L’interpellanza di Kyenge, Ghizzoni e Beni

L’interpellanza di Kyenge, Ghizzoni e Beni

6 Aprile 2013 Off Di Redazione

I tre neoparlamentari chiedono al governo di intervenire per far cessare questa vergogna. «Il monumento a Graziani rappresenta un’offesa nei confronti dell’Etiopia, della comunità degli etiopi residenti in Italia e degli italiani stessi, fatta con i soldi dei contribuenti».

L’11 agosto 2012 nel comune di Affile, alta valle dell’Aniene, Parco Radimonte, in provincia di Roma, veniva inaugurato per volere del Sindaco Ercole Viri (Pdl) e con stanziamento di soldi pubblici da parte della Regione Lazio per 130 mila euro, un monumento funebre, dedicato alla memoria di Rodolfo Graziani, ufficiale dell’esercito italiano nella Prima Guerra Mondiale, conquistatore e Vicerè d’Etiopia dopo la guerra contro quel paese, quindi governatore della Libia durante la Seconda Guerra Mondiale, nonché Ministro della difesa della Repubblica Sociale italiana.

«Come si evince dalla registrazione dell’intervento di inaugurazione ad opera del Sindaco, il monumento, a 130 anni dalla nascita del generale Graziani, veniva a lui dedicato con la precisa intenzione di fare giustizia della sua memoria», si legge nell’interpellanza depositata al Ministro dell’Interno e al Ministro per i Beni e le attività culturali, dagli Onorevoli Pd Cécile Kyenge, Manuela Ghizzoni (già presidente della Commissione Cultura) e Paolo Beni (Presidente Arci).

Il generale Graziani si è distinto come uno dei criminali di guerra più sanguinari del regime fascista: oltre ad essere stato uno dei primi firmatari del “Manifesto della razza” del 1938, come ricordato ripetutamente sulla stampa, fu uno dei principali responsabili di una delle più vergognose pagine della storia italiana, ossia del rastrellamento del ghetto ebraico a Roma, il 16 ottobre del 1943, che vide la deportazione di 1.024 ebrei, tra cui 200 bambini mai tornati dai campi di sterminio; è peraltro storicamente provato che durante le operazioni belliche e i bombardamenti finalizzati all’occupazione dell’Etiopia, il generale Graziani – dando corso ad espressi ordini provenienti da Mussolini – fece uso dell’Iprite, gas nervino esplicitamente vietato dalle convenzioni internazionali dopo la Prima guerra mondiale. Si rese inoltre responsabile della mattanza dei preti e diaconi cristiani etiopi da lui ordinata a Debra Libanos, fatti assassinare dalle truppe islamiche in divisa italiana, e partecipò attivamente alla rappresaglia in Etiopia di Addis Abeba.

«È pertanto assai grave, ad opinione degli interpellanti, che un comune di 1500 abitanti abbia “fatto giustizia” della memoria del generale Graziani – un personaggio fortemente controverso per il ruolo svolto nel ventennio fascista, nel rastrellamento del ghetto di Roma e da ultimo in Etiopia – con i soldi dei contribuenti e alla presenza di cariche pubbliche, compiendo da un lato un gesto profondamente offensivo nei confronti dell’Etiopia, e della comunità degli etiopi residenti in Italia, e, dall’altro, contraddicendo, il gesto unilaterale con cui lo Stato italiano ha restituito al paese africano l’obelisco di Axum, sottratto dall’Italia fascista e collocato a Roma come emblema dell’avvenuta conquista».

La vicenda del monumento dedicato al generale Graziani è stata oggetto di atti di sindacato ispettivo ed interpellanze anche nella scorsa legislatura, alla quale il Governo aveva dato una risposta insoddisfacente, limitandosi a ribadire la sostanziale incompetenza della Presidenza del Consiglio.«L’iniziativa è volta a sollecitare un pronunciamento del nuovo parlamento e del governo: per rispetto alla memoria storica del nostro paese, intendiamo suggerire una conversione di tale monumento a opere culturali, magari dedicando lo stesso proprio alle vittime in Etiopia» ha infatti dichiarato Cécile Kyenge.

«La XII disposizione transitoria della Costituzione – si legge ancora nell’interpellanza – vieta espressamente “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, mentre le norme di attuazione di tale disposizione transitoria, stabilite con la legge n. 645 del 20 giugno del 1952, definiscono come riorganizzazione anche “l’esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi del predetto partito”. Chiediamo quali iniziative urgenti intenda adottare il Governo non solo per dissociarsi da quanto avvenuto nel comune di Affile, ma altresì per porre rimedio concretamente e simbolicamente ad un atto che genera vergogna e imbarazzi, e per restituire all’Italia quel profilo di affidabilità e credibilità nei valori di libertà e di democrazia, su cui si fonda la nostra Costituzione».