Nata male. Finita peggio

Nata male. Finita peggio

2 Febbraio 2013 Off Di Redazione

La circolare del 18 Febbraio chiude definitivamente l’accoglienza dei profughi provenienti dalla Libia.

Una “emergenza” nata male, e finita peggio: così si potrebbero definire i due anni di “gestione” dei profughi in arrivo dalla Libia. La chiusura delle strutture di accoglienza, annunciata da mesi, parrebbe a questo punto definitiva: una circolare del Ministero dell’Interno, datata 18 Febbraio, detta le ultime disposizioni che dovrebbero mettere la parola fine a un’esperienza durata quasi due anni. Vediamo più in dettaglio, dunque, cosa dice la circolare.

“Percorsi di uscita”: i rimpatri volontari
In poche e scarne righe, il Ministero suggerisce alcune “misure per favorire percorsi di uscita”: provvedimenti, cioè, che dovrebbero aiutare i profughi a trovare sistemazioni alternative, agevolando così la chiusura delle strutture di accoglienza.

Uno degli strumenti individuati è il “rimpatrio volontario”: la possibilità di tornare al proprio paese di origine con un piccolo contributo economico.
Su questo punto, le cifre sono tutt’altro che chiare. Nel 2011, la Protezione Civile ha incaricato l’Oim – l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni – di fornire assistenza logistica ai rimpatri: le risorse stanziate – circa 900.000 euro – erano in grado di garantire il rientro ad un “contingente di 600 immigrati” (così si legge in un’ordinanza del governo del 5 agosto 2011). Successivamente, il 9 novembre scorso, la Protezione Civile ha rinnovato la Convenzione con l’Oim stanziando ancora 900.000 euro. Stando a queste cifre, dunque, il Governo sarebbe stato in grado di effettuare fino a 1.200 rimpatri nell’arco di due anni. Il “documento di indirizzo” approvato dalle Regioni nel settembre 2012 parlava invece di 1.584 “rimpatri attivabili”. Ma nessun atto ufficiale specifica quanti rientri sono stati effettuati nella realtà.

Quel che è certo è che solo una (piccola) parte dei circa 18.000 profughi potrà usufruire della possibilità di rientro. Anche perché in molti casi tornarsene a casa non è facile: tra le persone accolte ci sono coloro che – perseguitati nei propri paesi per le loro opinioni politiche o religiose – difficilmente potrebbero tornare nei luoghi di origine.

L’inserimento nello Sprar
Un’altra misura individuata dal Ministero è l’inserimento dei profughi all’interno delle strutture dello Sprar, cioè del sistema di accoglienza destinato a tutti i richiedenti asilo e rifugiati (non solo a quelli provenienti dal Nord Africa).

Il problema è che la rete Sprar dispone di appena 3.000 posti, gran parte dei quali ovviamente già occupati. In vista dell’imminente chiusura dell’«Emergenza Nord Africa», la Protezione Civile e l’Anci hanno stanziato risorse straordinarie, e ai 3.000 posti già esistenti ne hanno aggiunti altri 800. Ma è troppo poco per soddisfare la richiesta dei circa 18.000 profughi da sistemare. E infatti, la circolare del Ministero è abbastanza cauta: le strutture Sprar, precisa, «dovranno essere utilizzare per le categorie vulnerabili». Poche centinaia, forse poche decine di persone.

La “buonuscita” di 500 euro
Una manciata di profughi usufruirà dunque dei rimpatri volontari assistiti; un’altra manciata sarà inserita nelle strutture Sprar. Ma dove andranno tutti gli altri, cioè la maggioranza delle persone accolte con l’Emergenza Nord Africa?

«Al fine di regolare le modalità di uscita, si ritiene praticabile (…) utilizzare la corresponsione di 500 euro pro-capite». Così recitano le ultime righe della circolare. Ai migranti che, chiuse le strutture di accoglienza, non sapranno dove andare a dormire, si fornisce una cifra modesta ma – così pensano al Viminale – sufficiente a tacitare le proteste: a rendere gli (ex) ospiti un po’ meno “arrabbiati”, un po’ più disponibili ad andarsene senza far troppo chiasso…

Ma cosa può fare concretamente con 500 euro un immigrato che ha vissuto per due anni al di fuori del mercato del lavoro, isolato dal contesto sociale, chiuso in una struttura in attesa di una risposta alla sua domanda di asilo? Con 500 euro non si affitta una casa, non si apre un’attività commerciale o economica. 500 euro servono, forse, per pagarsi un viaggio fuori dall’Italia: per prendere un aereo e sopravvivere qualche giorno in una città europea. Ed è proprio questa, forse, la speranza di chi ha scritto la circolare: che i profughi se ne vadano a cercar fortuna in qualche posto fuori dall’Italia. E che finiscano a dormire sotto un ponte, lontano da noi.

Sergio Bontempelli