Unhcr: «Non sappiamo ancora cosa accadrà»

Unhcr: «Non sappiamo ancora cosa accadrà»

11 Settembre 2012 Off Di Redazione

L’emergenza Nord Africa finisce a San Silvestro. Cosa accadrà dopo? E cosa è successo prima? Ne parliamo con Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).

«Per capire la situazione odierna bisogna partire dalla cosiddetta “emergenza Nord Africa” del 2011. Sono arrivati, in gran parte a Lampedusa, persone provenienti da diversi contesti. Quelli che sono giunti dalla Tunisia, circa 28 mila, erano soprattutto ragazzi intenzionati a raggiungere parenti in Francia, Germania e paesi limitrofi. Si è trattato di un’emigrazione di forte carattere economico. Molti di coloro che partivano erano impiegati nel turismo e in altri comparti dell’economia che con la Rivoluzione dei Gelsomini si erano ritrovati inevitabilmente in crisi. In 28 mila circa sono giunti anche dalla Libia, si è trattato soprattutto di lavoratori emigrati in quel paese e provenienti da altri contesti africani o asiatici e di richiedenti asilo. C’erano gruppi familiari a cui bisognava fornire un altro tipo di risposta e le cui esigenze andavano valutate con un’ottica diversa. Tutti sono stati avviati alla procedura d’asilo anziché mettere in piedi piani diversificati che prevedessero, oltre alla domanda d’asilo , o una forma di protezione umanitaria, o permessi di soggiorno temporaneo, o forme di rimpatrio ovviamente volontario e assistito. In quella stagione si è acceso un dibattito pubblico molto forte. Dall’allora governo si è parlato a sproposito di “tsunami umano” e di “esodo biblico”. Ma sono i numeri a parlare: dalla Libia sono fuggite 1 milione 300 mila persone, in Italia ne sono giunte 28 mila. Un’inezia. Però quel tipo di dibattito ha fatto sì che prevalesse la paura e che, nell’opinione pubblica scattassero pochi meccanismi di solidarietà invece molto utili in questi casi. In Italia si e’ parlato di emergenza, ma la vera emergenza era in Tunisia, in Egitto, in Libia E nel Mediterraneo dove sono morte centinaia di persone. Non certo in Italia dove le risorse per gestire quanto accadeva c’erano e ci sono. Quest’anno la situazione è diversa, dal nord Africa finora sono arrivate circa 8mila persone, di cui 2650 dalla Libia e 1800 dalla Tunisia. Una riduzione drastica, ma che non si traduce sempre nel fatto che le cose per i rifugiati vadano meglio nei paesi di transito, specialmente nel caso della Libia».

E il 31 dicembre scadono i fondi per l’emergenza. Cosa accadrà?
«Ad oggi non lo sappiamo e siamo molto preoccupati. Mancano segnali dalla parte delle autorità nonostante abbiamo più volte fatto presente al ministero dell’interno la situazione. Si tratta di capire che fine faranno circa 21 mila persone ospitate nei centri aperti a seguito dell’ “emergenza nord Africa”, di coloro che sono nei Centri Di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA), nel centro di accoglienza di Mineo. In totale circa 27 mila persone che rischiano di uscire dal sistema di accoglienza a fine anno e di trovarsi in mezzo ad una strada. Sappiamo che c’è una forte preoccupazione anche da parte dei Comuni che ospitano persone e degli enti gestori che provvedono ai servizi. Nessuno sembra sapere cosa fare e c’è il rischio che si creino tensioni sociali. Se non si definirà una strategia di uscita le persone ospitate faranno resistenza ad andarsene».

Con il nuovo governo sono cambiati i rapporti rispetto al passato?
«I temi di cui ci occupiamo non sembrano al top delle priorità dell’esecutivo. Del resto ha altre cose su cui concentrare attenzione. Certo si avverte una discontinuità culturale anche nel linguaggio. C’è maggior rispetto e c’è anche un ministero che si occupa d’integrazione. Ma le misure prese in precedenza, come “il pacchetto sicurezza” non sono state modificate. Avvertiamo la necessità di un maggior investimento in materia d’inclusione e registriamo condizioni di estremo disagio e a volte di degrado dei rifugiati su cui occorre intervenire».

