Cinquanta sfumature di bianco

Cinquanta sfumature di bianco

11 Gennaio 2013 Off Di Redazione

I paradossi della lingua e del razzismo. Dalla whiteness americana di fine ’800 alle elucubrazioni italiane sulla razza. Conversazione con Giuseppe Faso a partire da un testo assai istruttivo.

Whiteness significa “bianchezza”, ed è un termine entrato nel dibattito degli Stati Uniti attorno alla metà dell’Ottocento. Può sembrare curioso, ma all’epoca molti immigrati europei – irlandesi, poi italiani, spagnoli, greci, ebrei… – non erano considerati bianchi a pieno titolo. Le caricature li dipingevano con i tratti scimmieschi attribuiti ai “negri”; gli scienziati teorizzavano l’inferiorità razziale degli uni e degli altri; e nel 1922 un giudice dell’Alabama assolse un afroamericano dal reato di “rapporto sessuale interrazziale” perché la sua partner, in quanto siciliana, non poteva essere definita proprio “bianca”…

Il razzismo, dicono molti storici, non trae spunto dai fatti reali: piuttosto, inventa dei fatti che non ci sono, e li presenta come evidenti. In altre parole, non è il colore della pelle che suscita sospetti e diffidenze: è invece il razzismo che, rappresentando gli italiani come inferiori, li descrive come “neri”. E, se il razzismo è egemone nella società, tutti vedranno il colore nero nella pelle degli italiani: sembrerà un’evidenza impossibile da negare.

Ma cosa c’entra con l’Italia di oggi il discorso sulla whiteness statunitense di fine Ottocento? Non stiamo parlando di fenomeni lontani nello spazio e nel tempo? Un testo edito da Ombre Corte (Parlare di razza, la lingua del colore tra Italia e Stati Uniti, a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi), prova a spiegare che non è così: che il razzismo fa parte della storia italiana e – purtroppo – anche del nostro presente. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Faso, militante antirazzista, che ha scritto l’introduzione al volume.

L’Italia non ha conosciuto gli schiavi neri, la loro emancipazione e la loro segregazione. Perché dunque “parlare di razza” anche per la storia italiana?
«L’estraneità alla storia di un certo razzismo ha fatto da alibi e ha impedito la consapevolezza dell’uso continuo della categoria della “razza” anche presso di noi. Non solo con l’antisemitismo delle leggi razziali, ma anche, e fornendo delle prove decisive dei futuri razzismi all’italiana, con il Regio decreto del 1937 che vietava, nelle colonie africane dell’impero straccione italiano, il mescolamento con i nativi. È a quell’altezza che è possibile cogliere la risposta alla “camitizzazione” degli italiani, proposta dal positivismo italiano e ripresa negli Usa con l’africanizzazione degli immigrati dal sud Italia. Il regime fascista e colonialista proclama che gli italiani non sono neri, e devono distinguersi dai neri delle colonie; e contribuisce decisivamente a un immaginario razzista che gli sopravviverà, secondo il quale “i negri non saranno italiani”, come ribadisce nel 2009 lo slogan di una tifoseria».

Alcuni saggi del libro sono dedicati alla “bianchezza degli italiani”. Manifesti pubblicitari, spot televisivi, persino Carosello: una carrellata sorprendente di immagini della nostra storia recente, che alludono alla “bianchezza” come valore. Può spiegarci di cosa si tratta, e perché tutto questo ha a che fare con il razzismo?
«È merito di Cristina Lombardi-Diop avere ripercorso, in un saggio rigoroso e divertente, la continuità tra l’ossessione igienico-razziale fascista alle tante versioni del dopoguerra che ripropongono il binomio bianchezza-pulizia. Il pulcino Calimero, che non è nero ma solo sporco, riprende, a distanza di quasi 60 anni, il suggerimento dell’immaginario noto a Bergson nel saggio sul riso; e oggi, cinquant’anni dopo, quell’immaginario è ancora attivo, grazie al bombardamento pubblicitario degli anni dell’immediato dopoguerra. In alcuni casi, gli autori di tali messaggi pubblicitari sono gli stessi che avevano contribuito alla propaganda razzista del ventennio fascista e della Repubblica di Salò. Una maggiore consapevolezza di questa persistenza si fa desiderare in chi anche di recente ha cercato di ridimensionare la funzione denigratoria di “negro”, presentandosi come esperto della lingua italiana: senza ricordare che de-nigr-are contiene al suo interno la radice “nigr-”, un colore attribuito a chi si voleva diffamare».

