I rom della Favorita, tra scetticismo e FoRom

I rom della Favorita, tra scetticismo e FoRom

5 Aprile 2013 Off Di Redazione

La speranza che le cose possano cambiare. La paura che il passato si ripeta. Resoconto di un sopralluogo al campo de La Favorita.

Una spianata di terra battuta, pozze di fango e casette in legno costruite alla bell’e meglio: così si presenta agli occhi del visitatore il campo rom de La Favorita. Sorge nell’omonima riserva naturale, all’ombra del Monte Pellegrino, sotto lo sguardo severo del Castello Utveggio. All’interno vivono una settantina di persone: serbi, di religione cristiano-ortodossa, nella prima parte; kossovari, di credo musulmano, in quella in fondo. Tra i 45 adulti presenti si contano due licenze medie e poche elementari. La maggioranza non possiede alcun titolo di studio. I bambini e i ragazzi, nati in Italia, frequentano per lo più le elementari, diminuiscono alle medie, fino a sparire quasi del tutto al grado superiore. Il campo esiste dal ‘96. Qualcuno tra i residenti si trova qui da allora. Altri sono arrivati sucessivamente. Ma c’è anche chi è andato via, ma poi è dovuto tornare sui suoi passi. La maggior parte però, il volo non riesce a tentarlo nemmeno.

La notizia della costituzione del FoRom, il Coordinamento della popolazione romanì promosso dal Comune, naturalmente è arrivata anche qui, ma al momento non sembra suscitare troppi entusiasmi. Incidono in questa valutazione le scottature del passato: gli aiuti posticci e interessati, le promesse mancate. La filosofia del FoRom però è diversa: non un’elargizione di fondi – che non ci sono – ai soliti noti, ma uno strumento di partecipazione attiva. «Un forum sui rom e soprattutto con i rom», ha scritto Clelia Bartoli (che con Giulia Veca e Michele Mannoia coordina i lavori) su questo giornale. L’obiettivo è combattere la marginalità sociale, non solo degli abitanti della Favorita, ma di tutti i rom della città, da quelli della Vucciria, a quelli di via Messina Marine.

Maria* ha 60 anni ed è di origine serba. Ci confida le sue impressioni. «Mi sento gelida di fronte a questi tentativi», esordisce. Paventa, per l’appunto, che a guadagnarci siano nuovamente “gli altri”. E che i problemi del (e degli abitanti del) campo rimangano insoluti. «Da quella», dice indicando una cisterna in acciaio, «esce acqua sporca: dai secchi che riempiamo spuntano i vermi. Quando piove, in casa non si può stare: i tetti perdono; il campo, che è fatto di terra, diventa un immenso acquitrino. Il vento fa tremare le baracche. Il timore che possano cadere giù ti accompagna in ogni attimo dell’esistenza. Quando una volta fui ricoverata in ospedale, e fuori pioveva, mi svegliavo di notte temendo che anche lì crollasse tutto».

Rosa, sua figlia, ventinovenne e madre di tre bambini, ci mostra gli infissi della sua casetta. Il collante che tiene unite le finestre al resto della costruzione è striato da buchi. «Lo rosicano i topi. Entrano da qui e si introducono all’interno». In un altro contesto la sua casa potrebbe essere un’installazione artistica ispirata a Marcel Duchamp, un perfetto esempio di ready-made: ante di armadi, sulle facciate laterali, diventano assi; le vetrate si trasformano in pareti; lastre di varia natura compensano il tetto. Sua sorella Carla abita nella baracca accanto. «Noi sappiamo», dice sullo sfondo di un imponente altarino religioso, «che anche i palermitani hanno tanti problemi. Li vediamo dormire nel parco qui fuori, per strada. E sappiamo che anche loro non se la passano bene. Ma noi non vogliamo un castello, solo un appartamento decente per noi e i nostri figli». Per sbarcare il lunario, Carla vende rose e ogni tanto si improvvisa cartomante. Sua sorella Rosa, invece, chiede l’elemosina.

L’intento del Comune è di chiudere definitivamente il campo. Ma, visto che ciò non potrà essere fatto in tempi brevi, si pensa pure a come migliorarlo nei suoi aspetti più indecenti. Alcuni problemi sono forse insolubili. Quello del fango, ad esempio: il vincolo naturalistico non permette di intervenire con l’asfalto. Per altri, come le buche-voragini disseminate ovunque, qualcosa si potrebbe fare. Queste fosse, oltre a provocare incidenti e a danneggiare le automobili dei rom, sono anche un deterrente per gli uomini e i mezzi dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti. E gli abitanti, invece di portare i cassonetti all’ingresso della Favorita, li tengono accanto alle proprie casette, litigando pure sulla loro spartizione.

Roberta vive nella parte kossovara. Viene da Mitrovica, dal nord del piccolo Stato separatosi dalla Serbia nel 2008. Suo marito, invece, è nato a Nardò, in provincia di Lecce. Entrambi trentaduenni, hanno sette figli e come reddito “garantito” i «25 euro dell’elemosina del sabato e della domenica». Seppure siano musulmani, sulla parete della loro casetta campeggia una foto di San Pio. Così come se ne ritrova una nella moschea del campo. È normale – anche tra le altre comunità migranti, come i tamil – eleggere un santo del luogo a proprio protettore, anche se di un’altra religione. E il 15 luglio, così come i cristiani della città, anche i rom kossovari percorrono il Monte Pellegrino per dare omaggio alla “Santuzza” Rosalia.

Roberta era riuscita, assieme al marito, a prendere qualche anno fa una casa in affitto. Ma avendo lui perso il lavoro, hanno dovuto fare ritorno alla Favorita. Le sue preoccupazioni sono quelle di una qualsiasi madre italiana. «Se avessi solo figli maschi, forse, sarei meno in pensiero. Ma avendone anche femmine, che sono più fragili, soprattutto in una situazione del genere, non sono tranquilla fin quando non le ho davanti. Sono in apprensione ogni volta che escono». In casa, con noi e Roberta, ci sono quattro dei suoi figli. I due maschietti, uno di dodici l’altro di cinque anni, sognano di fare entrambi i calciatori. Il più grande ha già la maglia con i colori del Palermo. Ed è già pronto. L’altro, di certo anche per l’età, è ancora confuso. El Shaarawy o Balotelli?, si chiede: questo è il dilemma. E ride, saltella. Non prende una decisione.