Scusate il disturbo

Scusate il disturbo

11 Aprile 2013 Off Di Redazione

Milano vista con gli occhi di una straniera, felicemente ma non acriticamente inserita. Intervista a Sanja Lucic.

I luoghi comuni nascondono quasi sempre una verità. Ma a non metterli in discussione si dimentica: 1) che si tratta di verità cristallizzate, che il tempo potrebbe aver modificato; 2) che ogni regola ha la sua eccezione. Arrivata da Belgrado 13 anni fa, la giornalista Sanja Lucic incontra una Milano da copione: grigia e chiusa. Nel corso degli anni, curiosando dietro la facciata del luogo comune, insieme a qualche conferma trova anche molte sorprese. E finisce per innamorarsi. Da un paio d’anni tiene un blog in cui racconta Milano vista con gli occhi di una straniera, che oggi è diventato un libro: Ti disturbo? (Edizioni del Gattaccio, 14 euro). Il punto è che così come Sanja ha osservato la città con occhi curiosi, lasciando cadere man mano i suoi pregiudizi, vorrebbe che Milano (e l’Italia in generale) facesse lo stesso con gli stranieri. Vorrebbe, anche, che tra le storie di immigrazione che si raccontano, ci fossero quelle felici. Come la sua.

Crede che i media dovrebbero raccontare l’immigrazione in un altro modo?
«Il luogo comune che impera è che gli immigrati siano tutti disagiati o addirittura criminali. Che abbiano tutti storie tristi. È ovvio che la maggior parte di chi si sposta da un Paese all’altro è alla ricerca di una vita migliore e, in Italia, si trova spesso a fare i lavori che gli italiani ormai rifiutano. Però esistono anche immigrati che sono designer, giornalisti, scrittori, stilisti. E spesso sono extracomunitari, in quanto svizzeri o statunitensi. Quando si parla di stranieri a Milano mi piacerebbe si guardasse il quadro totale. Perché Milano è una città cosmopolita. E forse, se si mettesse in rilievo l’esistenza anche di queste persone, l’opinione generalizzata degli italiani verso gli immigrati cambierebbe. Perché il quadro classico, che vuole le ragazze dell’est approdare in Italia solo per fare le badanti, verrebbe sbilanciato da una come me, che invece fa la giornalista… E so di cosa parlo, perché mi è capitato di uomini che, dopo avermi abbordato perché bionda e straniera, rimanessero sbalorditi nello scoprire che non faccio né la badante né la escort!».

Il suo arrivo in Italia è stato una conseguenza della guerra nei Balcani?
«Non proprio. Durante la guerra, quando una bomba mi ha mancato per 100 metri, sono scappata attraverso l’unico confine aperto, quello con l’Ungheria. Non ne potevo più, erano 200 giorni che vivevo vestita, con lo zaino pronto. Da lì sono andata in Macedonia, ma poi sono tornata a Belgrado e, alla fine della guerra, ho ripreso a lavorare in radio. Nel 2000 ho conosciuto un uomo italiano e sono venuta a Milano per stare con lui. Io arrivavo dalla catastrofe, dovuta non tanto ai bombardamenti, che a Belgrado erano durati solo tre mesi, quanto all’embargo internazionale: per otto anni non mi sono comprata nemmeno una maglietta, i supermercati erano vuoti, si andava alle 4 del mattino a cercare il pane e ci si sentiva dire che era finito, le banche avevano chiuso… La vita normale che conducevo prima della guerra era stata cancellata da quegli 8 anni. Così, quando sono arrivata in Italia, guardavo la normalità con stupore».

Come si è modificata la sua identità?
«All’inizio ho dovuto fare uno sforzo notevole di adattamento, perché quando sono arrivata ero già una donna con una sua struttura mentale. È stato come nascere di nuovo: ho imparato a parlare, a camminare, a rapportarmi con gli altri. Ho dovuto apprendere dei nuovi codici. I primi anni, quando mi lamentavo dell’Italia mia madre mi rimproverava: “Sembra che lotti contro i mulini a vento. Ma sei tu che devi adattarti alle loro regole, non loro che devono adattarsi a te”. Poi le cose sono cambiate. Ora mi sento come una funivia sospesa tra due montagne: una è la Serbia, l’altra l’Italia. Oscillo tra una cima e l’altra, ma il mio posto è in mezzo. Non appartengo più a Belgrado, non sono del tutto milanese. Scrivo in italiano e in serbo, penso un po’ nell’una un po’ nell’altra lingua, a volte senza rendermene conto parlo a mia madre in italiano! Può essere faticoso, ma è una ricchezza. E un giorno sarà la normalità: ci si sposterà di più, si vivrà in più Paesi. Ci si mescolerà. E sarà naturale, come ormai lo è per me».

Gabriella Grasso