Dublino, 10 anni ma nulla da festeggiare

Dublino, 10 anni ma nulla da festeggiare

2 Febbraio 2013 Off Di Redazione

Cosa mette in luce il dramma del giovane ivoriano che si è dato fuoco a Fiumicino la scorsa settimana. Cosa non funziona nel sistema di accoglienza europeo.

Sono le 11 di mattina di giovedì 14 febbraio quando Cissè, un ragazzo ivoriano 19enne, si dà fuoco al terminal 3 di Fiumicino. Un gesto che lascia sbigottiti e indignati. Quanta disperazione deve esserci in un giovane ragazzo per cospargersi di benzina e darsi fuoco? Le ragioni che lo hanno mosso sono chiaramente imponderabili – la volontà di denunciare o, forse, un grido drammatico di aiuto – ma sicuramente sono state accompagnate e si sono nutrite di disperazione. Quella che prova chi non riesce più a vedere un futuro, perché dopo averlo cercato e chiesto si è visto chiudere in faccia tutte le porte a cui aveva bussato.

Non sappiamo ancora in dettaglio quali siano i contorni legali di questa storia, quale sia il percorso che nel suo caso ha portato all’applicazione del Regolamento Dublino, ma sappiamo che un giovane è stato rinviato in Italia dall’Olanda il 13 febbraio e il 14 febbraio, con un decreto di espulsione in mano, è tornato all’aeroporto di Fiumicino per darsi fuoco. E che il decreto di espulsione era frutto di un diniego alla sua richiesta d’asilo. Ed è importante ricordare che tecnicamente aveva la possibilità di fare ricorso sia contro il diniego che contro il decreto di espulsione.

Questo gesto ci chiede di aprire gli occhi davanti alla disperazione di richiedenti asilo e rifugiati, spingendoci a riflettere su molti aspetti del sistema asilo in Italia e in Europa. La protezione non deve essere rigidamente interpretata come la sola garanzia di accesso alla procedura, ma come tutela dei diritti e delle libertà fondamentali. Per il Cir l’accoglienza materiale offerta, il riconoscimento dello status, ma anche le opportunità di integrazione, sono forme di protezione. È protezione anche il poter scegliere il Paese europeo in cui ottenere asilo, perché magari sono ragioni affettive e relazioni socio-culturali quelle che legano un rifugiato ad un determinato Paese europeo. Tutti fattori che influenzano profondamente le capacità di integrazione e le prospettive di vita individuali. E sicuramente è protezione avere assistenza legale e informazioni accurate sulle possibilità che devono essere garantite.

Non sappiamo quale di questi aspetti non abbia funzionato, ma sappiamo che il risultato è terribilmente grave.

Il simbolismo implicito in questa storia è ancora più forte se pensiamo che il Regolamento Dublino lunedì 18 febbraio ha compiuto 10 anni. Dobbiamo ricordare che la Convenzione Dublino prima, e il Regolamento poi, nascevano anche con un nobile intento: quello di garantire che ogni richiesta d’asilo fosse esaminata in Europa e quindi si evitasse il problema dei “rifugiati in orbita”, ovvero quei rifugiati “rimbalzati” da un paese all’altro dell’Unione e che non trovavano nessun paese che si definisse competente a riconoscere la protezione. Ma il Regolamento Dublino presupponeva allo stesso tempo che si costruisse un sistema comune d’asilo nell’Unione Europea. Un sistema comune che annullasse sostanziali differenze in termini di standard di protezione e accoglienza. Ma ad oggi il livello dei diritti nei diversi paesi europei è estremamente difforme, ed essere un somalo in Italia non è come esserlo in Svezia (dove i somali sono rimpatriati nel Paese di origine) ed essere rifugiato nel nostro paese non è come esserlo in Germania (dove si ha accesso a una serie di diritti sociali).

