Intervista a Dzemilla Salkonovic

Intervista a Dzemilla Salkonovic

11 Marzo 2013 Off Di Redazione

Dzemila Salkonovic è una donna rom e gestisce attualmente una casa di accoglienza per richiedenti asilo a Roma. Della capitale conosce ormai infiniti aspetti, non solo quelli legati alle problematiche della sua gente. Fa parte di una delle esperienze più interessanti degli ultimi anni, l’Associazione 21 luglio, e ha raccontato, nel corso del suo intervento all’iniziativa organizzata da Amnesty International, delle condizioni inaccettabili in cui vivono migliaia di persone “colpevoli” di essere rom. Ha raccontato dei circa 200 insediamenti abusivi ciclicamente sgomberati e distrutti, senza lasciare il tempo, alle persone, neanche di raccogliere le proprie cose; degli otto campi sosta tollerati, composti da baracche e container nelle vicinanze dei quartieri; dei “villaggi separati”, lontani dalla città, veri e propri ghetti, se non lager. A Roma la vita per i rom sembra peggiorare anno dopo anno.

«Sì, è diventata più difficile: sia nei rapporti con la città che con i gagè (i non rom)» dice Salkonovic. «Ma è diventata più difficile anche per voi. Venti anni fa mancavano acqua e servizi, oggi è peggio. Tanti campi sono fuori dalla città e da ogni servizio. Ci sono più bambini che vanno a scuola, ma pochissimi che finiscono la scuola primaria. La vita è peggiorata nelle possibilità di integrazione, è calato il livello culturale. Prima si viveva dentro la città, e anche se la gente non ci voleva, c’era meno pregiudizio. Oggi ci vedono tutti come delinquenti che non vogliono integrarsi. Il problema è che la scolarizzazione è ancora bassa, c’è scarsa conoscenza dei diritti e dei doveri, non ci si sente come partecipanti attivi, ci sentiamo fuori dalle mura. La vita concreta è questa: se sanno che sei rom non trovi lavoro. Conosco persone che lavoravano in fabbrica o a servizio nelle famiglie, ma sono state licenziate quando si è scoperto che erano rom. In molti casi direttamente non vieni assunto. Magari ti mettono in prova, ma poi non ti prendono. Da donna conosco vari casi di donne che hanno denunciato di aver subito violenze, ma non hanno trovato case di accoglienza disposte ad accoglierle. Quindi non possono lasciare i loro persecutori. Per un rom oggi è addirittura più difficile che in passato prendere casa in affitto».

Questo accade anche perché c’è scarsa conoscenza della realtà?
«Sì, prevale un’ignoranza reciproca. Ci si conosce poco. La pratica dimostra che quando ci si conosce le barriere saltano, ma è raro conoscersi e riconoscere l’altro come una persona che vive le tue stesse difficoltà. I punti da cui si parte sono davvero molto diversi: ci sono ragazzi di terza generazione che a causa dell’assenza dei documenti dei loro nonni oggi ancora non esistono per lo Stato. Si potrebbe fare qualcosa per i loro documenti partendo da un dato di fatto. Prima si partoriva in casa o in tenda e non si veniva iscritti all’anagrafe. Servivano due testimoni per confermare che chi nasceva era tuo figlio e le madri non si fidavano. Le donne avevano e hanno diritto ad un piccolo sussidio, ma non lo chiedevano sia per ignoranza sia per paura che venissero tolti loro i figli dallo Stato. Io ho lavorato anche in una casa famiglia e ho incontrato tante persone a cui questo era accaduto. Mi hanno raccontato vicende di funzionari dei servizi sociali che avevano paura ad entrare nei campi e che poi imputavano alle donne la scarsa attenzione ai figli. C’è stato anche chi denunciava i genitori perché baciavano sulle labbra i figli, quando in questo non c’era nulla di attinente alla sfera sessuale. Quando il bambino ti viene tolto devi avere gli strumenti per riprendertelo, sapere come muoverti, poterti permettere legali e questo per molte è stato impossibile. Ci sono sati tanti bambini sottratti violentemente alle famiglie: se sono troppo grandi girano continuamente in case famiglia e ne escono distrutti, se sono neonati vengono adottati e scompaiono senza che se ne riesca a sapere nulla. Basterebbe che invece di attuare interventi, spesso dovuti a stupidaggini, si cominciassero ad aiutare le famiglie a sistemarsi e a rendersi autonome. Magari anche con l’aiuto di psicologi. I gagè credono che noi trattiamo i bambini come merce, che li costringiamo ad andare a chiedere elemosina. Invece i rom hanno una grandissima cura dei loro bambini, guai a chi li maltratta».

