Studenti senza residenza

Studenti senza residenza

2 Febbraio 2013 Off Di Redazione

Nelle case dello studente del Friuli e in alcune della Lombardia non si può prendere la residenza. Con ricadute pesanti per gli stranieri. Altrove le cose vanno diversamente…

Marhian solleva il caso… 
Prendere la patente, comprare un motorino, chiedere un prestito o “accumulare” gli anni per la cittadinanza diventano “azioni impossibili” quando non si ha la residenza anagrafica. Ecco allora che anche regole apparentemente pacifiche possono creare discriminazioni. Ne sa qualcosa Marhian Bissila, studente congolese dell’Università di Udine, che trovandosi nell’impossibilità di ottenere la residenza ha lanciato una protesta contro l’Erdisu, l’ente regionale del diritto allo studio del Friuli Venezia Giulia. Lui viveva a Udine, nella Casa dello studente di viale Ungheria, e gli serviva fissare la residenza. Ma non poteva: nessuno può richiederla nelle Case dello studente. Il motivo, secondo Magda Uliana, direttrice dell’ente, risiede nel profilo stesso di queste strutture, equiparabili agli alberghi. «Lei può forse richiedere la residenza in un hotel?». Equiparabile però non vuol dire identico. Tanto che altrove le cose vanno diversamente. «A Trieste, stessa regione, si è comunque meno rigidi e dei miei conoscenti erano riusciti ad ottenerla», spiega Bissila. «Stessa cosa per amici che alloggiavano a Firenze e a Roma». Erano proprio questi i cavalli di battaglia di Bissila: il primo, che due città della stessa regione si comportassero in modo diverso; il secondo, che enti regionali di uno stesso Paese ragionassero in termini opposti. Sara G., anch’essa studente congolese, viveva nella Casa dello studente a Trieste nel 2010. E conferma le dichiarazioni di Bissila. «Io personalmente non ho fatto richiesta. Ma i miei compagni, tra cui molti marocchini, l’hanno fatto con successo».

Ma, alla fine, prende una casa in affitto 
La residenza anagrafica non si chiede ovviamente all’Erdisu bensì all’ufficio anagrafe del Comune, che poi provvede, tramite il messo comunale, ad accertarne la veridicità. Nei casi di “convivenza anagrafica”, cioè quando si vive con persone che non appartengono al proprio nucleo famigliare, deve essere però il “capo convivenza” ad autorizzarla. Nel caso specifico il capo convivenza coincide con l’Erdisu. E dice no. Il Comune di Udine, dal canto suo, non accetta la richiesta. «Da parte nostra c’è la massima disponibilità», specifica il sindaco, Furio Honsell. «Il problema tuttavia è della Casa dello studente che deve trovare una formula diversa da quella dell’albergaggio. Se si dichiarano disponibili, non c’è dubbio che per quanto ci riguarda saremo ben lieti di concedere la residenza a Udine ai ragazzi».

Sulla non omogeneità dell’applicazione regionale di questa regola, Uliana glissa. «Non ci risulta che a Trieste si operi in altro modo – taglia corto – e quel ragazzo è stato finora il primo a lamentarsi. Le residenze universitarie sono un domicilio temporaneo, strettamente legate allo status di studente. Solo in situazioni eccezionali, e in maniera discrezionale, è possibile fare delle concessioni». Tradotto: nessuno ce lo vieta, ma le problematiche degli studenti stranieri non rappresentano a nostro avviso una possibile  eccezione.

Bissila, alla fine, ha ceduto: ha affittato una casa, assieme al fratello, ed ha ottenuto l’agognata residenza anagrafica. Non per questo, però, ha rinunciato a denunciare la vicenda. Ettore Rosato, parlamentare triestino del Partito Democratico, lo scorso anno, ha rivolto un’interpellanza parlamentare ai ministeri dell’Interno e dell’Istruzione. «Avevo scoperto, ad esempio, che nel Lazio non si poneva nessun problema alla concessione della residenza. E per questo ho chiesto una chiarificazione», spiega. «È vero che le assegnazioni delle case dello studente hanno durata di 11 mesi, ma è pur vero che, per tale periodo, la permanenza diventa stabile».

Cosa succede fuori dal Friuli Anche il Cidis, il consorzio pubblico interuniversitario per il diritto allo studio universitario di Milano, Como e Varese, è recalcitrante ad autorizzare la residenza. Qui, a differenza che per l’Erdisu, la regola è messa nero su bianco sul documento Le residenze e i collegi C.I.DI.S scaricabile dal sito internet. Chiamiamo il numero verde e chiediamo a cosa faccia riferimento questa regola. «A niente, è un nostro diktat – ci rispondono –. Se lo permettessimo dovremmo di anno in anno comunicare tutti i nominativi degli studenti che non vivono più qui: un caos». In Toscana però lo fanno e non risultano particolari problemi. Gli uffici di Firenze e Siena del Dsu, ente per il Diritto allo Studio Universitario della Toscana, ce lo confermano. «Alla scadenza del periodo di assegnazione, se la persona non risiede più nella Casa dello studente, avvisiamo il Comune, che a sua volta provvede alla cancellazione della residenza». Nessun caos, quindi. E anche Lucia Estivi, responsabile dei Servizi demografici dell’amministrazione senese, ci conferma  la non eccezionalità della questione.

C’è un vuoto normativo Il regolamento anagrafico del 30 maggio 1989 (d.p.r. 223/89), tra le convivenze anagrafiche, all’articolo 5, non cita anche quelle per studio (bensì per motivi «religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili»). Ma è pur vero che sono espressamente escluse solo le persone ospitate «anche abitualmente negli alberghi, locande, pensioni e simili», nonché militari di leva e di carriera, i ricoverati in istituti di cura (sotto i due anni) e i detenuti in attesa di giudizio. «È indubbio che le convivenze in studentati siano paragonabili a quelle ammesse dalla norma», ci dice Nazzarena Zorzella, del direttivo dell’Asgi.

Anche il testo unico sull’immigrazione del 1998 sembra suggerire questa possibilità. «All’articolo 6 – ci spiega Paolo Bonetti, costituzionalista e anche lui aderente all’Asgi – nel caso degli stranieri, la dimora è considerata abituale anche in caso di “documentata ospitalità da più di tre mesi presso un centro di accoglienza”». Per centri di accoglienza, secondo l’articolo 40 dello stesso testo unico, si intendono le strutture che «provvedono alle immediate esigenze alloggiative ed alimentari», nonché «all’offerta di occasioni di apprendimento della lingua italiana, di formazione professionale, di scambi culturali con la popolazione italiana, e all’assistenza socio-sanitaria». Quindi, ci potrebbe stare. Ma in Friuli e in Lombardia non la pensano così. La regola – è bene ripeterlo ancora – vale per tutti. Ma, è evidente, rappresenta un problema solo per gli studenti stranieri.

Luigi Riccio