Solo per farvi sapere che… ce l’abbiamo fatta!

Solo per farvi sapere che… ce l’abbiamo fatta!

11 Novembre 2012 Off Di Redazione

Corriere Immigrazione è stato il primo a sostenerci quando, due mesi fa, io e la fotografa Simona Ghizzoni ci siamo lanciate in quella che pareva un’autentica follia: raccogliere fondi tramite internet per riuscire a produrre il nostro documentario Just To Let You Know That I’m Alive (Solo per farti sapere che sono viva).

E’ un lavoro che parla di donne saharawi e ripercorre le loro vicende di tortura, incarcerazioni illegali, sparizioni forzate. Un documento che, attraverso testimonianze al femminile, disegna la storia di un popolo che è l’ultimo caso rimasto in Africa di decolonizzazione incompiuta.

La raccolta fondi era affidata a un sito di crowdfunding, Emphasis: chiunque, anche solo con una donazione da 10 dollari, poteva sostenere il progetto che necessitava di una piccola somma, in fondo (12,200 dollari, meno di 10,000 euro), per coprire il montaggio, l’editing audio e altre spese necessarie. Confesso che non ci credevamo nemmeno noi. Ci speravamo, certo, ma il crowdfunding, che pure spopola negli Stati Uniti per le campagne più disparate, è talmente sconosciuto in Italia, dove ancora molti faticano o rifiutano di fare transazioni online, che le premesse suonavano ardue. E se non avessimo raggiunto la cifra prestabilita, ogni donatore avrebbe ricevuto indietro i suoi soldi e noi avremmo dovuto elaborare in fretta un piano B. Invece no. La raccolta fondi è terminata venerdì 23 novembre. Quei 12,200 dollari li abbiamo non solo raggiunti, ma ampiamente superati. Raccogliendo alla fine 13,460 dollari, più altri 1,328 euro che ci sono arrivati al di fuori del sito di Emphasis. Per un totale di 154 sostenitori, individuali o collettivi.

Come avete fatto?, ci hanno chiesto in molti. La risposta richiede una riflessione meditata a freddo, perché desideriamo che la nostra esperienza possa essere d’aiuto a tutti quelli che vorranno lanciarsi in un’operazione analoga. A caldo, intanto, i risultati sorprendenti appaiono diversi. Tutte le principali testate italiane (oltre a una spagnola e a una americana) hanno parlato del nostro progetto: forse il crowdfunding è parso così bizzarro da meritare ampio spazio, con l’effetto collaterale importantissimo di aver risvegliato un po’ d’attenzione sull’immobile e doloroso pasticcio geopolitico del Sahara Occidentale. Molte piccole associazioni si sono attivate e ci hanno voluto dare il loro contributo: da Terra, Pace e Libertà di Sassuolo (Modena) a El Ouali di Bologna; da Jaima Saharawi di Reggio Emilia a Kabara Lagdaf di Modena; da I.Dee di Lipari ai clienti del Casbah Art Cafè di Ostuni, in Puglia. E poi i singoli: non solo amici, parenti e colleghi, ma tanti sconosciuti, due parlamentari, la regista Maite Bulgari, l’artista libanese Zena el Khalil che ha offerto una sua opera a chiunque avesse donato 1,000 dollari. Infine lei, il nostro deus ex machina: Meriem Belaala, algerina, femminista storica in un Paese in cui le donne devono ancora combattere per i diritti umani basilari. La sua associazione SOS Femmes en détresse comparirà come produttrice del documentario, poiché ci ha finanziate con l’incredibile cifra di 3,000 dollari.

Aldilà dell’esito finanziario, tuttavia, ciò che è stato prezioso in questa operazione è l’aver catalizzato e messo in circolo contatti, energie, interessi, persone, dall’Europa al Medio Oriente fino agli Stati Uniti. L’aver creato un autentico progetto collettivo, partecipato dal basso, che dice: noi che lavoriamo a progetti culturali (giornalistici, fotografici, documentaristici, artistici) non abbiamo bisogno dei grandi sponsor, possiamo farcela con il sostegno della gente comune. Ci suona come un messaggio incoraggiante, seppure ancora embrionale, per tutti i freelance come noi. E siamo sollevate per l’impegno preso con le donne saharawi che così sinceramente si sono aperte davanti alla nostra telecamera, e con le associazioni saharawi Afapredesa e Asvdh che ci hanno aiutate con professionalità e grande amicizia a costruire i contenuti. Oltre che con il rappresentante in Italia del Fronte Polisario, Omar Mih, che ha tessuto la tela di preziosi rapporti.

Ma adesso è ora di mettersi al lavoro: vorremmo che il documentario vedesse la luce in primavera. Gli aggiornamenti sul nostro work-in-progress e l’elenco di tutti i donatori si trova da oggi al sito dell’associazione culturale Zona. E la campagna di raccolta fondi resta aperta: se infatti arrivassero altri finanziamenti di peso, potremmo pensare a un documentario più lungo, con un’altra sessione di riprese in Sahara Occidentale.