Immigrati e genitori

Immigrati e genitori

11 Febbraio 2013 Off Di Redazione

Il vizio d’origine è noto: considerare gli immigrati solo come forza lavoro. Invece sono in primo luogo persone e poi molte altre cose. Spessissimo anche genitori. Ne parliamo con l’antropologa Vanessa Maher, che ha coordinato una ricerca su questo tema.

«Abbiamo voluto rovesciare lo sguardo: da un lato vedendo le cose dal punto di vista dei genitori immigrati, dall’altro interrogandoci sulle difficoltà che incontrano nell’immaginare un futuro migliore per i propri figli. La totale incertezza sulla cittadinanza ha come corollario il rischio che gli investimenti nel futuro, in molti casi, vadano in fumo». Vanessa Maher, antropologa culturale e docente universitaria, introduce con queste parole lo studio sopracitato, che Rosenberg&Sellier ha recentemente pubblicato con il titolo Genitori migranti. È una ricerca a più mani sul mondo poco esplorato delle mamme e dei papà stranieri, in particolare sul loro rapporto con la scuola e i figli. Le interviste, circa cento, sono state somministrate a genitori residenti a Verona e provincia.

Maher, lei scrive che la genitorialità per gli immigrati rappresenta uno svantaggio più che un valore sociale. Perché?
«C’è intanto un dato oggettivo e generale: in Italia genitorialità e maternità sono molto esaltate a parole, ma in concreto sono pochissimo sostenute. Nel caso degli immigrati questa mancanza di sostegno diventa ancora più marcata, basti pensare alle difficoltà legate ai ricongiungimenti famigliari. Quando si tratta di donne straniere si insiste soprattutto sulle loro qualità di lavoratrici e qualsiasi legame famigliare viene rimosso. Pensiamo alle donne impegnate nel cosiddetto lavoro di cura: per loro è quanto mai difficile farsi raggiungere dai figli perché non hanno alloggi o perché non possono portarli in casa altrui. Dalla Romania oggi è più facile andare e venire, e le donne rumene adottano tutta una serie di accorgimenti per vedere i loro figli più spesso. Le ucraine, invece, specialmente se lavorano in nero, non hanno assolutamente queste possibilità e rimangono per anni staccate dalle famiglie. Non ci sono categorie di mamme o papà che si comportano in un modo piuttosto che in un altro, come vorrebbero certe tesi. Tutti i genitori migranti tendono ad avere le stesse difficoltà, sia nelle fasi del loro percorso migratorio sia nel crescere i figli: devono misurarsi con il problema della lingua, con la discontinuità tra le loro esperienze e quelle dei figli, con l’acculturazione molto più veloce di questi ultimi».

Quali sono i timori ricorrenti tra i genitori migranti?

«Uno dei primi è legato alla scelta se portare o meno i figli con sé. Entrambe le opzioni hanno pro e contro. Una donna aveva lasciato i figli nel Paese di origine per tutta l’infanzia e l’adolescenza: quando poi questi l’hanno raggiunta, erano già grandi e non riuscivano ad inserirsi. Questo è un problema molto sentito. In passato gli immigranti di varie aree, per esempio l’Africa occidentale, tendevano a lasciare i figli a casa, con le famiglie d’origine. Oggi questo costume sta cambiando. Ma tenere i figli con sé non è semplice: si incontrano difficoltà con il lavoro, con l’accesso ai nidi e alle materne. Un altro timore, sentito da tutti i genitori, riguarda l’assimilazione di certi modelli occidentali, considerati deteriori: per esempio lo scarso rispetto per gli adulti».

Un dato che emerge dalla ricerca è la sfasatura tra gli obiettivi che si prefiggono i migranti e la realtà dei loro figli.

«Sì, dalle nostre interviste emerge che la maggior parte dei genitori non ha in testa un trasferimento definitivo in Italia. Pensa di venire qui per un periodo, guadagnare quanto basta per ritornare a casa e ricominciare lì. Ma questo non avviene quasi mai, perché non si riesce a mettere da parte quello che si vorrebbe e il ritorno è continuamente rinviato. I figli, intanto, però, crescono qui ed è qui che vedono il loro futuro. Questa è la sfasatura».

Quali strategie mettono in atto i genitori per proteggere i loro figli dal razzismo?
«Tendenzialmente, ma non sempre, i genitori sperano che casi di razzismo non si verifichino e tendono a far finta di niente. Ridimensionano la cosa, ma questi episodi sono poi gli stessi ad inquietarli quando pensano al futuro dei figli».

Cosa succede a scuola?
«Spesso si crea una frattura: i genitori migranti partecipano poco, perché hanno difficoltà oggettive o nessuno ha spiegato loro il senso e il valore della partecipazione; gli insegnanti biasimano questi comportamenti senza andare al di là, spesso perché anche a loro mancano gli strumenti per capire».

Cosa potrebbe fare la scuola per comprendere di più le esigenze di un genitore migrante?
«Ci sono molte cose pratiche che si potrebbero fare. Ad esempio, organizzare il ricevimento dei genitori con maggiore elasticità e provare a sostenere di più i ragazzi a casa: il 55% degli italiani un aiuto ce l’ha, tra i figli di immigrati la percentuale scende al 25%. Infine, nessuno ha spiegato ai genitori il perché devono essere coinvolti dalla scuola. Non è una cosa scontata».

Cosa suggerisce?
«Pochissimi di questi genitori hanno avuto l’aiuto di un mediatore culturale, che viene chiamato solitamente in situazioni di emergenza. Sarebbe molto utile un rapporto più continuativo, e che il mediatore facesse anche da modello di riferimento. Il ruolo di modello di riferimento è spesso affidato ai genitori, ma nel caso dei genitori migranti è più difficile. Se i genitori non sanno parlare bene l’italiano, se fanno le pulizie e il loro figlio magari si vergogna della loro condizione, hanno bisogno di molto sostegno. Anche perché il figlio, a sua volta, se non ha un punto di riferimento, ne cercherà un altro, e non è detto che ne trovi uno positivo».