Autogestione e altre storie

Autogestione e altre storie

13 Marzo 2013 Off Di Redazione

Emergenza finita ma non troppo. Ecco cosa sta accadendo a Pisa. La situazione nelle altre città italiane.

Il “campo profughi” di Via Pietrasantina è a due passi dalla Torre Pendente: i cartelli stradali indicano il parcheggio dove ogni giorno sbarcano i pullman carichi di turisti. Giapponesi, americani e spagnoli escono coi loro ombrellini da sole e gli occhiali scuri, mentre le guide indirizzano le comitive verso la Torre.
Sull’altro lato della strada c’è un cancello giallo con il vessillo della Croce Rossa. A vederlo da fuori sembra una specie di magazzino, o un parcheggio per gli automezzi di servizio. Ma basta avvicinarsi un po’ per trovarsi di fronte a una fila di container metallici.

Qui – mimetizzati tra i capannoni di un’area industriale – hanno vissuto per quasi due anni venti profughi fuggiti dalla Libia. Con i (generosi) finanziamenti dell’Emergenza Nord Africa, la Croce Rossa ha allestito il campo sulle rive di un fosso maleodorante: i migranti vi hanno vissuto dormendo tutti in un unico container, freddo d’inverno e rovente d’estate, con un solo bagno a disposizione. Uno scandalo denunciato mesi fa da Rebeldia, il network di associazioni attivo anche nella solidarietà ai migranti.

E proprio a Rebeldia si rivolgono i profughi, in vista del loro “sfratto” dalla struttura di Via Pietrasantina. Li incontriamo il 26 febbraio, due giorni prima del fatidico 28: ci raccontano di non avere prospettive, di non sapere dove andare. Chiedono il nostro aiuto: sono disposti a forme estreme di lotta, propongono uno sciopero della fame e un’occupazione della struttura.

Una trattativa (im)possibile
Siamo abituati a “crisi umanitarie” di questo tipo: in passato, si sono rivolti a noi i rom vittime di sgomberi, o i senegalesi sfrattati dalle case. Sappiamo quanto sia difficile una “lotta ad oltranza” per obiettivi pur sacrosanti. Troppo impari le forze. Troppo deboli, di fronte all’opinione pubblica, le ragioni della solidarietà. E troppo facile, per il Comune, sollecitare il razzismo diffuso: «cosa vogliono loro, prima ci sono gli italiani…».

Cerchiamo di capire se ci sono i margini per una trattativa. Sembra che la Provincia abbia trovato cinque o sei tirocini lavorativi; alcune fattorie e aziende agricole, collegate alla rete di Rebeldia e dei Gruppi di Acquisto Solidale, metterebbero a disposizione qualche posto letto in emergenza. Non è molto, ma è una base di partenza. Se avessimo qualche giorno di tempo, potremmo trovare soluzioni dignitose per tutti.

Parliamo a lungo con i migranti, discutiamo insieme delle strategie da mettere in campo. Loro sono indignati: dopo mesi di vita in condizioni disumane, pretendono dignità e rispetto. Vogliono scendere in piazza e urlare al mondo le loro ragioni. Noi, più disincantati, forse anche più scoraggiati, siamo cauti: c’è il rischio che una lotta, pur generosa, rimanga isolata, e le conseguenze di una sconfitta ricadrebbero tutte su soggetti già deboli. Ecco il primo paradosso di questa storia: noi, i “rivoluzionari”, ci troviamo nostro malgrado a fare i “pompieri”.

Alla fine, decidiamo di proporre una tregua. Di chiedere alla Croce Rossa una proroga dello sfratto. La struttura di Via Pietrasantina è del Comune, dunque non ci sono problemi con la proprietà. Con qualche giorno di tempo, e con l’aiuto degli enti pubblici, è possibile attivarsi e trovare soluzioni dignitose. Ci attacchiamo al telefono e mobilitiamo tutti i nostri canali diplomatici. La via di uscita è a portata di mano.

Il 28 febbraio
Il 28 febbraio è – dovrebbe essere – il giorno della tregua. Di buon mattino, arrivano gli operatori della Croce Rossa. Senza proferir parola, smontano tutto: portano via letti e materassi, caricano sui camion derrate alimentari, coperte, stufe elettriche. I container restano vuoti. Proviamo a chiedere spiegazioni: «non sappiamo nulla, ci hanno ordinato di fare così». La Croce Rossa è pur sempre un corpo militare, e gli ordini non si discutono.

Un’ora dopo arrivano i dirigenti. Ci spiegano che non è possibile rimanere nella struttura, ma che la Croce Rossa si è attivata per trovare sistemazione a tutti nell’Ostello della Gioventù: con dieci euro a notte i migranti avranno anche la colazione. Naturalmente, l’ostello sarà a spese loro: potranno pagarlo con i 500 euro di buonuscita garantiti dalla Prefettura. Nel frattempo, se gli enti pubblici si attiveranno, si potranno trovare altre soluzioni.

