Quando c’è la salute…

Quando c’è la salute…

29 Gennaio 2013 Off Di Redazione

Un accordo tra Stato e Regioni estende il diritto all’assistenza sanitaria a tutti i migranti. Ma ora le Regioni devono recepirlo nelle proprie leggi.

«Monti: 30 milioni per i minori clandestini», titolava Il Giornale del 3 Gennaio scorso; «cure sanitarie gratis a tutti i minori stranieri», conferma La Padania, che a mo’ di didascalia spiega: «il che vuol dire che saremo noi a pagare».

A suscitare l’inquietudine delle due testate è un accordo tra Governo centrale e Regioni, datato 20 Dicembre 2012. Ne hanno parlato anche gli altri giornali, e tutti hanno sottolineato il punto che riguarda i minori. In realtà, il documento finale che sancisce l’accordo è un “malloppone” di 65 pagine, e le novità sono davvero tante. Sarà meglio, quindi, procedere con ordine.

Applicare le leggi esistenti

Anzitutto, è bene chiarire che non c’è nessuna “nuova legge” in arrivo. Il documento si limita a definire una specie di «interpretazione autentica» delle leggi esistenti. Già, perché l’Italia avrebbe – il condizionale è d’obbligo, e tra poco vedremo perché – una delle normative più avanzate d’Europa. Il Sistema Sanitario Nazionale (Ssn) garantisce le cure a tutti i cittadini senza distinzioni: in altri paesi esistono invece forme di assicurazione obbligatoria che di fatto escludono i meno abbienti.

Per quanto riguarda gli stranieri, i residenti con regolare permesso di soggiorno sono trattati come i cittadini italiani: si iscrivono al Ssn, hanno il medico di famiglia e accedono a tutti i servizi ospedalieri (pronto soccorso, ricoveri, chirurgia ecc.).
Ma anche i migranti irregolari godono di diritti molto estesi: pur non potendosi iscrivere al Ssn, hanno accesso alle cure “urgenti o comunque essenziali”. Le parole, direbbe Nanni Moretti, sono importanti, e non è casuale che qui se ne usino due: “urgenti” ed “essenziali”.

I migranti irregolari, dunque, possono andare al Pronto Soccorso quando sono in pericolo di vita (“cure urgenti”). Ma usufruiscono anche delle terapie “essenziali”: dai servizi di prevenzione alle vaccinazioni, dall’assistenza alle donne in gravidanza alle terapie continuative, dai ricoveri ospedalieri alla chirurgia. Quasi tutto, insomma.

Il problema è che queste norme non sono applicate in modo uniforme. L’assistenza sanitaria è di competenza delle Regioni, e ogni Regione interpreta la fatidica paroletta – “essenziali” – in modo differente. Così, per esempio, in Puglia uno straniero senza documenti può avere il medico di famiglia e il pediatra di libera scelta, come un qualsiasi cittadino italiano; in Lombardia, stando ad un recente rapporto della Fundamental Rights Agency, ci sono problemi anche nell’accesso al Pronto Soccorso; in altre zone si può andare in Ospedale, ma non si ha diritto ad un medico di famiglia.

L’accordo tra Stato e Regioni è stato pensato proprio per questo: per “uniformare”, o almeno per avvicinare, le prassi concrete dei diversi territori. E per garantire a tutti uno standard minimo di servizi (e di diritti).

L’assistenza sanitaria per gli irregolari

Il documento stabilisce alcune importanti novità per quanto riguarda gli stranieri privi di documenti di soggiorno.

La prima è quella che ha turbato i sonni dei giornalisti della Padania. Il documento spiega che dovranno essere iscritti al Ssn, a parità di condizioni coi cittadini italiani, tutti i minori stranieri, compresi quelli “non accompagnati” (cioè arrivati in Italia senza genitori, o con genitori irregolari).

La seconda novità riguarda invece le modalità di rilascio del cosiddetto “codice Stp”, cioè dello speciale tesserino sanitario per gli stranieri senza permesso di soggiorno. Il documento Stato-Regioni spiega che il tesserino dovrà essere dato anche a chi non ha un passaporto valido. E questo può sembrare un dettaglio, ma non lo è affatto: molti “clandestini” non hanno documenti, o li perdono intenzionalmente per non essere identificati dalle forze dell’ordine. Così, quando vanno in Ospedale avrebbero diritto alle cure “urgenti o comunque essenziali”, ma se le vedono rifiutare per un banale motivo burocratico: “senza passaporto, niente tesserino”.

I comunitari senza residenza
Il documento Stato-Regioni introduce poi una novità importantissima, che riguarda gli stranieri comunitari. Per capire l’importanza di questo tema, è bene fare un piccolo passo indietro.

I cittadini dei paesi Ue (bulgari, romeni, polacchi, ma anche francesi, spagnoli, tedeschi…) hanno diritto ad entrare in Italia, e non devono chiedere né visti né permessi di alcun tipo. Per poter soggiornare in modo definitivo, però, devono ottenere la residenza all’anagrafe: secondo le direttive comunitarie, per ottenere la residenza devono avere un lavoro, subordinato o autonomo.

Proprio quest’ultima disposizione ha creato numerosi problemi, soprattutto ai rom romeni: molti sono disoccupati, non hanno fonti di reddito autonome, e non riescono quindi ad avere la residenza. Non sono propriamente “clandestini” (non possono essere espulsi per il solo fatto di non avere la residenza), ma vivono in una condizione di semi-regolarità.

Come abbiamo visto, per gli irregolari non-comunitari esiste uno speciale tesserino sanitario, l’Stp, che dà diritto alle cure urgenti o essenziali. L’Stp è però previsto dalla legge Bossi-Fini, che riguarda solo gli stranieri extra-Ue: per i comunitari non esiste una norma specifica che regoli l’accesso alle strutture sanitarie. Così, secondo l’interpretazione prevalente (contestata però dai giuristi dell’Asgi), i cittadini europei non hanno diritto alle cure “essenziali”, ma solo a quelle urgenti di Pronto Soccorso. E in Lombardia, secondo un’indagine del Naga, vi sono circa 13.000 rom romeni esclusi dall’assistenza sanitaria…

Alcune Regioni, negli ultimi anni, hanno ovviato al problema istituendo quello che è stato chiamato il “codice Eni” (acronimo di Europeo Non Iscritto): che è la stessa cosa dell’Stp, ma con un altro nome. Il documento Stato-Regioni prevede ora l’estensione di tale codice a tutto il territorio nazionale. In questo modo, anche i rom bulgari e romeni potranno usufruire dell’assistenza sanitaria.

Il problema: recepire il documento nelle norme regionali
Il documento Stato-Regioni introduce quindi importanti novità, allargando di fatto l’accesso alle strutture sanitarie. Il rischio è che rimanga un semplice documento privo di effetti reali (qualche maligno suggerisce che si tratti di un espediente elettorale di Monti per “compiacere” i cattolici).

Si tratta quindi di metterlo in pratica, trasformandolo in atti concreti: leggi regionali, delibere, circolari interne alle strutture sanitarie e così via.

Sergio Bontempelli