La nuova questione meridionale

La nuova questione meridionale

6 Aprile 2013 Off Di Redazione

Un grande problema con il quale bisognerà avere la forza e il coraggio di misurarsi. Un saggio di recentissima pubblicazione sviscera la questione in tutte le sue parti.

La globalizzazione delle campagne. Migranti e società rurali nel Sud Italia (a cura di Carlo Colloca e Alessandra Corrado, edito da FrancoAngeli) è una collettanea di saggi sociologici che analizza, con un’impostazione etnografica, le condizioni socio-economiche dei migranti impegnati come braccianti nel campagne del meridione, indagando il fenomeno drammatico del caporalato etnico nelle sue diverse declinazioni territoriali.

Dall’analisi emergono elementi sufficienti per parlare di una nuova questione meridionale che si coniuga con la sistematica violazione dei diritti dei migranti, il loro sfruttamento, le violenze subite, la nuova spazialità transurbana da essi generata e le varie forme di caporalato etnico e che si regge sul combinato disposto di corruzione, indifferenza e interessi mafiosi. Una vergogna analizzata da una sociologia coraggiosa, di cui si avvertiva la necessità, che torna nei territori e con autorevolezza analizza le relazioni tra lo storico sistema di sfruttamento bracciantile, il sistema imprenditoriale e il fenomeno migratorio.

La nuova questione meridionale che emerge dalle varie ricerche del testo poggia su un sistema di reclutamento e sfruttamento dei migranti che costituisce, per il Sud del Paese, occasione di ristrutturazione del sistema agricolo e modernizzazione. Le migrazioni nel meridione risultano funzionali al suo sviluppo imprenditoriale e socio-economico, spesso fondato sul marciume prodotto dal dominante sistema mafioso, ora giunto a rivitalizzare la storica figura del caporale, connotandola anche etnicamente.

Le ricerche riguardano alcuni territori specifici e precise comunità di migranti e braccianti, come quella indiana, in particolare sikh, nord africane e dell’est Europa. Carlo Colloca affronta il “caso Rosarno” e le pratiche di sfruttamento ed esclusione che caratterizzano i migranti di quel territorio, spesso ridotti a sudditi in baraccopoli abitate stagionalmente, dispersi in campagne globalizzate, caratterizzate da campi e borgate agricole de-territorializzate, dove si replicano forme secolari di sfruttamento. I casi che vengono citati sono drammatici, come lavoratori costretti a turni di dieci o dodici ore di lavoro per venti o venticinque euro (nel caso di donne le paghe scendono a circa sedici euro), dal quale vanno decurtati circa 18 euro per i vari caporali intercorsi. Un sistema comandato dalla ‘ndrangheta, senza la cui intermediazione non sarebbe possibile lavorare o ricevere il minimo pattuito.

Questa situazione è stata peraltro contestata dai lavoratori migranti e dalla parte civile del Paese, ribellatasi in particolare contro la ‘ndrina dei Pesce, senza però ancora, nonostante le inchieste giornalistiche e della Procura della Repubblica, aver risolto definitivamente il problema. Una ribellione che può far ricordare il moto organizzato di rivolta dei braccianti italiani dei primi anni Trenta del Novecento, capaci di contestare e vincere un sistema latifondista e padronale che ne violava la dignità e imponeva lo sfruttamento sistematico. Solo con l’azione rivoluzionaria di quei braccianti, rappresentati tra i vari da Michele Mancino e Giuseppe Di Vittorio, si è in parte superato il fenomeno del bracciantato e permesso al meridione di modernizzarsi nella democrazia.

Alessandra Corrado ha trattato, invece, la Piana di Sibari, in Calabria, di cui analizza non solo la dinamica migratoria, ma anche il sistema cooperativistico dal quale essa dipende, insieme alle politiche di reclutamento dei migranti e la loro transumanza alla costante ricerca di nuovo lavoro. Una migrazione circolare derivante dalla governance neoliberista che genera clandestinità e irregolarità per il lavoratore migrante, flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro e formazione di nuovi tessuti economici, responsabili della destrutturazione e ristrutturazione dei sistemi produttivi. Tutto ciò determinerebbe condizioni di esistenza che costringono alla mobilità e proletarizzazione dei lavoratori migranti della Piana di Sibari.