Ci guardiamo intorno. Al centro di accoglienza non c’è un assessore, un funzionario pubblico, un rappresentante degli enti locali. Nessuno che possa prendere impegni sul futuro. L’assessore della Provincia “è in riunione” e si fa negare al telefono. Quella del Comune, dicono, è malata. Ci chiedono di uscire senza prendere alcun impegno. I migranti sono furibondi, si sentono presi in giro. Nel frattempo si viene a sapere che all’Ostello non ci sono posti liberi…
Decidiamo di non andarcene e di rimanere nella struttura. Da questo momento, il centro di accoglienza (ex) Croce Rossa è autogestito. I volontari di Rebeldia portano coperte, materassi per dormire e qualche stufa elettrica. Un gruppo di studenti va a fare la spesa.

Il ricatto dei soldi…
Alle sette di sera arriva un operatore di Croce Rossa con il telefono in mano. È l’assessore del Comune, che chiede di parlare con noi. Si avvicina un volontario di Rebeldia, ma viene fermato: «L’assessore non parla con chi “istiga i profughi a compiere atti illegali”». Dice proprio così: istiga.
Prende il telefono Fabio, uno studente che da tempo segue i ragazzi di Via Pietrasantina, e che per loro ha fatto l’insegnante volontario di lingua italiana. L’assessore gli dice che i profughi devono andarsene. E suggerisce di non fidarsi di chi “istiga”.

Alle otto di sera ci spiegano che se i profughi non escono entro la mezzanotte non avranno i 500 euro dalla Prefettura. Chiediamo il perché e ci viene risposto che così dice la legge. Mostriamo le circolari del Ministero dell’Interno, facciamo vedere che non esiste una legge del genere. La risposta è lapidaria: «è così e basta».

… e del permesso di soggiorno
Restiamo nella struttura in attesa di riaprire una trattativa. I volontari di Rebeldia fanno i turni per dormire, la notte, assieme ai rifugiati. Le giornate passano tra momenti di angoscia e pause di serenità. Il centro si riempie di ragazzi: sono gli studenti del Corso di Laurea in “Scienze per la Pace”, che si organizzano per portare solidarietà ai rifugiati. Spuntano chitarre, dolci fatti in casa, palloni per giocare all’aria aperta.

Il cinque marzo, una settimana dopo l’inizio dell’autogestione, i quotidiani ospitano il comunicato congiunto degli enti locali. «Il Comune e la Provincia di Pisa sconsigliano i profughi di lasciarsi sedurre da chi, in nome dei diritti umani, li spinge verso occupazioni abusive che nuoceranno al loro percorso di legalità. Dopo tanta fatica e tanti rischi scampati sarebbe un peccato perdere i diritti. Le istituzioni invitano a riflettere».
Traduzione: chi è rimasto nella struttura, chi “autogestisce”, non avrà il permesso di soggiorno. Peccato che il soggiorno dei rifugiati sia un diritto. Peccato che, a termini di legge, i documenti possano essere tolti solo in presenza di reati gravissimi.

La proposta. E la tregua
Cerchiamo di capire, tutti insieme, come uscire da una situazione di stallo. I migranti hanno un’idea: «molti di noi in Libia erano manovali e muratori… potremmo ristrutturare il centro di accoglienza, renderlo vivibile e dignitoso, metterlo a disposizione di tutti».

L’Unione Inquilini segnala che diverse famiglie, a Pisa, sono sotto sfratto, e rischiano di finire per strada. Sono famiglie italiane, a cui il Comune – che ogni giorno invoca lo slogan “prima gli italiani” – non ha offerto alcuna prospettiva. I rifugiati potrebbero ristrutturare il centro di accoglienza, per adibirlo a spazio di emergenza abitativa. In una conferenza stampa, spieghiamo i dettagli della proposta.

Venerdi 9 marzo, finalmente, i rifugiati vengono ricevuti da una delegazione istituzionale. L’assessore comunale rinnova l’invito a non fidarsi degli “istigatori”. Il Presidente della Croce Rossa si dice indignato per il comportamento dei profughi. Ma l’imbarazzo è evidente. Non sanno nemmeno loro come uscire da questa situazione: e forse uno sgombero di rifugiati, in piena campagna elettorale, non conviene a nessuno.
A rompere gli indugi è la Croce Rossa. «Siamo un’organizzazione umanitaria», dice il Presidente. Potevano ricordarselo prima. «Non ce la sentiamo di allontanare dei profughi». Lo sgombero è rinviato. Non abbiamo vinto la battaglia, ma abbiamo una tregua. Staremo a vedere.

Sergio Bontempelli