L’amore a distanza

L’amore a distanza

1 Gennaio 2013 Off Di Redazione

Come cambiano sentimenti e legami famigliari in un mondo percorso dalle migrazioni e tenuto insieme da skype e internet. Il punto di vista di Ulrich Beck

«Non può essere che l’operazione fallita su scala mondiale, ossia l’arte di convivere con e oltre i confini, riesca talvolta nelle nuove forme di amore e famiglia?». Ecco la domanda, aperta e dalla risposta affatto scontata, che si pongono Ulrich Beck e Elizabeth Beck-Gernsheim all’inizio del libro L’amore a distanza – Il caos globale degli affetti (Laterza, euro 16), uscito qualche mese fa. Beck è un famoso sociologo tedesco, molto prolifico, che si è spesso occupato di globalizzazione e cosmopolitismo. Lui e la moglie, psicosociologa e coautrice di questo saggio, sono studiosi ma anche bravi divulgatori e, di conseguenza, questa è una lettura che, pur nel rigore della ricerca, appassiona.

Il tema è chiaro sin dal titolo: come sta cambiando la famiglia, ora che le distanze sono sempre meno rilevanti e la mobilità degli individui aumenta? E che cos’è una “famiglia globale”? Pur specificando che la realtà è complessa e variegata, gli autori individuano due tipologie di fondo: da una parte ci sono le coppie e le famiglie che vivono in paesi diversi, ma condividono la stessa cultura. Dall’altra quelle che, pur vivendo nello stesso luogo, provengono da culture diverse. Cos’hanno in comune? «I membri di queste famiglie finiscono per confrontarsi con il mondo nello spazio privato della propria esistenza». Ovvero sperimentano l’incontro/scontro di civiltà dentro casa. E, come si può intuire, non è cosa semplice. Prendiamo un uomo e una donna che sono cresciuti in continenti diversi: inutile semplificare appellandosi alla tesi dell’amore universale… certo, il cuore batte allo stesso modo a tutte le latitudini, ma le aspettative rispetto al sentimento amoroso e al sesso, il significato che vi si dà e il modo di affrontarli possono essere estremamente diversi. E lo stesso vale per altri aspetti della vita quotidiana, come il rapporto con i soldi, con la malattia… Insomma, se già in una coppia tradizionale farsi carico di “decodificare” il pensiero e le parole dell’altro è una faccenda complessa, qui il compito è ancora più arduo. Se va male, dicono i Beck, ci si sente soli e incompresi dal partner. E se va bene? Be’, allora «si gettano le fondamenta per un mondo nuovo e condiviso» e si diventa «esperti quotidiani in un’arte nobilissima: l’arte del dialogo interculturale»!

L’analisi del libro comunque non si limita all’intimità di coppia. A cambiare le famiglie ci sono anche altri fattori: quello economico, innanzitutto. Tutti i destini, nella società globalizzata, sono interconnessi: per ogni donna occidentale che, in mancanza di un aiuto significativo da parte del partner, per mantenere un impiego fuori casa ha bisogno di una collaboratrice domestica o di una badante, c’è una donna migrante che abbandona la famiglia e lascia che siano altri a crescere i propri figli. I due studiosi aggiungono a questo proposito una riflessione che sottolinea come questa interconnessione globale possa avere conseguenze di tipo etico: «L’emigrazione ai fini del lavoro domestico implica una serie di dilemmi morali e politici: le femministe, che promuovono la parificazione di tutte le donne, non diventano forse datrici di lavoro che utilizzano l’ineguaglianza globale tra le donne per la propria privata emancipazione?».

Non si tratta di un giudizio, ma di una provocazione. E non è l’unica. Non scontato, per esempio, è anche il punto di vista su quelli che vengono definiti “matrimoni di interesse”: di persone, cioè, che trovano un futuro migliore sposando un partner appartenente al mondo occidentale. Fanno notare i coniugi Beck che nella classica contrapposizione tra matrimonio d’amore e matrimonio d’interesse «è sempre implicito l’assunto che la versione occidentale, l’unione dei cuori, rappresenti un livello morale più elevato, mentre la versione non occidentale sia degradata agli aspetti materiali, quindi retrograda o barbarica». E nel ricordare che la “versione dell’Occidente” non è l’unica esistente sul nostro pianeta e che «l’amore romantico come motivazione al matrimonio è sorto in Europa soltanto con il passaggio alla modernità», i sociologi fanno cenno a un’interessante teoria: quella della “logica culturale del desiderio”. Cosa vuol dire? Che «chi vede l’Occidente come paradiso e terra promessa, vi proietta una luce particolare e tutto quello che porta l’etichetta occidentale viene trasfigurato…». Per spiegarci, e uscendo dal caso specifico: se sei affascinato da una determinata cultura, questa attrazione ti influenza inconsciamente nella scelta del partner. Il che vuol dire che, tra i motivi per cui te ne innamori, c’è proprio la sua appartenenza a quella cultura.

I temi affrontati sono moltissimi (incluso il turismo procreativo), ma quel che resta di queste 221 pagine è soprattutto un invito implicito: ad allargare la visuale, a non dare niente per scontato, a mettere in discussione il mondo come lo si è conosciuto finora. Non farlo, si legge tra le righe, equivale a gettare sul mondo uno sguardo miope.

Gabriella Grasso