Mitrovica, la catastrofe rimossa

Mitrovica, la catastrofe rimossa

10 Novembre 2012 Off Di Redazione

Parla Paul Polansky, poeta, scrittore e grande conoscitore del mondo rom. Le sue tesi controverse e la tragedia rimossa di Mitrovica.

I rom, in origine, non sarebbero stati nomadi.  Avrebbero iniziato il loro lungo viaggio dall’India all’Europa spinti dalle ragioni “classiche” delle migrazioni: scampare alla povertà e alle persecuzioni. Spostandosi in unità famigliari da aree e in periodi diversi, diedero luogo ad una migrazione a catena,  attraverso l’Afghanistan, l’Iran, la Turchia, i Balcani. In cerca di una vita migliore che non è mai arrivata. Paul Polansky ha trascorso gli ultimi 20 anni della sua vita tra rom e sinti, raccogliendo più di 400 testimonianze orali in 19 Paesi diversi. Da dove nasce un interesse così forte e specifico? La risposta si trova in un capitolo del suo libro recentemente tradotto in italiano, La mia vita con gli zingari, Origini e memorie degli Zingari D’Europa (Datanews editrice 2011), in cui descrive l’incontro casuale avvenuto con la fotografia di Frantiska Petrzilkova, una giovane donna dallo sguardo fiero, che durante la seconda guerra mondiale era stata internata a Lety, un campo istituito dai nazisti in Repubblica Ceca proprio per i rom ed era una delle poche sopravvissute. L’impegno per i diritti diritti umani inizierà per Polansky proprio con la ricerca, sulle tracce di Frantiska, dei documenti che testimoniano lo sterminio dei rom e dei sinti nei lager. E lo porterà a combattere fianco degli abitanti del campo di Mitrovica, in Kosovo, dove intere famiglie scampate alla guerra o deportate dai Paesi europei, sono costrette a vivere su terreni altamente tossici.

Lei ha vissuto con i rom per 20 anni, studiandone i costumi in vari Paesi, nei Balcani, in Turchia, Polonia, Slovacchia… Cosa determinò, a suo parere, il loro arrivo in Europa?
«I rom appartenevano a diverse caste umili che lasciarono l’India all’inizio dell’XI Secolo. Uno dei gruppi principali veniva da Multan, l’antica capitale del Punjab. Multan fu governata per 300 anni dai Karmaziani, che erano musulmani esiliati dall’Egitto e che per questo l’avevano ribattezzata Piccolo Egitto. Quando nel 985 d.C. i Karmaziani distrussero il Tempio del Sole di Multan, i rom che mendicavano nei suoi pressi furono costretti alla fuga e ancora oggi molti di loro affermano di provenire dal Piccolo Egitto. In seguito vediamo molti rom congregati in Armenia e in Medio Oriente. Secondo i racconti orali i preti ortodossi in Armenia chiesero ai rom di cambiare religione e di diventare ortodossi in cambio di un impiego e dato che avevano lasciato il Punjab, il Rajasthan o il Kashmir fondamentalmente per cercare lavoro, l’offerta fu accettata ed essi si stabilirono sul Monte Athos, dove furono impiegati nella costruzione della maggior parte dei suoi monasteri. Molti rom furono poi venduti come schiavi per costruire altri monasteri nei Balcani. Alcuni fuggirono e arrivarono in Albania e quando i cattolici albanesi furono sconfitti dai turchi nel XV Secolo, essi arrivarono in Calabria con gli albanesi e da qui giunsero in Sardegna e quindi in Spagna via mare con i catalani. I rom non partirono in un unico gruppo, bensì in gruppi distinti e più precisamente in unità famigliari e questa migrazione a catena continua da centinaia e centinaia di anni».

Quando arrivarono in Italia le prime comunità e che ruolo avevano nella società del nostro Paese?
«I rom arrivarono in Calabria con gli albanesi tra il XV e il XVI secolo e divennero un’importante componente della comunità agricola della zona. Lavoravano come maniscalchi, aggiustavano gli attrezzi da lavoro ed erano impiegati nei campi al momento del raccolto. Ma dopo la prima guerra mondiale la piccola agricoltura collassò. Molta gente si spostò nelle città per lavorare nelle fabbriche e ovviamente le ultime persone che le industrie pensavano di assumere erano dei rom dalla pelle scura. Improvvisamente i rom si ritrovarono senza un lavoro e, non potendo entrare a far parte del mondo industrializzato, iniziarono ad essere considerati dei parassiti: è solo da quel momento che ebbero una cattiva reputazione in Italia perché prima della guerra essi godevano di grande rispetto».

