Piccoli rom crescono. Discriminati

Piccoli rom crescono. Discriminati

2 Marzo 2013 Off Di Redazione

Nei campi istituzionali i bambini vivono peggio che in quelli informali. La denuncia dell’associazione 21 luglio, affidata a un libro bianco appena presentato.

L’indagine Rom(a) underground. Libro bianco sulla condizione dell’infanzia rom a Roma, recentemente presentata dall’associazione 21 luglio, offre un focus sull’impatto delle politiche capitoline sui minori rom che abitano nei (variamente denominati) “campi”. In particolare: analizza le conseguenze del Piano Nomadi del 2009 (fortemente voluto dall’amministrazione di centrodestra sulla scia dell’“emergenza nomadi” proclamata dal governo l’anno precedente e poi bocciata dal Consiglio di Stato) con la sua raffica di sgomberi degli insediamenti “abusivi” (480 dal 2009 al 2012) e la parziale risistemazione degli sgomberati nei cosiddetti «villaggi attrezzati», ghetti posti al di fuori (tranne in due casi) del Grande Raccordo Anulare. La ricerca si interroga sulla violazione o meno di cinque diritti considerati fondamentali: quelli all’istruzione, al gioco, alla salute, all’alloggio e alla non discriminazione. Quelli, cioè, riconosciuti dalla Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ratificata dall’Italia nel 1991. La risposta è sconfortante: nonostante la paurosa quantità di denaro spesa per la realizzazione del Piano (60 milioni di euro in totale), i diritti dei minori non sono stati garantiti. Anzi.

A Roma la popolazione rom si divide tra campi istituzionali e informali. Nella prima categoria rientrano 8 “villaggi attrezzati” e 3 centri di accoglienza denominati “centri di raccolta rom”. Nella seconda, 8 “campi tollerati” e 200 piccoli accampamenti informali (prima del 2009 erano stimati in 80). Secondo le cifre ufficiali, più della metà dei rom che vivono nei campi della Capitale hanno meno di 18 anni (3900 su 7370 complessivi).

Al contrario di quanto ci si aspetterebbe, nei campi istituzionali spesso si sta peggio che in quelli informali. I servizi igienici sono “istituzionalmente” carenti e le distanze e la mancanza di collegamenti ostacolano la frequenza scolastica da parte di molti bambini. Nel «villaggio attrezzato» di Cesarina, per esempio, i 180 abitanti condividono 4 gabinetti e 4 docce, mentre in quello di Salone, il sovraffollamento e il collasso dell’impianto fognario ha provocato, a ottobre 2012, la diffusione, tra alcuni bambini, dell’epatite A.

In merito alla scuola, in particolare, accade che scolari e studenti per raggiungere gli istituti debbano affidarsi a linee specifiche offerte dal Comune che, però, sono cronicamente fuori orario. Così racconta un’insegnante: «Il bambino rom arriva sempre in ritardo, alle 9.30 ed esce prima, alle 12.30. Il risultato è che ci sono delle materie di cui non conosce nemmeno l’esistenza e ci sono professori che non conoscono lui. Nella migliore delle ipotesi questi bambini perdono 10 ore a settimana!».

L’inesistenza di luoghi dedicati ad attività ludiche, inoltre, rendono i “campi” poco favorevoli ai minori. «Anche dove sono presenti aree esterne destinate a loro», si legge nell’indagine, «queste risultano inadeguate e talvolta poco utilizzabili. In alcuni “campi”, per esempio, il personale addetto alla vigilanza impedisce ai genitori di far giocare i propri figli nelle aree per loro predisposte».

La situazione non cambia di molto nei centri di raccolta rom, mentre è diversa, sotto alcuni aspetti, nei campi tollerati e quelli informali. Come primo punto, questi sorgono in luoghi solitamente scelti dagli stessi rom e sono quindi meglio inseriti nel tessuto urbano. Anche se non sempre in condizioni ottimali di sicurezza, qui i bambini, in assenza di spazi circoscritti o recintati, hanno più possibilità di svago. E l’inclusione sociale è favorita dalla prossimità a servizi quali bar, mercati, fermate dell’autobus. Inclusione che significa autonomia, non separazione tra la comunità e il resto della città, come accade invece negli altri tipi di insediamento. Nota dolente riguarda, come si può immaginare, le condizioni igienico-sanitarie, che risultano pessime e degradate. Non tutti i campi tollerati, ad esempio, sono forniti di acqua corrente, e in alcuni i pochi bagni chimici devono rispondere alle esigenze di svariate persone, sia adulti che minori. «In alcuni casi – scrivono dall’associazione – il degrado sembra essere stato provocato, direttamente o indirettamente, dall’Amministrazione comunale. In varie circostanze, infatti, le opere di manutenzione e gli interventi di gestione ordinaria e straordinaria sarebbero state interrotte di proposito».

Gli sgomberi forzati hanno colpito, tra il 2009 e il 2012, principalmente questi due tipi di insediamento. Ma solo il tentativo di ridurre i “campi tollerati”, seguito dal trasferimento di molti abitanti nei villaggi attrezzati, ha portato a risultati tangibili: sei in meno rispetto all’entrata in vigore del Piano. Quelli informali, al contrario, si sono quasi triplicati. Gli sgomberi, invece che dissuadere i gruppi, in assenza di un’alternativa, li hanno portati a disperdersi, a creare micro-insediamenti meno visibili dalle autorità.

I piccoli rom risultano discriminati anche nel rapporto con la giustizia e il carcere. Alcuni dei motivi sono gli stessi che valgono per gli stranieri in generale: mancanza di un domicilio riconosciuto, e quindi minore possibilità di accesso alle pene alternative. Le madri rom, ad esempio, avrebbero meno opportunità di accedere agli arresti domiciliari e i loro figli, quindi, più probabilità di ritrovarsi all’interno di una cella. Nelle carceri femminili italiane, l’80% dei bambini è rappresentato da minori rom. «Dei 10 bambini che nel periodo della stesura del Libro bianco vivevano nelle celle del carcere romano di Rebibbia», spiega l’associazione, «8 erano rom».

Anche i minori stessi, a parità di reato e per gli stessi motivi, avrebbero meno possibilità di beneficiare di pene alternative, prescrizioni, permanenza a casa o collocamento in comunità. «La soluzione della custodia cautelare detentiva è privilegiata nel 40% dei casi riguardanti i rom», prosegue l’indagine, «una percentuale che scende al 22% nel caso di minorenni italiani».