La “colpa” di non essere italiani

La “colpa” di non essere italiani

11 Febbraio 2013 Off Di Redazione

Ci sono diverse linee di pensiero sull’immigrazione, con il Governo che sta portando avanti le politiche di accoglienza, con un supporto minimo da parte delle istituzioni europee. L’Europa negli ultimi anni non ha fornito un supporto adeguato alle misure di integrazione, a causa dei paesi membri che si rifiutavano di accogliere le loro quote di migranti.

Il Primo Marzo, in diverse città, sarà proiettato il documentario La legge è uguale per tutti (in basso) che raccoglie tre testimonianze-denunce contro il razzismo istituzionale.

Kindi ha fatto tutti gli studi in Italia e si è laureata in medicina, ma si vede negare l’accesso alla scuola di specializzazione. Vanessa e Said stanno per pronunciare il fatidico “Sì”, ma lui viene prelevato e condotto nel Cie di Bologna prima di poterlo fare. Andrea e Senad, giovani fratelli nati e cresciuti in Italia ma formalmente (e incredibilmente) apolidi, vengono rinchiusi nel Cie di Modena. La legge non è uguale per tutti (visualizzabile in basso), documentario on line prodotto dalla Rete Primo Marzo/Associazione Giù le frontiere, dà conto di queste vicende. Tre storie diverse, ma con un denominatore comune: il razzismo istituzionale e le sue conseguenze su chi non è cittadino italiano. Pochi giorni prima della quarta Giornata senza di noi, ne parliamo con il regista, Dante Farricella.

Kindi, Vanessa e Said, Andrea e Senad: cosa ci raccontano queste storie?
«Ci raccontano di migranti, di persone nate in Italia ma prive della cittadinanza, che sono riuscite a superare, grazie all’impegno della società civile o della magistratura, le barriere create contro di loro dalle istituzioni. Quando si parla di razzismo si pensa spesso ad una persona o una comunità che dice o fa cose razziste. C’è invece anche un razzismo di sistema, che si sviluppa in norme, leggi o regolamenti iniqui. È questo il filo conduttore di queste storie».