L’informazione in esilio

L’informazione in esilio

11 Aprile 2013 Off Di Redazione

A Parigi i giornalisti rifugiati possono contare su una storica istituzione, la Maison des journalistes. In Italia qualcuno comincia a pensarci. Cronaca di un’iniziativa torinese.

Venerdì 12 aprile presso palazzo Ceriana Mayneri, a Torino, l’associazione culturale Caffè dei Giornalisti ha invitato in Italia il suo partner parigino, la Maison des journalistes, una vera casa, un ente che ha ospitato in dieci anni più di 250 giornalisti rifugiati di svariate nazionalità. Il tema: il Giornalismo Esiliato. Gli ospiti principali, oltre alla direttrice de La Maison, Darline Cothière, due giornalisti ospiti della Maison e uno rifugiato in Italia, che hanno raccontato le loro vite: storie di chi ha dovuto lasciare il proprio paese e i propri cari per poter esercitare onestamente il proprio mestiere.

Karim Rahmani ha un nome celebre in patria e fra gli iraniani all’estero. Ci racconta la sua storia in persiano, con l’aiuto di un interprete. Inizia presto la sua carriera, nel 2002, come direttore di un giornale universitario, Roj Halat, che dopo tre anni chiude: la polizia minaccia e diffida tutti gli studenti coinvolti. Karim continua però con le inchieste e i reportage, e nel 2006 viene arrestato e incarcerato, a causa di alcune indagini dalle quali emerge il coinvolgimento del governo iraniano nel traffico di droga. «La mia inchiesta metteva in risalto la dura vita di chi per sopravvivere fa il “portatore” tra Iraq e Iran e parlare di certi lavori non è ben accolto… – ha raccontato – del resto pur di evitare la diffusione delle notizie “inopportune” si disturbano le trasmissioni con flussi di onde pericolose anche per la salute».
Liberato due anni dopo, continua a lavorare per l’organizzazione Human Rights Activists in Iran, ma perseguitato quotidianamente e minacciato, decide di fuggire dal suo paese.
Karim arriva in Francia nel 2012, e continua anche oggi la sua collaborazione con le più grandi organizzazioni per la difesa dei diritti umani. «La cosa terribile è che nessuno ti imprigiona perché fai il giornalista… arrivano anche ad accusarti di combattere contro Dio e il suo Profeta ed è per questo che le punizioni sono esemplari».

Nart Abdulkareem invece è siriano: inizia da free-lance per diversi giornali arabi, tra cui il quotidiano Al Hayat e si occupa soprattutto di cultura e politica.
Tra i primi oppositori del regime ad organizzare manifestazioni nella città di Damas dopo l’inizio della Primavera Araba e corrispondente per la rete televisiva Al-Arabiya sotto falso nome, si interessa degli eventi in Siria e analizza la situazione politica del paese per la stampa di lingua araba.
Viene arrestato due volte dalle forze dell’ordine, racconta al pubblico, perché accusato di violare il prestigio dello Stato. Dopo la sua liberazione sotto cauzione, continua il suo lavoro da militante anti-regime, malgrado le intimidazioni da parte delle forze della sicurezza, che perquisiscono la sua casa e prendono tutti i suoi documenti ufficiali e personali, compreso il suo passaporto.

«Ora ancora più difficile sapere quanti e quali giornalisti siano in carcere… – commenta amaramente – arrivando in Europa, complicato mantenere dei contatti su situazioni complesse da decifrare anche per chi sul posto. Non ho idea di quanti colleghi siano nel frattempo morti, catturati o scappati per la disperazione. Del resto spesso sapevamo degli arresti solo in occasione dei trasferimenti dai carceri di sicurezza alle carceri civili, non militari…». Fuggito dalla Siria passando la frontiera sirio-giordana a piedi, ha vissuto un anno in Giordania prima di ottenere un permesso per raggiungere la Francia. È oggi uno degli ospiti della Maison des Journalistes.

Jean Claude Mbede è camerunense ed è fuggito dal suo paese dopo un’inchiesta contro i potenti. È rifugiato in Italia lui, e si sente più spaesato e con meno opportunità dei suoi colleghi ospitati in Francia. «Vivere in Italia da rifugiato è difficile. Se non ti uccidono, i potenti del mio paese d’origine fanno in modo che tu sia come morto». Dorme con un occhio chiuso e uno aperto, racconta, in quanto «non ci sono sufficienti tutele per persone come me. E poi non trovo lavoro, non solo come giornalista. Ho dovuto lottare anni per vedermi riconosciuto il titolo da professionista. In altri Paesi c’è più volontà di far emergere voci come la mia. Un mio collega, rifugiato come me, conduce il telegiornale francese. Qui sarebbe impensabile».

Ha da poco ottenuto il riconoscimento della sua professione: il tesserino da professionista è un motivo d’orgoglio, quasi un riscatto per chi fuggito dal Camerun da giornalista e da giornalista vuole continuare a vivere. Come gli altri, racconta della persecuzione, della prigione: «Sono stato catturato nel 2007, e sono rimasto dentro quasi un mese. Il motivo dell’arresto era una scusa: mi hanno accusato di non aver pagato la dogana per un materiale che mi sono fatto recapitare in aereo dalla Francia. Lì il carcere non “normale”, è come Guantanamo: ammessa la tortura. Sei senza luce, ti piazzano delle barre di ferro nell’addome, ti strappano i denti con violenza. Ti fanno pagare per aver parlato. Io non ho più denti, ho delle protesi. Dei dieci giornalisti che hanno condotto le inchieste con me, tre sono morti, uno in carcere. Gli altri sono fuggiti in Europa e in America… A volte mi sento terribilmente solo, ma non voglio rinunciare a coltivare la speranza di poter riprendere il mio lavoro: non voglio essere contattato solo per raccontare la mia storia… voglio dare voce anche agli altri attraverso la mia professione».

L’incontro si è chiuso, ma a Torino le tematiche trattate e le testimonianze hanno trovato un modo per continuare a parlare: una mostra dedicata all’esilio e alla libertà di stampa, frutto della collaborazione fra Caffè dei Giornalisti e La Maison des Journalistes, offre per la prima volta in Italia una selezione delle vignette di disegnatori e giornalisti di tutto il mondo (foto in alto, ndr) riunite a Parigi nel 2011 in occasione della Giornata Internazionale per la Libertà di Stampa. Rimarrà esposta in piazza Carlo Alberto a Torino fino al 5 maggio.