Il volume parla di storia ma, naturalmente, si sofferma anche sul nostro presente. Uno dei contributi riguarda per esempio l’analisi della stampa italiana all’epoca della prima elezione di Obama…
«Si tratta dello spunto che ha originato il lavoro collettivo delle autrici e degli autori del libro, e che viene analiticamente affrontato da Anna Venturini. Nel suo contributo si analizzano campioni della stampa progressista italiana durante l’anno elettorale 2008, offrendo riflessioni preziose anche sulla rimozione del fattore di genere nella stampa italiana (a proposito della contrapposizione Obama-Hillary Clinton nelle primarie). Ma vi si impara soprattutto come nella stampa progressista italiana, pur schierata con Obama contro l’avversario repubblicano, si tenda a presentare il razzismo come fattore nascosto nell’inconscio collettivo americano; a sua volta dimenticando, come tra pochissimi notava Curzio Maltese, che in Italia centinaia di migliaia di ragazzi nati e cresciuti qui non abbiano neppure la cittadinanza. Tanta attenzione dei media italiani ridusse l’importanza simbolica dell’elezione di un afroamericano a uno spettacolo, da cui non imparare nulla».

In Italia, lei è stato tra i primi a parlare di  “razzismo democratico”. Cosa intende con questa espressione? E che differenza c’è tra il razzismo “democratico” e il razzismo “classico”?
«L’espressione “razzismo democratico” circolava già anni fa, ed è stato merito dell’editore DeriveApprodi averla voluta nel titolo di un mio libro, poi ripreso da altri contributi più programmatici e strutturati. Spero che non divenga una formula – non così io l’ho intesa – e che si limiti a suggerire un allarme politico e culturale, finora non abbastanza recepito. C’è il rischio che ci si consoli a soffermarsi sugli aspetti del razzismo che trovano manifestazioni eclatanti nel linguaggio, nei comportamenti e nei crimini della destra più becera e fascistoide, come in frange balorde della società, tralasciando però la koiné denigratoria e qualunquista alimentata dai discorsi di senso comune e dagli allarmi mediatici ripetuti da cittadini “insospettabili” su testate “insospettabili”. Il dare e l’avere tra categorizzazione balorda, discriminazione esplicitamente razzista, titoli e ragionamenti sulla prima pagina dei giornali più “civili” e chiacchiera di senso comune anche in ambienti “democratici” è difficile di stabilire; si tratta piuttosto di una continua circolazione di temi e slogan, che costruiscono uno “straniero consensuale”, come anni fa scrisse e descrisse Marcello Maneri. Che l’Italia sia il “Belpaese dei Fratelli musulmani” è stato ripetuto per anni un po’ da tutti questi soggetti, prima di diventare il titolo sulla prima pagina di Repubblica del 25 gennaio, amplificando la diceria e legittimandola presso un pubblico che si vuole perbene. Ho chiamato “razzismo democratico” questa circolazione e autorizzazione “colta e civile” della diceria razzista, analizzata altrove da Bastenier e van Dijk. Forse, nella giornata della memoria, dovremmo ricordare, con Adorno, che “l’antisemitismo è la diceria sugli ebrei”, e cercare di imparare a parlare diversamente, dal punto di vista della forma e anche dei contenuti».

Tra razzismo democratico e razzismo classico c’è dunque più di una similitudine.
«Sì. Proprio per questo tornerà preziosa a tutti  la lettura di questo libro, anche per gli aspetti che qui non si possono per brevità che ricordare: la rappresentazione degli afroamericani nel doppiaggio dei telefilm e nella tradizione dei fumetti americani, la presenza degli indiani d’America nell’immaginario politico, il rapporto tra la “razza” (costruita) e le politiche sociali negli Usa e in Italia, e altri aspetti di quella “razza in traduzione”, come scrive Anna Scacchi, che tanto ci dicono di come in Italia si sia costruita la “linea del colore” di cui parlava Du Bois, e cioè il criterio “per negare alla maggior parte della popolazione mondiale il diritto di fruire pienamente delle opportunità e dei privilegi che la civiltà moderna porta con sé».

Sergio Bontempelli