La versione di Isoke

La versione di Isoke

16 Febbraio 2013 Off Di Redazione

Isoke Aikpitany è stata una donna prostituita. Con il suo compagno ha costruito una rete per aiutare altre ragazze nigeriane a uscire dalla tratta. Le sue considerazioni, il suo “metodo”.

I numeri, per incominciare Qualcuno dice che le vittime di tratta, in Italia, siano 30 mila. Qualcuno dice che sono di meno. Qualcuno che sono di più. Io sono tra questi. Ma siccome sono quasi tutte irregolari, la verità è che non ci sono numeri certi. A volte le stime sono fatte apposta per mostrare risultati migliori: se 10 mila ragazze ottengono aiuto e le ragazze sono 30 mila, vuol dire che i risultati sono ottimi, ma se le ragazze sono 100 mila la valutazione cambia.
Su una cosa comunque concordano tutti (ricercatori, studiosi, esperti): la metà sono nigeriane.
Una cosa invece non la dice nessuno: il problema esiste da almeno 20 anni e già 20 anni fa si diceva che ce ne erano almeno 30 mila: ovviamente non sono le stesse di oggi. Cioè da 20 anni le ragazze continuano ad arrivare.
La domanda più opportuna, allora, non è «quante sono le vittime della tratta?», ma quante sono state. E che fine hanno fatto le vittime di 20 anni fa, perché in strada – è evidente – non le troviamo più. Tante sono morte… Almeno 500 nigeriane sono morte. Altre hanno lasciato l’Italia. Altre sono tornate a casa. Altre sono uscite fuori di testa e vivono come barbone o pazienti psichiatriche. Altre ancora sono qui: qualcuna sposata, felice, madre. Qualcuna ancora disperata alla ricerca di stabilità. Altre trasformate in maman.

I servizi accreditati e finanziati per combattere la tratta, affermano di averne tirate fuori circa 10 mila negli ultimi dieci anni. Se questo sia un grande o un piccolo risultato dipende, come dicevamo, dai numeri assoluti. In ogni caso, noi (parlo della casa di accoglienza La casa di Isoke e delle altre che sono state avviate sulla sua falsariga) abbiamo ottenuto pressappoco lo stesso risultato, con una particolarità: le nostre sono tutte nigeriane.

I clienti: problema o risorsa? Anche rispetto ai clienti non ci sono numeri certi. C’è chi parla di dieci milioni, chi di cinque, chi di due milioni e mezzo. Non sono differenze da poco. Tra dieci milioni e due e mezzo cambia totalmente la percezione del fenomeno e la decisione su cosa sarebbe necessario fare rispetto a loro: perseguirli? Curarli? Compatirli?

Noi siamo attive da circa dieci anni e in questi dieci anni abbiamo avvicinato circa 20 mila clienti, riuscendo a farne entrare la metà nella nostra rete di supporto. Abbiamo fatto conoscere la condizione delle ragazze (molti tra loro la ignoravano) e abbiamo spiegato che il loro contributo poteva essere essenziale per uscire dalla condizione di schiavitù. Con un lavoro semplice ma attento di sensibilizzazione e informazione abbiamo avuto buoni risultati: quasi nessuno vuol essere cliente di schiave, tanto per indicare un elemento. I clienti, da un certo punto di vista, sono una risorsa, o meglio possono essere una risorsa.

Il maggior numero di ragazze nigeriane che esce dalla tratta, ci riesce con il sostegno di un cliente. La nostra rete di sostegno all’uscita è rafforzata da ex clienti che offrono alle ragazze una concreta possibilità di entrare in un rapporto d’amore, in una relazione di amicizia, in una famiglia accogliente.
Che siano stati clienti diventa un fatto transitorio perché lo sono stati per svariate ragioni personali che hanno superato insieme ad altri uomini uguali a loro, in relazione di auto – mutuo aiuto. E allora bisogna sostenere le reti maschili anche a fini di prevenzione del problema dello sfruttamento delle donne. Il pensiero dominante porta invece a criminalizzare i clienti o a considerarli “malati”.
La storia della casa di Isoke Io sono stata la prima a esser sostenuta dalla Casa di Isoke. Claudio, il mio compagno, mi ha accolta in una casa presa apposta per tutelarmi e curarmi, un posto nascosto perché ero fuggita dai trafficanti. Intanto il suo impegno contro la tratta dava i primi frutti: associazioni e persone lo cercavano per avere un appoggio. Così mi sono trovata ad avere sempre per casa persone che volevano trovare una via di uscita per delle ragazze nigeriane che portavano all’incontro.
Le ragazze vedevano me e cominciavano a cercarmi e telefonarmi anche dopo quel primo strano incontro.