Molto spesso si emettono giudizi senza avere mai messo piede in un campo…
«Sì, non si conosce neanche quella che per noi è la sacralità degli ospiti. Racconto un aneddoto. Tempo fa c’è stato a Roma uno sgombero di un campo abusivo e i poliziotti non volevano neanche dare il tempo agli abitanti di portar via le proprie cose. Una donna, con tranquillità si è messa a fare il caffè per chi stava per distruggere la sua casa».

Nella costruzione del pregiudizio, anche i media giocano un ruolo importante…
«Sì, le storie positive non fanno notizia e non vengono neanche considerate. Chi pubblicherebbe la storia di un rom che aiuta un gagio? Tempo fa in tv hanno dato la notizia di un grave incidente stradale in cui, a causa della velocità, erano morti dei ragazzi. I giornalisti non sono neanche andati a vedere. Hanno preso le notizie di agenzia secondo cui i morti erano rom e hanno riproposto lo stereotipo del rom criminale. Poi giorni dopo si è scoperto che i morti non erano rom, ma la notizia era già sparita. L’immagine che si continua a dare dei rom è falsa e spesso inattuale. Le nostre ventenni non si vestono più come una volta ed è giusto. Vogliono essere belle e carine e spesso lo sono. Ma invece ci disegnano come bestie delinquenti. Io non dico che non ci siano persone cattive fra noi, ma da 12 anni lavoro in un posto in cui ho incontrato persone provenienti da tutte le parti del mondo e ho imparato che non esiste una cultura perfetta, che ci sono delinquenti e santi dappertutto».

Questi cambiamenti stanno portando a una perdita di identità?
«I giovani soprattutto stanno perdendo la lingua. Preferiscono parlare con la gente esterna ed è comprensibile. Poi in Italia non c’è il riconoscimento linguistico. In altri paesi c’è una valorizzazione del romanesh e della cultura rom. A Bruxelles ho conosciuto una ragazza non rom che parlava perfettamente la mia lingua madre insieme ad una sua collega rom, che invece non l’aveva mai imparata. La politica del disconoscimento porta in alcuni casi al vergognarsi di essere rom. A me piace molto la storia perché credo che uno debba conoscere il proprio passato se vuole costruire. Nella società italiana prevale invece spesso la voglia di dimenticare. Non si racconta e si nasconde di quando dall’Italia si emigrava, di ragazzi e ragazze che hanno fatto di tutto per costruirsi un futuro. Oggi ci sono ragazzi che si vergognano di essere rom, ma è la società che sposta tutta la propria immondizia su di noi. Vedendo certe cose, mi vergogno di essere italiana. Ma nessuno ha avuto modo di far conoscere la nostra cultura e la nostra storia, i nostri grandi musicisti ed è colpa anche di noi educatrici che dovremmo imparare a valorizzare ognuno, perché ogni essere umano è speciale. E dovremmo vergognarci se non riusciamo a farlo».

Uno degli elementi che accresce le distanze, e quindi le incomprensioni e i pregiudizi, è l’esistenza stessa dei campi che, per inciso, non sono l’ovvia collocazione delle persone rom, ma un’invenzione molto italiana.
«Sono d’accordo. Dovremmo ragionare su cosa fare in cocnreto per superarli. Le persone se hanno occasione non ci vivono e molti rom vivono tranquillamente nelle case. I campi sono un elemento che caratterizza negativamente l’Italia. Se non ci fossero sarebbe più facile inserirsi, cercare più lavoro. Conosco molti che si sono vergognati e sono andati via da tutto e da tutti e sono diventati medici o professori, ma preferiscono non rivelare la propria origine. Dovremmo imparare a fornire a tutti le opportunità, soprattutto per le generazioni future. Anche se adesso, in tempo di crisi, è più facile che prevalga il razzismo, la guerra fra poveri».

Se domani lei divenisse sindaco o assessore a Roma, cosa farebbe immediatamente?
«Io non vorrei mai entrare in politica preferirei pulire i bagni e, per le cose che ho visto considero la politica un mondo sporco. Però farei subito qualcosa di diverso. Intanto spingerei il governo affinché vari una legge per cui chi è nato qui deve poter avere i documenti. E non penso solo ai rom, ma a chiunque, da qualsiasi parte del mondo, si trovi nella stessa condizione. Poi prenderei i soldi spesi per fare gli sgomberi, per costruire i campi lager e li utilizzerei per risolvere il problema della casa. Non è vero che a Roma le case non ci sono. Molte vanno ristrutturate e basterebbe avere un piccolo contributo per renderle abitabili e affidarle a chi ci vive. Italiani, rom, immigrati. Per lo stesso Comune sarebbe meglio, non ci sarebbero ghetti, le persone si mescolerebbeo e la loro vita potrebbe migliorare. Si sprecherebbero meno risorse e si avrebbe una qualità della vita migliore per tutti. Forse diventerebbe migliore anche la politica».