Quando sono stati istituiti i primi campi in Italia e qual è la situazione attuale?
«Dopo la seconda guerra mondiale furono istituiti i primi campi, legali e non, per i rom, che furono chiamati “campi nomadi”, nonostante i rom non siano mai stati nomadi. Essi solevano infatti vivere nelle loro case durante l’inverno e si spostavano in estate di città in città per vendere i loro manufatti o in cerca di lavori stagionali nel settore agricolo. I rom sono stati considerati nomadi dai governi occidentali verosimilmente per essere relegati nei campi dalle condizioni disumane che tutt’ora esistono. Oggi ci sono inoltre i campi di fortuna costruiti dai profughi scampati al genocidio nei Balcani, che vengono puntualmente distrutti dalla polizia e puntualmente ricostruiti pochi metri più in là. Non si tratta solo dell’Italia. La stessa situazione si ripete in tutta Europa, dove alcuni governi praticano la deportazione dei rom nati e cresciuti nei loro Paesi. In un mio libro di poesie parlo di una ragazza di 15 anni di origini rom nata e cresciuta in Germania. Frequentava la scuola tedesca con ottimi voti, il suo livello era così buono che gli insegnanti le chiedevano di aiutare gli allievi tedeschi che avevano difficoltà con la lingua. Una notte lei e la sua famiglia furono svegliati e deportati in Kosovo. I suoi non avevano casa né lavoro e furono costretti ad installarsi nel campo di Mitrovica, che è situato su un terreno tossico con altissimi livelli di inquinamento da piombo. Per sopravvivere, si sono dovuti adeguare alle vecchie tradizioni rom: la ragazza fu venduta in sposa in cambio della dote. E così questa giovane ragazza, che era un’ottima studentessa con tutta una vita davanti è finita in un paese di cui non conosce la lingua, nella totale povertà e in un campo altamente pericoloso per la salute».

Ci può raccontare cosa è successo a Mitrovica, in Kosovo?
«Una catastrofe. L’ex Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammerberg, l’ha definita la peggiore catastrofe umanitaria dell’ultimo decennio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità  e le Nazioni Unite, il più grave problema medico avvenuto in Europa negli ultimi dieci anni. Dopo che le truppe Nato avevano occupato il nord di Mitrovica, gli albanesi tornati dall’esilio espulsero decine di migliaia di rom dai loro quartieri. Essi si ritrovarono senza casa e quelli che non riuscirono ad andare all’estero furono sistemati in campi di fortuna situati su terreni tossici che secondo l’Onu erano gli unici disponibili. Tutto ciò accadeva a dicembre del 1999 e oggi dopo 13 anni ci sono ancora famiglie che vivono su questo terreno, che ha un altissimo livello di inquinamento da piombo. Ogni bambino concepito all’interno del campo nasce con danni irreversibili al cervello e ci sono già stati più di 100 decessi. Nonostante questo la comunità internazionale per lungo tempo ha finto di non vedere il problema perché riguardava in fondo solo dei rom… Ho impiegato 10 anni per convincere la Comunità Europea e gli Stati Uniti a costruire un centinaio di abitazioni affinché queste persone tornassero a vivere nei loro quartieri, ma il lavoro non è terminato e  ci sono ancora 17 famiglie che vivono su quel terreno tossico, oltre a quelle deportate dalla Germania che ci finiscono dopo aver vissuto 15-20 anni all’estero e che si ritrovano affette anch’esse da avvelenamento da piombo. Lentamente le autorità preposte si stanno muovendo per sistemare altrove queste famiglie, ma non per sottoporle alle cure necessarie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato l’urgenza per queste persone non solo di essere allontanate dai terreni tossici ma anche di essere curate il prima possibile e questo non sta avvenendo: il loro livello di piombo nel sangue è ancora 4 volte superiore alla quantità sufficiente a provocare danni irreversibili al cervello. In questo modo avremo un’intera generazione di bambini rom che non potrà avere figli: viene quasi da pensare che sia stato fatto apposta».

Come dovrebbe essere affrontato il problema secondo il suo parere?
«I rom sono cittadini europei, rappresentano la più grande minoranza europea. Sono esseri umani, ma non vengono trattati come tali, ed è questo il vero problema. E’ necessario trovare una soluzione umanitaria: non siamo più nel 1939 e non è possibile pensare di poter relegare queste persone ai margini della società. Non possiamo disumanizzarli. Il problema esiste: ci sono sempre dei problemi quando si ha a che fare con un gruppo di persone molto povere. In America l’abbiamo visto il secolo scorso, in particolare a New York City, con i numerosi migranti italiani. Sono stati integrati e hanno dato un grande contributo alla società americana, ma all’inizio erano stigmatizzati come sporchi, ladri, parassiti. La soluzione quindi non è quella di segregare i rom in campi che contravvengono ad ogni principio di salubrità o di bruciare le loro capanne, ma l’educazione e l’integrazione. La mia speranza è che le persone guardino al loro passato. Ogni famiglia americana ha una storia da migrante come anche la maggior parte delle famiglie italiane: quanta gente è andata dalla Calabria a Torino in cerca di un lavoro e di una vita migliori? Tutti noi dovremmo quindi capire il motivo di fondo che spinge i migranti di oggi a venire nei nostri Paesi, e cioè la ricerca di un futuro dignitoso per sé e per i propri figli».

Giuditta Pellegrini