizza una parte ancora troppo grande della provincia di Latina. Un inizio di lotta per rivendicare diritti, salari, condizioni di vita migliori, che si è concluso con il riconoscimento di tutti gli arretrati, dimostrando ai “padroni” italiani che esiste un’umanità ancora resistente, che è capace di indignarsi, unirsi, emanciparsi, lottare, pretendere il rispetto dei propri diritti. Di Vittorio e Mancino sarebbero orgogliosi di questi sikh e ci inviterebbero a continuare con loro la lotta. Oggi quei migranti sanno che possono ottenere il rispetto dei loro diritti e che hanno pari dignità dei loro colleghi italiani. La strada verso un mondo senza più ingiustizie è ancora lunga ma si è iniziato a percorrerla anche nelle campagne pontine. Una scintilla che potrebbe portare diverse migliaia di persone ad un riscatto sociale senza precedenti nella storia della provincia di Latina.

Marco Omizzolo