Soprattutto nelle grandi città si percepisce un sostanziale fallimento delle politiche di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo, tanto nelle strutture predisposte quanto in quelle “informali”.
«Per quanto riguarda i luoghi di accoglienza resi disponibili per l’ “emergenza nord Africa” si può dire che c’è stato poco monitoraggio rispetto all’utilizzo delle risorse. Noi siamo stati chiamati lo scorso anno a far parte del Gruppo Monitoraggio e Assistenza (Gma), insieme all’Anci, all’Upi, alla Conferenza delle Regioni e all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Ci hanno coinvolto fino al settembre scorso. L’alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha poi formulato delle raccomandazioni che ha consegnato al Ministero dell’Interno e a Protezione Civile, evidenziando le criticità del sistema tra cui un insufficiente coordinamento istituzionale, specialmente rispetto ai comuni. Abbiamo ravvisato anche che in alcune strutture le condizioni di accoglienza erano al di sotto degli standard garantiti nei Cara . I richiedenti asilo sono stati alloggiati anche in b&b fatiscenti dove non vi erano operatori che parlavano la lingua degli ospiti, e i servizi previsti dalla convenzione non venivano erogati, incluso l’assistenza legale e quella psicologica. Insomma tutto, come al solito, è stato realizzato in maniera emergenziale, e sono mancate le fasi successive. L’idea della distribuzione regionale dei richiedenti asilo era buona e condivisibile, ma è mancato il passaggio successivo del monitoraggio per evidenziare sia le disfunzioni che le buone pratiche. Occorreva che la “cabina di regia” prevista a livello regionale venisse attuata, mentre solo sporadicamente ciò è avvenuto. La protezione civile ha garantito la risposta emergenziale –trasporto e alloggio- ma questo non poteva essere sufficiente. Ci auguriamo che dal governo giunga prima possibile una risposta a questa situazione che altrimenti potrebbe diventare molto problematica ».

L’elemento che lascia più interdetti nel frequentare gli spazi destinati a rifugiati e richiedenti asilo è che sembra che non ci si prefigga il compito di rendere gli asilanti autonomi e in grado di provvedere a se stessi.
«Ogni anno non si mette mai a sistema il lavoro svolto. Ogni anno non si ragiona o si fa tesoro della pratica acquisita. Manca una strutturazione della prima accoglienza e dell’avvio all’autonomia e all’integrazione. Dopo la prima fase, le persone vengono lasciate al loro destino, senza dare strumenti adeguati per intraprendere un percorso di inserimento e cosi si ingrossano le file della marginalità. Bisognerebbe ragionare su questo tema in termini d’investimento a medio e lungo termine».

Oggi la vera emergenza sembra concentrarsi in Siria, quanto ci coinvolge?
«A livello umanitario la situazione è sempre più pesante soprattutto per i civili. Le persone, le famiglie intere, scappano in quanto oggetti di violenza. I bombardamenti riguardano soprattutto i centri abitati, la classe media, le persone abituate a vivere come noi, con gli stessi servizi e la stessa routine, costretti quindi a fuggire dalle proprie case sotto le bombe. sono almeno 1 milione e mezzo gli sfollati interni, che si spostano da città a città all’interno della Siria. Nei paesi confinanti sono ormai in 294 mila le persone che hanno trovato una via di fuga. ad agosto il ritmo è stato di 3mila persone al giorno. Persone che si sono ritrovate in un deserto, sotto una tenda, in mezzo a scorpioni e serpenti e che non sono in grado di reggere simili difficoltà. Tutto rischia di aggravarsi con il sopraggiungere del freddo. Finora di questo dramma si sono fatti carico solo i paesi confinanti (80 mila in Libano, 87 mila in Turchia, 95 mila in Giordania, 30mila in Iraq) che da soli non ce la possono fare. Emblematica la situazione irachena. Da anni la Siria ospita rifugiati iracheni, oggi c’è un forte flusso in senso inverso. Gli iracheni sono costretti a fare marcia indietro e i siriani a chiedere asilo in Iraq. In Italia finora sono arrivati pochissimi siriani, solo 370, nulla se si pensa alle dimensioni del conflitto. Non bisogna certamente creare ulteriori allarmismi ma se i paesi europei, i paesi donatori, non si impegneranno seriamente a stanziare risorse, ci sarà anche chi tenterà di arrivare in Europa. Ognuno di noi lo farebbe, se e’ a rischio la propria la propria sopravvivenza e quella dei propri cari. Finora gli aiuti erogati sono stati di gran lunga inferiori rispetto alle necessità tanto che, come Unhcr, abbiamo chiesto anche a privati e aziende di provvedere anche con una cifra minima – 12 euro – per acquistare cibo terapeutico. Ma poi, se la crisi in Siria dovesse peggiorare, sarebbe bene che anche in Italia, una volta tanto in tempo, si apprestasse un piano di accoglienza per non ritrovarci, ancora una volta in “emergenza”.