La versione di Lilia

La versione di Lilia

11 Aprile 2013 Off Di Redazione

La storia di una migrazione, ma anche una testimonianza per i figli e un omaggio alle madri che scelgono di partire scommettendo sul futuro.

Quella che Lilia Bicec racconta in Miei cari figli, vi scrivo (Einaudi, 16 euro, in uscita il 9 aprile) è una storia di ordinaria migrazione. Le vicende che l’autrice narra in questo memoir, dalla decisione di lasciare la Moldavia (dove lavorava come giornalista) e i suoi due figli, alla fuga notturna attraverso un bosco per passare il confine, all’arrivo in Italia, senza sapere una parola di italiano, non appartengono solo a lei. Non è un caso che la narrazione, pur seguendo un filo molto personale, si faccia a tratti corale: Bicec sceglie di unire, alla propria voce, quella di altri che, per motivi e con sofferenze analoghi ai suoi, sono partiti in cerca di una vita migliore. L’autrice ha scritto il libro in rumeno, la sua lingua madre. Poi l’ha tradotto lei stessa in italiano.

Come nasce l’idea di questo memoir, scritto sotto forma di lettere ai suoi figli?
«Sin da quando ho lasciato il mio Paese ho avuto la strana sensazione di osservare quello che mi accadeva dall’esterno, come se fossi la protagonista di una storia che non mi apparteneva. Ero lucida nel seguirmi, prendevo anche appunti, ma non so perché: non pensavo affatto di scriverne. Arrivata in Italia ho capito che avevo un dovere nei confronti dei miei figli: riempire il vuoto enorme che la separazione stava creando tra me e loro. Ho anche capito che, avendoli lasciati soli ed essendo i miei genitori morti, nessuno  avrebbe mai raccontato loro la storia della nostra famiglia e quella del nostro Paese di origine, la Bessarabia. Quindi ho sentito il dovere di lasciare loro una testimonianza in questo senso. Infine, l’ho scritto anche per le donne».

Si riferisce alle donne che emigrano?
«Mi riferisco a tutte le madri. Che vengano dall’Africa, dalla Moldavia, dall’Italia o dalla Svezia, tutte provano gli stessi sentimenti, lo stesso dolore. Ogni madre ha delle lettere, immaginarie o reali, che ha scritto ai propri figli per raccontare cose che non si possono o non si vogliono dire a voce».

Che caratteristica hanno le migrazioni dall’Est Europa?
«Si tratta di un esodo femminile. La migrazione c’è sempre stata, ma oggi dall’Est vengono soprattutto madri, e questo è allarmante: non è facile lasciare i propri figli. Significa che sei arrivata a un tale punto di disperazione da dover scegliere tra vivere in povertà, ma con loro; oppure abbandonarli per garantire loro un futuro dignitoso. La prima cosa che hai in mente, quando pensi di partire, è che oltre a mandare soldi per le bollette, li potrai fare studiare. Ma finché non parti, non conosci le conseguenze del tuo gesto».

Infatti lei scrive: «Stando in Italia non vi ho fatto mancare i soldi, ma vi sono mancata io. È la legge della compensazione, come diceva vostro zio: “Si perde da un lato per acquistare dall’altro”». La domanda è: si può pareggiare il bilancio?
«Dipende. Se riesci a recuperare il rapporto con i tuoi figli, allora puoi dire: abbiamo guadagnato da un lato e dall’altro. Ma se il distacco che si crea con la partenza lascia un vuoto che si fa sempre più largo, allora no: con i soldi non puoi comprare l’amore. Io sono riuscita a portare qui i miei figli dopo quattro anni e mezzo e ho recuperato la nostra relazione, perché gli insegnamenti che gli avevo dato sono rimasti alla base della loro educazione. Ma ho anche perso tante cose. E quando ho avuto problemi con mia figlia, durante la sua adolescenza, mi sono subito detta: è colpa mia, perché non le sono stata accanto».

Sembra, però, che lei sia tutto sommato soddisfatta della sua esperienza di migrante.
«Io ho portato qui i miei figli: non ho alcun dubbio sulla scelta che ho fatto! Come racconto nel libro, in Italia ho vissuto esperienze difficili, ma ho anche incontrato molte persone che mi hanno aiutato. Ho voluto mettere in evidenza aspetti positivi e negativi del mio percorso, perché esistono entrambi, dovunque. Arrivi in un posto dove nessuno ti conosce: è ovvio che ci sia diffidenza. Ma poi trovi delle persone splendide: l’anziana signora da cui ho abitato per un periodo, per esempio, mi preparava il caffelatte la mattina e mi aspettava in cucina per berlo insieme. Certe cose non potrò mai dimenticarle. Io sto bene in Italia. Non so se definirmi integrata, io più che altro sono assorbita dalla società italiana: la mia casa è qui, in Moldavia non ho più niente. Quando in primavera cammino per le strade, mi capita di guardare con gioia e familiarità persino agli alberi in fiore, come se mi appartenessero. Io mi sono innamorata dell’Italia, ho provato subito un grande desiderio di conoscerne la storia, la cultura, le abitudini. Ma ci sono anche persone che dopo 15 anni si sentono ancora straniere».

Nel libro racconta della storia della sua terra, la Bessarabia, contesa per decenni e divisa tra più stati. Collegandola alla storia della sua famiglia appare evidente come le migrazioni siano molto spesso la conseguenza di una cattiva politica.
«È assolutamente così! Se i miei nonni non fossero stati deportati in Siberia, se mio padre non fosse stato messo in prigione e avesse potuto tenere la sua piccola attività, io probabilmente non avrei avuto bisogno di andare all’estero a lavorare. Le nostre vite sono influenzate dalle scelte politiche. Penso anche all’operazione di cancellazione del passato che ha messo in atto l’Urss dopo la guerra. Tutto quello che era accaduto prima era da dimenticare, perché appartenente a una realtà borghese e capitalista. Il comunismo era da considerarsi la forma sociale migliore del mondo e non era concepibile che esistessero altri modi di vivere. Per questo amo il rispetto che hanno gli italiani per il loro passato e la loro storia».

Il fatto che lei avesse degli strumenti culturali ha reso più facile l’approccio a un nuovo Paese, oppure ha reso l’esperienza più umiliante?
«Ci sono stati momenti in cui mi veniva da piangere pensando che, nonostante fossi laureata, mi toccava pulire pavimenti. Ma in quei momenti mi dicevo: “Non mi ha obbligato nessuno, ho scelto io e l’ho fatto per i miei figli. Andrà tutto bene”. Ho sempre cercato di adeguarmi alle situazioni. Però poi, quando tornavo a casa dal lavoro, scrivevo e leggevo: era la mia medicina, da prendere tutte le sere per sentirmi meno sola…».

Gabriella Grasso