Cécile Kyenge Kashetu

Cécile Kyenge Kashetu

17 Aprile 2013 Off Di Redazione

Cécile Kyenge Kashetu, di origine congolese (Repubblica Democratica del Congo), si è laureata in medicina in Italia e vive a Modena. Ha lavorato come medico ospedaliero e organizzato molte missioni di cooperazione sanitaria in Congo. Consigliera provinciale del Pd a Modena, oggi è anche la portavoce della Rete Primo Marzo e la presidente dell’associazione Giù le Frontiere, che è il primo sostenitore di Corriere Immigrazione e ha avuto un ruolo di primo piano nella campagna LasciateCientrare.

«La scorsa estate sono andata in visita a Palazzo S. Gervasio, uno dei tanti luoghi di sfruttamento dei lavoratori immigrati. Si era in una fase complessa di vertenze, positive per alcuni, controproducenti per altri e l’aria era tesa. E sono stata accolta, inizialmente, con grande ostilità: ero percepita come una “traditrice”. Gli immigrati non mi vedevano come una di loro, ma come una che era passata dall’altra parte. So che non capita solo a me, chi emerge non è spesso ben visto. Il fatto di dialogare anche con chi sta nella stanza dei bottoni è percepito come un tradimento. A Palazzo San Gervasio ho trovato anche persone arrabbiate con chi aveva scioperato contro il caporalato, perché queste azioni avevano fatto diminuire le opportunità di lavoro. Sono atteggiamenti che feriscono ma che non si possono ignorare. Se voglio davvero essere incisiva, devo tener conto anche delle posizioni di chi non ha avuto il mio percorso formativo e pensa che l’impegno politico rappresenti per tutti una scorciatoia volta a migliorare la propria posizione. Io facevo già il medico. Non avevo bisogno della politica per affermarmi. Il mio impegno è l’espressione di un bisogno etico. Ma è inevitabile che questa cosa non venga sempre capita. Nel mondo che seguo, ma credo in tutti i contesti, nascono poi gelosie ed invidie, si perseguono percorsi diversi che ci portano a scegliere, fare i conti con chi segue altre vie. Non è sufficiente essere immigrati per sentirsi fratelli accomunati da un comune obiettivo. Occorrono non solo punti comuni, ma anche la capacità di andare oltre le categorie rompendo la dinamica separatoria fra autoctoni e migranti. Con il “Primo marzo” in parte ci siamo riusciti. Ho dovuto lottare per avere un posto di lavoro in quanto donna e straniera e c’è voluto del tempo per stabilire un buon rapporto con i pazienti. Forse ora sono io che non ci faccio più caso, ma mi sembra di essere guardata meno come “africana” e molto di più come persona. Certo, qui in Italia la paura del diverso è ancora forte, ma noi non dobbiamo mollare. Dobbiamo contare molto su professionalità, competenza, metodologie di lavoro. Succede, e va detto chiaramente, che persone senza particolari meriti o capacità, riescano a conquistare il proprio posto al sole perché sanno vendersi bene. Succede anche che partiti, associazioni, sindacati cooptino immigrati per dimostrare di essere progressisti e avanzati, ma li riducano a un ruolo di rappresentanza. E che gli immigrati accettino, per insipienza o per interesse. Io credo che oggi sia necessario contaminarsi e valorizzare il meticciato: risvegliare l’interesse di chi è qui da tanto e creare un po’ di “memoria migrante” per chi è più giovane. Non basta parlare di cittadinanza e di diritto di voto – che pure sono passaggi ineludibili. Bisogna avere la forza e il coraggio di rilanciare due temi fondamentali: la libera circolazione e la cancellazione delle frontiere».