La conseguenza è che il Regolamento Dublino in questo decennio ha prodotto molte sofferenze personali e una gestione inefficiente del tema dell’asilo a livello Europeo, basata sugli interessi di alcuni Stati piuttosto che sui diritti delle persone. Come Cir siamo convinti che il Regolamento Dublino debba essere abolito, per lasciare posto a un sistema che prenda in considerazione i legittimi interessi, prima di tutto i legami familiari e culturali, dei richiedenti asilo e rifugiati.
Se l’idea stessa del Regolamento Dublino è per noi inaccettabile, ci preoccupa molto fortemente anche la sua pratica applicazione. Abbiamo appena realizzato uno studio comparativo The Dublin II Regulation: Lives on Hold – e altri partner nazionali – sull’implementazione del Regolamento nei diversi Stati.

Il rapporto rivela le dure conseguenze del sistema Dublino sui richiedenti asilo: le famiglie sono separate, le persone vengono lasciate senza mezzi di sostentamento o detenute e, a dispetto dell’obiettivo stesso del Regolamento, l’accesso alla procedura d’asilo non è sempre garantito.

Alcuni aspetti sono particolarmente allarmanti. I richiedenti asilo in procedura Dublino sono frequentemente trattati come “persone di serie B”, godono di minori diritti in termini di condizioni di accoglienza. Ogni volta che ci sono carenze nella capacità di alloggio per i richiedenti asilo, chi è sotto la procedura Dublino è spesso il primo ad esserne colpito. Molti i richiedenti asilo che sono detenuti, 9 degli 11 paesi analizzati nella ricerca usano frequentemente la detenzione come parte della procedura Dublino. E la media di detenzione varia dalle 24 ore prima del trasferimento, all’intera durata della procedura che può essere 6 mesi o più. Fortunatamente questa non è la prassi in Italia.
Fa riflettere anche l’inefficienza del sistema. Meno della metà dei trasferimenti concordati sotto Dublino sono realmente portati a termine: quanta burocrazia viene sprecata? Quanto costa tutta questa macchina? Tuttavia, nessun dato completo sul costo finanziario dell’applicazione del Regolamento Dublino è stato mai pubblicato. Una media europea mostra che nel 2009-2010 solamente il 25,75% delle richieste si sono poi concretamente trasformate in trasferimenti di richiedenti asilo (fonte analisi dati Eurostat). Ad esempio, nel 2010 la Germania ha richiesto 306 trasferimenti verso la Svizzera e ha ricevuto nello stesso periodo 350 richieste sempre dalla Svizzera. Analogamente nello stesso periodo la Norvegia ha inviato 458 richieste in Svezia e ha ricevuto 482 richieste dalla Svezia. Praticamente un pareggio, che si è giocato però sulla vita delle persone.
Si deve ricordare che la futura adozione del Regolamento Dublino III, su cui è già stato raggiunto un accordo politico, contiene delle significative aree di miglioramento: il diritto ad un colloquio personale; diritti di informazione per i richiedenti asilo rispetto alle procedure e alle opportunità di chiedere una sospensione del trasferimento; un concetto di famiglia più ampio che includa parenti stretti quali nonni e zii, il principio generale della possibile sospensione del Regolamento nei confronti di uno Stato che abbia accertate carenze strutturali nel suo sistema d’asilo.
Ma questa revisione mantiene i principi alla base del Sistema Dublino, in primis la territorialità del primo ingresso come cardine fondamentale per la presa in carico della richiesta di protezione, e non affronterà tutte le carenze che si sono rivelate nei dieci anni di applicazione del Regolamento. Crediamo anche che l’applicazione del nuovo Regolamento richiederà uno stretto monitoraggio da parte della Commissione Europea al fine di assicurare la sua corretta implementazione da parte di tutti gli Stati Membri.
Tutte le organizzazioni che hanno partecipato a questo studio sono convinte che i principi alla base del regolamento Dublino debbano essere rivisti in maniera strutturale per disegnare un sistema più equo e umano che consideri la condizione individuale dei richiedenti asilo e le loro legittime connessioni con particolari Stati Membri, e favorisca le loro prospettive di integrazione in Europa.