La mappa degli orrori

La mappa degli orrori

11 Dicembre 2012 Off Di Redazione

Gli immigrati, in Europa e nei paesi vicini, non vengono rinchiusi solo nei centri di detenzione ufficiali. Da 5 anni Migreurop censisce le prigioni informali (e talvolta illegali) utilizzate per gli stranieri. La mappa del 2012 e un’intervista esplicativa.

Celle dei commissariati, scali aeroportuali, cabine di navi commerciali, “normali” prigioni… tutto si può utilizzare, tutto può servire allo scopo. Il network europeo Migreurop  ha rilevato 420 luoghi di detenzione, per una capacità ricettiva di circa 37.000 posti. «Entrambi i numeri sono approssimati per difetto», spiega Alessandra Capodanno, che fa parte del coordinamento di Migreurop.

Quali novità avete registrato nella nuova edizione della Carta?
«Quest’anno siamo riusciti a recensire 420 luoghi di detenzione. Parlo di “luoghi” perché non si tratta solo di centri ufficiali, come ad esempio l’equivalente dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) italiani. In alcuni casi, infatti, il trattenimento avviene nelle zone internazionali degli aeroporti, nei commissariati, così come in tutta una serie di spazi che noi definiamo “luoghi invisibili di detenzione”. La capacità dell’insieme di questi centri raggiunge i 37.000 posti, ma è una cifra molto approssimativa e al ribasso. Non esistono cifre ufficiali sul numero dei centri di detenzione (visibili e non) presenti in Europa e nei Paesi vicini. Il censimento è fatto combinando dati ufficiali, come quelle dei vari ministeri dell’Interno o del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, con le informazioni che ci pervengono dai membri della rete o da volontari e militanti».

Avete individuato situazioni più critiche, relative a particolari paesi o centri?
«Per quanto riguarda la densità di questi campi, è particolarmente preoccupante la situazione della Svizzera, il cui territorio è quasi del tutto ricoperto da luoghi di detenzione: ne abbiamo contati 33. In Grecia, nonostante la crisi economica, si continua a costruire e ampliare i centri già esistenti: al momento sono 52, di cui una buona parte costituiti da commissariati di polizia ad Atene. A Cipro, infine, che pure rappresenta un territorio molto piccolo, abbiamo censito 33 centri».

Per quanto riguarda, invece, le condizioni di detenzione?
«La tendenza generale è stata quella di prolungare un po’ ovunque la durata della detenzione. La Direttiva rimpatri, che serviva, almeno a livello teorico, a porre un limite massimo da non superare, è servita in realtà da pretesto per aumentare il periodo di trattenimento in tutti i Paesi. Le situazioni più preoccupanti si registrano in Italia e in Grecia, dove la detenzione può raggiungere i 18 mesi. A seguire, seppure in misura inferiore, la Francia, dove si è passati da 32 a 45 giorni (estendibile a due mesi se ci sono sospetti di terrorismo); e la Spagna, dove da 40 giorni si è passati a 60. Altro fenomeno preoccupante è quello di ricorrere a centri sempre più estesi. Il più grande del mondo si trova in Israele, Paese che è diventato, soprattutto dopo le primavere arabe, un passaggio cruciale in molte rotte nuove migratorie. E che, in virtù di questa variazione dei flussi, ha portato il periodo di detenzione addirittura a 3 anni».

Nella Carta censite anche i cosiddetti campi “invisibili”. Cosa sono?
«Nella concezione di Migreurop, quando si parla di detenzione degli stranieri, non ci si riferisce ai soli centri per detenzione, ma a tutti quei luoghi, noti o meno, in cui i migranti sono trattenuti o in cui si “raggruppano”. Nei luoghi di “raggruppamento”, infatti, i migranti non sono rinchiusi, ma gli ostacoli posti sulle rotte migratorie li costringono di fatto a nascondervisi. Un esempio sono le cosiddette jungle, zone isolate, come nei pressi di Calais, dove i migranti, soprattutto afgani, si rifugiano in attesa di poter raggiungere l’Inghilterra. O i tranquilos, come attorno alla città di Oujda, tra il Marocco e l’Algeria, dove la polizia marocchina respinge i migranti – irregolari e non – e dove quest’ultimi si nascondono, in attesa di ritornare indietro. Anche questi, in base ai nostri criteri, sono campi.
Quando parliamo invece di “luoghi invisibili”, ci riferiamo a tutti i luoghi dove i migranti sono trattenuti in attesa di essere espulsi. Questi possono essere: commissariati, cabine delle navi commerciali o aeroporti. L’utilizzo di spazi aeroportuali, per esempio, è comune in Italia. I migranti sono rinchiusi, per un giorno o una notte, in attesa dell’aereo che li riporterà indietro, senza che ci siano le pur limitatissime garanzie dei Centri di identificazione ed espulsione».

E fuori dall’Europa?
«È molto difficile reperire informazioni su alcuni Paesi e quindi la Carta non pretende di essere esaustiva. Rispetto alle edizioni precedenti, ad esempio, sono spariti alcuni puntini (che indicano la presenza di centri di detenzione, ndr), come in Algeria, in Giordania o in Armenia, ma questo non significa che quei centri non esistano più: piuttosto, non essendo riusciti a raccogliere informazioni aggiornate, abbiamo scelto di non segnalarli. Esistono luoghi invisibili di detenzione nel sud dell’Algeria, in Libia, tra Egitto e Israele, nella regione di Van in Turchia e lungo la linea di demarcazione tra il nord e il sud di Cipro».

Se il centro è fuori dall’Europa, ci sono più rischi per i migranti?
«Le condizioni di detenzione, certo, sono peggiori, ma ciò non significa che i diritti dei migranti trattenuti in Europa siano garantiti. Molto spesso questi centri sono finanziati dall’Unione Europea o dagli Stati membri, come è il caso del centro di detenzione in Mauritania, finanziato dalla Spagna all’interno del cosiddetto Plan Africa o dei centri presenti in Libia finanziati dall’Italia. L’Europa approfitta del suo potere contrattuale per spingere i Paesi vicini a prendere il controllo dei flussi migratori. Le gravi violazioni che si riscontrano nei centri al di fuori dell’Ue, quindi, sono imputabili alla stessa Europa».

Perché questa Carta?
«La Carta dei campi è uno strumento per far conoscere la generalizzazione della detenzione come strumento delle politiche migratorie. Tuttavia, questi dati non danno conto di quella che è la realtà quotidiana della detenzione. Migreurop, in partenariato con European Alternatives, porta avanti la campagna Open Access Now, che ci ha permesso, tra marzo e aprile di quest’anno, di toccare con mano i pesanti ostacoli che i Paesi europei pongono, ai media e alla società civile, per l’accesso a questi centri. Se Migreurop si pone come obiettivo la chiusura di tutti i luoghi di detenzione per migranti, in attesa di raggiungerlo, chiediamo che la società civile e i media vi possano accedere incondizionatamente. Solo così si potrà rendere conto, all’insieme dei cittadini europei e non, di quello che viene fatto, in loro nome, all’interno di queste strutture».