L’arcobaleno di Rebecca

L’arcobaleno di Rebecca

11 Novembre 2012 Off Di Redazione

L’arte può cambiarti la vita: anche se abiti in un campo rom. Parola di una giovane pittrice, Rebecca Covaciu.

A giudicare dall’accoglienza che riceve quando presenta il suo libro e dai nomi delle persone che lo presentano con lei (Lella Costa, Lorella Zanardo, Don Gino Rigoldi…), si direbbe che fa più per la cultura rom questa ragazzina di 16 anni che un qualunque giornalista, scrittore, antropologo. Rebecca Covaciu è nata in Romania, ha vissuto in Sud America e in Spagna, poi con la famiglia è approdata a Milano, dove per anni ha dormito dove capitava: in una baracca, all’aperto. Quando si è presentata al liceo artistico Boccioni per iscriversi, ha portato con sé un quaderno pieno di disegni colorati, ognuno dei quali accompagnato da qualche parola: il suo diario. Lo ha consegnato al preside e ora questo piccolo capolavoro è stato pubblicato, accompagnato da un testo che racconta la sua vita: si intitola L’arcobaleno di Rebecca (UR editore, euro 11,70, sito: www.rebeccacovaciu.it).
Rebecca dipinge e vende i suoi lavori sui Navigli, studia, va a parlare nelle scuole, rilascia interviste ai media. Parla con la saggezza di un’adulta, sorride con la spontaneità una bambina.

Che effetto ti fa essere intervistata, applaudita…
«Sono molto felice, perché finalmente una ragazza rom riesce a parlare della propria culura, a dire che anche noi siamo esseri umani. Essere applaudita mi fa sentire al cuore un’emozione positiva. Anche i miei genitori sono contenti: loro non hanno studiato e sono molto fieri di me».

Com’è il tuo rapporto con i compagni di scuola?
«Alle medie è stata dura perché non mi hanno accolto bene, dicevano che ero una zingara e rubavo. Io mi sentivo male, mi chiedevo: perché devo essere discriminata perché sono nata così? Ma adesso al liceo artistico va bene, perché tutti gli artisti hanno una parte buona nel cuore… ».

Come descriveresti i tuoi coetanei italiani?
«Sono aperti, semplici… in Romania già a 14 anni i ragazzi hanno una mentalità quasi da adulti, pensano a lavorare. Qui fanno una vita più ricca, sono puliti, hanno vestiti di marca, l’iPod…».

Cosa rispondi quando ti chiedono di dove sei?
«A volte dico che vengo dalla Romania, perché è più facile che dire di essere rom… I rom non hanno stabilità, non hanno una terra. Però io mi sento una rom di Romania».

Come ti piacerebbe che cambiasse l’atteggiamento degli italiani nei confronti del tuo popolo?
«Vorrei che fossero più pazienti, specie nei confronti dei bambini. Che comunicassero con loro, prima di giudicare».

Molti pensano che ai rom non piaccia abitare nelle case.
«Non è così: chi li vede nelle baracche crede che vogliano stare lì. Ma la verità è che arrivano dalla Romania, dalla Spagna, non hanno un soldo in tasca, e dove posso andare? Sarebbe diverso se la legge prevedesse l’assegnazione di una casa. Noi in Romania ne avevamo una, ma a Milano abbiamo sempre abitato nelle baracche. Da poco, abbiamo una casa: ma mancano le finestre, il riscaldamento, le piastrelle per terra. Non è facile viverci, ma sono contenta che Dio ci abbia dato un tetto sulla testa, per non provare più la pioggia e il freddo».

Un tempo chiedevi anche tu l’elemosina…
«Chiedere aiuto ti fa vergognare: all’inizio è difficile, poi ti ci abitui. Spesso, però, non ti aiuta nessuno. E a volte ti gridano: “Vai a lavorare, non ti vergogni?” e in quel momento tu non sai cosa dire, perché hai bisogno e sei obbligato fare l’elemosina. A me spiace in particolare per quelli che fanno l’elemosina perché non hanno le gambe… al posto di dargli una moneta, sarebbe bello che qualcuno gli desse una casa, che ci fosse un posto dove potessero vivere: gli servirebbe anche ad aprire la mente, perché loro pensano che l’unica possibilità che hanno è la strada».

Tu come l’hai aperta la tua mente?
«Con la fede in Dio e nel Vangelo. Da noi non vieni battezzato da piccolo: quando sei adulto sei libero di scegliere la tua religione. Io ho scelto quella Evangelica Pentecostale».

Parliamo di pittura: cosa rappresenta per te?
«La mia arte è semplice come una preghiera. I colori sono importanti per mostrare la tristezza e la felicità: quando uso quelli scuri significa che sono triste, quelli chiari esprimono gioia. Quando dipingo è come se entrassi dentro al quadro, penso a delle cose felici e vorrei che quello che disegno succedesse nella realtà. Mi sento più rilassata».

Cosa pensano i tuoi amici rom di quello che ti sta accadendo?
«Di miei coetanei, a Milano, ne sono rimasti pochi: sono tutti partiti perché non avevano un posto dove dormire. Ma i ragazzi più grandi che vivono ancora qui sono contenti che io parli della nostra cultura. Nel nostro cortile, poi, ci sono tanti africani e quando mi hanno visto al Tg3 mi hanno detto: “Brava che hai parlato di tutti gli stranieri!”. Quasi piangevano dalla gioia. E questo mi ha reso felice».

Gabriella Grasso

Foto di Anita Piroddi