Sanatoria flop

Sanatoria flop

10 Ottobre 2012 Off Di Redazione

Mentre scriviamo questo articolo, mancano poche ore alla conclusione della sanatoria (le domande si possono presentare entro la giornata del 15 Ottobre). Ma è già tempo di bilanci, e per il governo il rendiconto si presenta assai magro: alla giornata di venerdì, risultavano inviati al Ministero poco più di 100.000 moduli, per la precisione, 106.194 (a sanatatoria chiusa sono risultati 134.576).

Un vero e proprio flop, da qualunque punto di vista lo si analizzi. Le domande del 2012 sono circa un terzo di quelle della regolarizzazione del 2009 (295.112), poco più di un settimo di quelle relative alla sanatoria del 2002 (701.906), e circa un quarto di quelle dell’ultimo decreto flussi (411.117).
Il fallimento è evidente anche se si considerano le stime della presenza irregolare. Secondo una recente indagine dell’European Migration Network, gli irregolari in Italia sarebbero circa mezzo milione: se questa cifra fosse realistica – ed è noto che dati del genere sono approssimati per difetto – solo un quinto dei potenziali beneficiari della “sanatoria” sarebbe riuscito a presentare la domanda.

Certo, è probabile che nella giornata di lunedì si registri una piccola “impennata”: ritardatari e indecisi potrebbero fare la differenza, e il numero di domande potrebbe crescere anche in misura rilevante. E’ difficile però che si inverta la tendenza di fondo: per la prima volta negli ultimi venti anni, una “sanatoria” per immigrati irregolari si rivela un fallimento.

Le ragioni del flop
Come spiegare tutto questo? Certo, un ruolo può averlo giocato la crisi economica: le aziende chiudono, i lavoratori vengono mandati a casa, e anche i settori che impiegano manodopera irregolare sono in sofferenza. La legge era pensata proprio per mettere in regola i lavoratori, coloro che erano impiegati “al nero” presso aziende o famiglie: gli immigrati irregolari disoccupati non potevano invece accedere alla procedura.

E tuttavia, la crisi non basta a spiegare quel che è successo. Perché un ruolo decisivo è stato giocato dai requisiti irrealistici previsti dalla legge. Come abbiamo scritto su questo stesso giornale, la sanatoria era riservata a datori di lavoro molto ricchi e molto generosi. Ricchi, perché per poter fare domanda era necessario disporre di redditi relativamente alti (dai 20 ai 30.000 euro annui a seconda dei casi). Generosi, perché l’accesso alla procedura aveva costi proibitivi: tra “contributo forfetario” (le famose 1.000 euro), arretrati dovuti all’Inps, oneri fiscali e trattenute, la cifra minima per poter regolarizzare un lavoratore si aggirava sulle 2-3mila euro.

Non solo. Ai lavoratori veniva richiesto un requisito impossibile: loro, i “clandestini” – quelli che per definizione si nascondono allo sguardo di polizie ed enti pubblici – dovevano esibire una “prova” della loro presenza in Italia, certificata nientemeno che… da un ente pubblico. Per poter fare domanda, bisognava dunque essere così “fortunati” da aver avuto una precedente espulsione, o un ricovero ospedaliero.
Solo all’ultimo tuffo, un “provvidenziale” parere dell’Avvocatura dello Stato aveva allargato un po’ le maglie, riconoscendo come “prove” anche le schede sim dei cellulari, o gli abbonamenti ai mezzi pubblici. Troppo tardi e troppo poco.

Servono norme realistiche
La vicenda della sanatoria 2012 è in questo senso emblematica. Da tempo le normative sull’immigrazione chiedono requisiti impossibili. Per entrare in Italia, l’aspirante lavoratore straniero deve disporre, prima ancora della sua partenza, di un datore di lavoro che effettui una vera e propria “assunzione a distanza” in suo favore. E quale datore deciderà di assumere una persona mai vista, che abita a migliaia di chilometri?
Per poter richiedere un “ricongiungimento familiare” – cioè per chiamare in Italia un proprio parente – l’immigrato deve disporre di un “alloggio idoneo”, cioè abbastanza grande, non sovraffollato e conforme alle normative igienico-sanitarie: un requisito che spesso nemmeno i lavoratori italiani sono in grado di soddisfare…

L’elenco potrebbe continuare a lungo: per entrare in Italia, avere un permesso di soggiorno, chiamare un parente o rinnovare i documenti, gli immigrati sono costretti ad esibire requisiti improbabili, irrazionali, spesso impossibili o contraddittori. La sanatoria 2012 non è che l’ultimo esempio di questi meccanismi di “burocrazia infernale”: la speranza è che proprio il suo clamoroso fallimento spinga i decisori politici ad un ripensamento complessivo delle politiche migratorie.

Servirebbero meccanismi ragionevoli e aderenti alla realtà: una “sanatoria”, per esempio, dovrebbe servire a mettere in regola chi lavora, non chi ha la fortuna di avere un datore “ricco e generoso”, o chi per puro caso si è dovuto ricoverare in ospedale nell’anno 2011…

Qualche interrogativo: come cambia l’immigrazione in Italia?
In mezzo a questo caos, spiccano alcuni dati che meriterebbero un’analisi più approfondita. Ci si riferisce qui, in particolare, alle nazionalità dei lavoratori per cui sono state presentate le domande: scorrendo la “graduatoria” delle prime dieci, si hanno infatti diverse conferme e qualche sorpresa.

Al primo posto – con circa 13.000 domande – ci sono i lavoratori provenienti dal Marocco: un flusso migratorio da sempre importante per l’Italia, che non si è mai esaurito e che si dimostra ancora molto attivo. L’Ucraina, da almeno un decennio luogo di origine di molte lavoratrici domestiche, occupa il terzo posto, con più di 10.000 domande.

Ma in cima alla graduatoria troviamo anche nazionalità relativamente “nuove”: Bangladesh, Egitto, Pakistan. I numeri sono modesti, ed è difficile trarre conclusioni certe da questi dati: ma la prima impressione è che qualcosa stia cambiando nella composizione dei flussi diretti verso il nostro paese. Le “grandi migrazioni” – le decine di migliaia di cittadini rumeni arrivati all’inizio del nuovo millennio, o il rilevante flusso di lavoratori albanesi negli anni novanta – sembrano lasciare il posto a fenomeni più contenuti sul piano numerico, ma che modificano la realtà dell’immigrazione nel nostro paese. Staremo a vedere.