La fabbrica degli stereotipi: ma perché?

La fabbrica degli stereotipi: ma perché?

2 Marzo 2013 Off Di Redazione

Giornali, radio, soprattutto tv: alimentano i pregiudizi verso gli stranieri. Molti gli studi che lo provano. Ma perché accade?

Lo abbiamo chiesto a Jeroen Vaes, coordinatore di una ricerca sul tema presentata dal dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell’Università di Padova.

Professor Vaes, i media hanno un ruolo nella costruzione di miti come la pericolosità degli stranieri?
«Sì, e la nostra ricerca lo conferma. È una responsabilità che si palesa, per esempio, nella scelta di sottolineare la nazionalità dell’autore di un fatto criminoso, nella ricerca di titoli a effetto e nell’uso di un linguaggio approssimativo e scorretto, ma anche in una rappresentazione stereotipata dei paesi di provenienza dei migranti, raccontati quasi sempre come sottosviluppati e pericolosi. Da luoghi del genere, che cosa può arrivare se non persone da temere e che non hanno nulla da perdere?».

Ma perché succede, secondo lei?
«Non ho una risposta “scientifica”, tanto più che, durante la ricerca, abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui giornali, in particolare i quotidiani, senza interpellare i giornalisti. Ma un’ipotesi possiamo farla. In alcuni casi, tra l’altro facilmente individuabili, il ricorso allo stereotipo, e dunque il rafforzamento del pregiudizio, rispondono a un obiettivo politico e ideologico preciso. C’è un’agenda politica che vuole che i migranti siano rappresentati in un certo modo perché questo è funzionale a precise strategie. E i giornalisti che lavorano per testate correlate a questa agenda eseguono gli ordini. Da un punto di vista deontologico ci può essere molto da dire, per quanto riguarda la linearità dell’azione molto poco. A meno, certo, che il giornalista in questione sia in privato dissidio interiore con la sua testata (ma qui apriamo un altro fronte). In tutti gli altri, l’uso degli stereotipi e la costruzione dei pregiudizi ricorrono quasi sempre in modo del tutto inconsapevole e sono la conseguenza di una discreta ignoranza di base mescolata a supponenza o alla fretta imposta da un certo tipo – ormai prevalente – di organizzazione del lavoro. Non c’è il tempo o la voglia di capire di più, in particolare in un ambito come questo, poco esposto alle querele e alle richieste di rettifica».

Come si potrebbe intervenire rispetto a questo “segmento”?
«Per quanto riguarda gli aspetti formali potrebbe essere utile una norma sociale che sanzionasse la scelta di questi linguaggi (un po’ come è avvenuto negli anni ‘70 a proposito delle espressioni sessiste). Spinge in questa direzione l’associazione Carta di Roma. C’è un osservatorio, non ancora ufficializzato, che dovrebbe occuparsi di questo. Ci sono gli sportelli dell’Unar a cui ci si può rivolgere per segnalare abusi e discriminazioni. Questo tipo di azione non produce dei risultati immediati, ma nel tempo potrà essere un efficace agente di cambiamento. Per quanto riguarda l’ignoranza, l’unico modo è combatterla con la cultura. Ma in questo caso diventa davvero difficile, dal momento che le vittime – i giornalisti che non sanno – dovrebbero essere loro stesse artefici di cultura. Sicuramente un maggior contatto reale con le persone immigrate potrebbe essere utile. Il contatto diretto, infatti, riduce i pregiudizi. Vale per tutti, giornalisti e no».

Ma lei non ha anche la sensazione che a volte il problema sia legato a una mancanza di parole adeguate? Pensiamo al termine seconde generazioni, correntemente usato, però decisamente improprio…
«Questo è vero. Spesso mancano le parole per parlare di un’identità che va oltre l’italianità. Mancano le parole e i concetti per parlare della trasformazione in corso nella società. La mancanza di parole adatte a dire quel che sta accadendo riflette l’inadeguatezza dell’idea dominante di immigrazione. Molti continuano a pensare che l’immigrazione sia qualcosa a cui si possa dire sì o no. Non riescono a riconoscere la sua dimensione strutturale e globale».

Quali sono gli svarioni più grossi emersi dalla vostra ricerca?
«Ci siamo focalizzati sulla cronaca, nel periodo 2008-2012, abbiamo confrontato il modo in cui venivano trattati i migranti e gli autoctoni coinvolti in situazioni analoghe e abbiamo visto che il trattamento differisce notevolmente. Viene dato un rilievo incredibile alla nazionalità, come avveniva trent’anni fa con i meridionali. La nazionalità viene sostantivata. È una cosa che in altre lingue non avviene, che non si può proprio fare. In molti casi poi, le generalità della persona immigrata vengono date in modo incompleto, con la scusa che il cognome è difficile. È vero: certi cognomi sono difficili da pronunciare e trascrivere, ma questo non può in nessun modo rappresentare una valida ragione per ometterli in un contesto in cui si starebbe facendo informazione».

Ma perché sradicare i pregiudizi è così difficile?
«Questo non può stupire perché il pregiudizio ha una funzione adattativa importante. Tutti noi abbiamo bisogno di dare per assodate alcune cose, non potremmo ogni volta passare attraverso le verifiche empiriche. Non ne potremmo fare a meno. Servono a vivere. Il problema nasce quando il pregiudizio resiste all’evidenza, non viene scalfito dai fatti. Un classico è il meccanismo della sottocategorizzazione: di fronte a qualcosa che contraddice il mio pregiudizio, reagisco definendo eccezionale quel qualcosa. Per superare i pregiudizi che offuscano la nostra visione bisogna procedere alla loro decostruzione. È un processo impegnativo, che richiede informazioni, esperienza e soprattutto la disponibilità reale di chi lo mette in atto».

Qual è il modo più efficace di interagire con chi è abbarbicato a pregiudizi razzisti?
«La pazienza, la fermezza, la disponibilità al dialogo e… un filo di speranza! Colpevolizzare e attaccare invece, non serve a nulla. Il muro contro muro porta a un rafforzamento delle convinzioni di base».