Dal 2003 al 2006 mi sono occupata, così, di una cinquantina di ragazze: alcune hanno vissuto con me per periodi più o meno lunghi. Per altre ho aperto nuove microstrutture chiamate anch’esse La Casa di Isoke e intanto Claudio cercava di organizzare le persone che, in numero sempre più consistente, si avvicinavano a noi in gruppi maschili e gruppi sociali spontanei.
Tutte le case sono state chiamate Casa di Isoke perché al loro interno veniva fatto quel che facevo io: accogliere senza se, senza ma. Questa è diventata la metodologia che propongo. In ognuna di queste case, in giro per tutta l’Italia, sono intervenuta per dare una mano e render più facili i rapporti umani, culturali. La mia metodologia, così, si è perfezionata: serve un’accoglienza senza se e senza ma e serve una pari che sta a fianco delle ragazze in tutto e per tutto.

Nel 2007 esce il mio libro Le ragazze di Benin City (Melampo). È stato un boom di contatti: vado in tv, sui giornali, giro l’Italia. Le ragazze che cercavano una via d’uscita ed erano in contatto con me, a quel punto, erano centinaia. Allora ho deciso di mettere in piedi formalmente l’associazione vittime ed ex vittime della tratta.

Nascono siti, blog, pagine facebook, iniziative varie. Una realtà difficile perché si tratta di persone e famiglie legate a ragazze, e quando i problemi delle ragazze sono risolti, solo una parte di quelle persone resta in rete per occuparsi di altre. Anche perché la nostra caratteristica è il dopo: che ne è delle ragazze una volta che sono uscite dalla tratta e si inseriscono nella realtà italiana? Una parte importante del nostro lavoro inizia proprio qui, nel dopo, quando i nodi vengono al pettine e le difficoltà potrebbero far ricadere le ragazze più facilmente che farle restare fuori defnitivamente.

Ma perdiamo molte persone che una volta risolto il problema preferiscono vivere normalmente e serenamente, senza render continuamente visibilile la loro storia. Così perdiamo per strada le nostre risorse umane migliori, ma questo è il nostro risultato migliore.

Il presente Attualmente le case di accoglienza sono quattro: in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Liguria.

 Sono autogestite: al loro interno operano ex vittime che aiutano vittime. 

E autofinanziate: non accediamo a finanziamenti e a contributi istituzionali.

L’autogestione e l’autofinanziamento sono una scelta, un metodo operativo.

 In questo momento mi occupo di 12 ragazze che restano in accoglienza da tre a sei mesi, massimo 12 mesi, poi, conquistata l’autonomia, studiano, lavorano e vanno in un’altra casa, così altre possono essere accolte.

In altre località ci sono altre otto “Isoke”, nigeriane ex vittime della tratta che, come me, accolgono e danno una mano ad altre: non hanno un’attività ampia come la mia, ma ciascuna ne sostiene una e poi un’altra e poi un’altra ragazza ancora, con la mia “supervisione” perché molte ragazze cercano una via di uscita. 

Ogni “Isoke” provvede economicamente alle necessità delle ragazze che ospita. Ogni Isoke assicura accoglienza da tre mesi a un anno e cura poi il passaggio ad una fase successiva. In questo momento le altre Isoke stanno dando accoglienza a 8 ragazze. Queste altre Isoke sono attive dal 2007 e da allora ad oggi hanno sostenuto circa 100 ragazze nigeriane.

 Oltre a questa rete di vittime ed ex vittime, c’è anche la già citata rete maschile di clienti/ex clienti/finti clienti.

Isoke Aikpitany