Dire ti amo in serbocroato

Dire ti amo in serbocroato

12 Novembre 2012 Off Di Redazione

Che vuol dire innamorarsi  in un idioma diverso da quello  imparato da bambini?  Intervista all’autrice de La lingua di Ana, una delle più interessanti scrittrici di “seconda generazione”.

A 14 anni Ana lascia la Moldova e viene in Italia, dove la madre lavora da anni come badante. La gioia di ritrovarla si stempera presto in un drammatico senso di spaesamento, dovuto sia alla difficoltà di comunicare, sia al terrore di abbandonare, insieme alla propria lingua, anche l’identità. «Tutto risuonava nel mio cervello e si sgretolava; ogni frase si scomponeva in parole, che diventavano suoni, poi lettere e la mente arrivava sempre sul precipizio, oltre il quale o c’era la follia o la totale conoscenza»: l’angoscia di questa adolescente è perfettamente descritta in La lingua di Ana (Infinito, euro 14) dalla 32enne Elvira Mujčić, nata in Serbia, cresciuta in Bosnia e arrivata in Italia nei primi anni 90, durante la guerra dei Balcani, con la madre e i fratelli.

Quanto ha in comune con la tua storia quella di Ana?
«Per scriverla mi sono ricordata di com’è stata, per me, l’esperienza di traghettarmi da una lingua all’altra durante i primi otto, nove mesi di vita in Italia. Ma mentre Ana è ostinata, non vuole integrarsi e lotta per rimanere nella sua identità, io invece volevo integrarmi velocemente…»

«Allora non lo sapevo ancora, ma l’italiano sarebbe diventata la lingua della razionalità, del ragionamento, e solo rare volte sarebbe stata quella dell’emozione», dice Ana. Ogni lingua esprime una sola parte di noi?
«La scissione non è netta, specie dopo che vivi per tanto tempo in un posto. Per me l’italiano, all’inizio, era un esercizio di dialettica, non lo “sentivo” e ancora adesso alcune parole non le “sento”. Però molte mie esperienze affettive sono legate all’Italia e sarebbe ridicolo tradurle nella mia lingua madre: per esempio, non mi sono mai innamorata in serbocroato, solo in italiano. D’altra parte, molte amiche italiane mi dicono di non aver mai detto “ti amo”, mentre io lo dico spesso… ma in serbocroato non so se lo dirò mai! Perché nella mia lingua madre quelle parole hanno un significato assoluto. Le parole sono legate alle esperienze: la lingua madre è potente perché è quella che abbiamo usato per dare un nome a esperienze che abbiamo fatto prima ancora di usare la parola, e questo legame viscerale rimane. La nuova lingua, invece, è quella in cui traduciamo l’esperienza. Mi fa sorridere questa cosa degli immigrati: anche quando parlano nella propria lingua, dicono “permesso di soggiorno” o “questura” in italiano. Perché in senegalese o in serbocroato non hanno fatto esperienza di queste cose. E perché “permesso di soggiorno” in italiano ha una valenza emotiva maggiore. Per me, scrivere in italiano significa anche poter andare a fondo di sentimenti dolorosi senza perdermici: perché tra me e la lingua c’è comunque una distanza».

Perché hai scritto questo libro?
«Perché volevo riflettere su questi temi. Che cosa succede quando un immigrato come mia madre, arrivata in Italia da adulta, si mette a parlare in una lingua mista, senza essere più in grado di esprimersi totalmente né nella propria (che man mano dimentica), né nella nuova (che non conosce a fondo)? Dove finiscono, così, le sfumature di una persona? È un’esperienza che si prova anche quando si va all’estero per qualche mese, perché il problema linguistico è identitario. Ti tolgono lo strumento più forte che hai, la lingua, e non sai più chi sei. Io per un periodo ho perso il serbocroato, non l’ho più voluto parlare: conoscerlo non mi sembrava un valore e poi mi vergognavo del mio accento. Ci sono francesi o americani che non perdono mai l’accento perché non se ne vergognano, dato che i loro sono paesi di cultura dominante. Ma in generale, se sei un ragazzino straniero, non vedi l’ora di liberarti del tuo accento perché ti pare un difetto».

Quand’è che il fatto di avere due lingue (e due culture) smette di essere privazione e diventa arricchimento?
«Quando capisci che l’idea che dobbiamo essere “semplici” è falsa e che avere un’identità complessa è una ricchezza. Ma siccome è un cambiamento difficile da affrontare, all’inizio vedi solo l’impoverimento. Per me è stato fondamentale, durante l’adolescenza, rendermi conto che in italiano potevo essere una nuova persona ed esprimermi mettendo una distanza tra me e la nostalgia. Quando il nuovo si mescola con il vecchio, quando entrambe le lingue iniziano a far parte di te e capisci che puoi coltivarle entrambe, allora ti accorgi che sei più ricco».

Ana trova aiuto nella poesia: è stato così anche per te?
«Sì: la poesia è come la musica, ne apprezzi il ritmo anche se non capisci le parole. Io leggevo Montale prima di parlare bene l’italiano, mi piaceva il suono della lingua… il mio prof delle medie non se ne capacitava!»

Che riscontri hai avuto da parte di altri immigrati, sul tuo libro?
«La soddisfazione più grande è quando vado nelle scuole e mi capita di incontrare ragazze che provano esattamente quello che prova Ana e che, dopo aver letto il libro, trovano il coraggio di alzarsi in piedi e raccontare la propria storia. Senza vergognarsi più».

Gabriella Grasso