La ricerca di Avallone, invece, riguarda la Piana del Sele e i limiti di un sistema pubblico incapace di garantire condizioni economiche e sociali civili, condannando migliaia di migranti a lavori massacranti e alla subalternità strutturale. Avallone arriva a definire i migranti braccianti della Piana del Sele dei presenti assenti. Presenti per lavorare, reggere con la propria fatica il sistema imprenditoriale e pubblico locale e invece assenti dalle pratiche di riconoscimento sociale e istituzionale. Anche in questo caso, come già a Rosarno, si sono verificate alcune importanti reazioni che fanno sperare nella rottura dello schema che Avallone avanza. In particolare, la partecipazione di alcuni lavoratori allo sciopero dei migranti del 1° Marzo 2010 e 2011, la loro rivendicazione del diritto alla casa e al permesso di soggiorno, che fanno sperare in una nuova e prossima stagione di rivolta.

La zona della Capitanata, in Puglia, è stata analizzata da Fanizza, che ha messo in luce l’intreccio perverso tra il vecchio sistema latifondista e un nuovo ceto medio agrario composto di piccoli e medi imprenditori, nato grazie a vari progetti europei. Questo sistema influenza direttamente il reclutamento della manodopera migrante e la relativa domanda, presentando, ancora una volta, la sistematica violazione dei diritti dei lavoratori, forme varie di sfruttamento e addirittura neoschiavismo. La ricerca è interessante anche perché analizza le ragioni di una crisi agricola pugliese eterna e il sistema di rapporti di forza che lega il produttore con il commerciante.

Le condizioni dei migranti rumeni e burkinabè impiegati nell’industria del pomodoro tra Foggia, Bari, Vulture e Potenza, sono analizzati da Perrotta, che descrive le condizioni e insieme le caratteristiche del sistema migratorio proveniente dall’Est Europa e dall’Africa subsahariana. Anche in questa ricerca, i casi di sfruttamento sono accertati e peraltro messi in evidenza con le trascrizioni di interviste che denunciano la drammaticità di questa condizione.

Il saggio di Caruso riguarda il ruolo delle reti e la loro responsabilità nella formazione dell’addensamento spaziale nei pressi di Castel Volturno, con il relativo intreccio di lavoro agricolo, criminalità ed economia informale. Il testo tratta anche dei migranti sikh, reclutati attraverso la collusione tra sistema agricolo cooperativistico pontino e alcuni referenti indiani in contatto diretto con il Punjab, regione dalla quale provengono, di cui già Corriere Immigrazione più volte si è occupato, con un’analisi sull’evoluzione sociale della loro presenza e la generazione di uno spazio transnazionale che lega la società rurale con quella urbana, connotandola in maniera etnica e transnazionale. Anche in questa ricerca le condizioni dei braccianti sikh sono gravissime, con la sistematica violazione dei loro diritti, paghe non riconosciute mensilmente ma una tantum, giornate lavorative di dodici o quattordici ore per una paga oraria di solo due o tre euro, violenze, truffe e aggressioni che evidenziano un sottobosco di razzismo non compreso né arginato. Il saggio della D’Agostino, infine, analizza la governance internazionale delle migrazioni forzate, mettendo in luce gli effetti prodotti sulle vite dei richiedenti asilo e rifugiati.

Tutte le condizioni sociali, occupazionali, economiche che emergono dal testo, possono essere messe in diretta correlazione con i processi di liberalizzazione del lavoro, anche in ambito agricolo, generati nel più vasto sistema globale, responsabili di ricadute drammatiche per le classi più fragili ed esposte, e tra queste, in primis, i migranti impiegati in attività bracciantili nel Sud Italia. La mancanza di una volontà politica chiara in grado di difendere i diritti dei migranti, dei lavoratori e il sistema democratico del Paese, vincendo quello mafioso-imprenditoriale, è motivo di grande preoccupazione e condizione per il replicarsi dei fenomeni descritti nel testo. Fino a quando non emergerà nel Paese una rinnovata coscienza politica, alla quale questo libro può dare un contributo sostanziale, per recuperare alla legalità, alla buona impresa e alla giustizia sociale, gran parte del nostro territorio, l’Italia replicherà, ora in forma etnica, modelli culturali e imprenditoriali fondati sullo sfruttamento dei lavoratori e la violazione dei loro diritti. Ciò significa che, fino a quando non si aprirà una nuova stagione di impegno e di lotta sul fronte della legalità e della giustizia sociale, assumendo come prioritaria la nuova questione meridionale, si condannerà gran parte del Sud Italia (e purtroppo sempre più anche il Nord del Paese) alla prevaricazione mafiosa e alla violenza.

Un libro, dunque, da leggere con attenzione, di cui discutere e dal quale ripartire per rimettere al centro i diritti dell’uomo e cambiare un sistema economico, culturale e politico ormai insostenibile, passando dallo sfruttamento sistematico e funzionale del bracciante migrante, alla democrazia dell’accoglienza e ad una rinnovata civiltà del lavoro e del diritto.