Un anno dopo, chi si ricorda di Moustapha?

Un anno dopo, chi si ricorda di Moustapha?

11 Novembre 2012 Off Di Redazione

Fervono i preparativi per le commemorazioni dei morti, ma cosa ne è stato dei tre feriti? Le promesse sono state rispettate?

Firenze si prepara a ricordare la strage del 13 dicembre. E’ prevista un’intera giornata di commemorazione dedicata alle vittime. La mattina verrà organizzato un convegno, nel pomeriggio ci sarà un presidio nell’ormai tristemente famosa piazza Dalmazia. Chiuderà la giornata un grande concerto, che si terrà la sera al MandelaForum, dove è prevista anche la presenza dell’artista senegalese Youssou Ndour. Ma le stesse istituzioni, che si stanno impegnando nell’organizzazione di questa celebrazione, quanto, in tutto questo tempo, si sono ricordate di Moustopha Dieng? Nella strage che l’estremista di destra Gianluca Casseri, mise in atto nei due mercati fiorentini e dove trovarono la morte Samb Modou e Diop Mor, rimasero feriti anche Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike. Mentre Mor e Cheinke sono stati dimessi e stanno cercando di recuperare una vita normale, Moustapha da quel giorno sciagurato è fermo in un letto all’ospedale di Careggi.  Abbiamo intervistato Mercedes Frias, attiva da anni nella lotta per i diritti dei migranti, che assieme alla comunità senegalese, in quest’ultimo anno, si è impegnata per aiutare i tre ragazzi rimasti feriti.

Come sta adesso Moustapha?
«E’ bloccato al letto di un reparto specialistico dell’unità spinale di Careggi, dal mezzogiorno di quel 13 dicembre, in cui il razzismo di stampo fascista ha sfoggiato la sua manifestazione più feroce. Il proiettile gli è penetrato dalla gola e ha continuato fino alla spina dorsale. Moustapha ha dunque esofago, trachea e colonna vertebrale definitivamente e gravemente lesionati. Da poco ha iniziato lentamente a deglutire, lentamente dalle sue corde vocali inizia ad uscire qualche flebile suono. Non sempre riesce a respirare in autonomia. I movimenti delle sue mani sono ancora limitati e incerti e non potrà più camminare. Questo è il suo corpo, la sua vita: non c’è niente di simbolico».

Per quanto tempo dovrà rimanere in ospedale ancora?
«Le sue dimissioni sono molto lontane e dovrà comunque rimanere per anni in una struttura specializzata. In Italia Moustapha ha solo un fratello, vive in provincia di Pisa, fa il venditore ambulante e può recarsi in ospedale una volta a settimana. Di lui si occupa Madiagne Ba, un senegalese di Firenze, che pur non conoscendo Moustapha prima della strage, va a trovarlo tutti i giorni. E’ divenuto una presenza così importante da essere considerato il punto di riferimento anche per i medici».

Come stanno gli altri due feriti?
«Sougou Mor è a casa e cerca di curarsi quelle cinque ferite alle braccia che si è procurato per parare gli spari. Mbenghe Cheike, anche lui colpito nella seconda tappa della spedizione, vive in casa con la moglie e un figlio a Firenze e sta meglio. Entrambi sono stati dimessi alcuni mesi fa. Le ferite ai loro corpi vanno guarendo. Quelle alla loro umanità, al loro essere uomini, sono profonde e richiedono molto tempo per guarire».

Ci sono stati dei risarcimenti per i feriti?
«I soldi che hanno avuto fino ad oggi sono venuti dalla buona volontà della gente. La Provincia di Pistoia forse ha dato qualcosa. Nessun indennizzo al momento, nonostante il decreto legislativo del 2007 che recepisce  la direttiva sull’indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti».

C’è stata solidarietà intorno alle vittime di questa brutta vicenda?
«Della sorte dei feriti la cittadinanza non sa niente. Invece abbiamo assistito ad un proliferare di iniziative pietistiche in nome delle vittime e di un uso strumentale della loro sofferenza. Queste iniziative di fatto sono costruite con modalità e contenuti che ignorano le cause della spedizione razzista di dicembre. Ignorando le causa, si sorvola sulle condizioni delle vittime e dei loro familiari, rendendoli doppiamente vittime. Il megaevento con il quale il Comune di Firenze commemora la strage che aveva derubricato a “fatto isolato compiuto da un folle”; i tornei di calcio per le vittime, la miriade di progetti e progettini nei luoghi di provenienza delle vittime, organizzati da Enti Locali e associazioni, hanno qualche relazione con i fatti, le sue cause e le eventuali misure di contrasto e prevenzione?».

Queste iniziative non servono a nulla dal punto di vista della lotta al razzismo?
«Come stanno insieme la morte per razzismo e i progetti nei “villaggi” di origine delle vittime? Come stanno insieme le sofferenze quotidiane e le fatiche burocratiche dei feriti e dei loro familiari con le pompose commemorazione istituzionali? Quante di queste iniziative guarda in faccia chi è stato oggetto di tanta violenza? Chi e quali strumenti si adopera per rimuovere le cause della devastazione culturale e politica che ha reso possibile che tali fatti succedessero? Nella retorica della “comunità”, riferita ai migranti su basi nazionali, nascono e si sviluppano pratiche che rimandano alla primitività e che rendono possibile l’assenza di coerenza fra fatti e proposte, che tendono a perpetuare la disuguaglianza attraverso una visione culturalista che inferiorizza chi è già stato vittima di razzismo».

Cosa bisognerebbe fare?
«Praticare quotidianamente la lotta al razzismo e dare attenzione alle sue vittime, con uno sguardo tra pari. Madiagne è un esempio per tutti. Con la sua costanza silenziosa, collezionando contravvenzioni dell’autobus, dato che essendo disoccupato ce la fa a comprare i biglietti, si è fatto portatore di quella umanità che la condizione di Moustapha necessita quotidianamente».

Francesca Materozzi