Ma non è il Viminale

Ma non è il Viminale

11 Aprile 2013 Off Di Redazione

Non vorremmo che la sorpresa e l’autentica gioia per la nomina di Cécile Kashetu Kyenge facessero “dimenticare” un particolare importante: il ministero (senza portafoglio) dell’Integrazione non è quello dell’Interno. È al Viminale, infatti, che si prendono le decisioni più importanti sul tema immigrazione. E su quella poltrona, fino a ieri occupata da Anna Maria Cancellieri, in sostanziale continuità con Roberto Maroni (in materia di espulsioni, accordi di riammissione, rapporti con i Paesi del Mediterraneo – si veda, a riguardo, l’articolo di Fulvio Vassallo Paleologo che pubblichiamo in questo numero), adesso si accinge a sedere Angelino Alfano. Ci sono prospettive di cambiamento rispetto alla linea dei suoi predecessori? Sarà disposto Alfano a lavorare in sinergia con Kashetu Kyenge? È quello che ci chiediamo e virtualmente domandiamo anche a lui. I 16 mesi di governo tecnico che lo hanno preceduto, dal punto di vista dell’immigrazione, sono stati caratterizzati da una serie di scelte sbagliate, frutto di una valutazione negativa della presenza di migranti in Italia. Pensiamo alla gestione selettiva della procedura di regolarizzazione e al recente documento di programmazione sui Cie. Tante, troppe cose che si potevano fare non sono state fatte: dall’eliminazione del balzello sul permesso di soggiorno (annunciata e poi rimossa cammin facendo) a una soluzione reale della questione dello status giuridico dei profughi dell’Emergenza Nord Africa. Sarà capace Alfano di gestire in modo più lungimirante e rispettoso della giustizia e dei diritti umani questa delicata materia?

In questo numero dedichiamo, come prevedibile, molto spazio a Cécile Kashetu Kyenge: l’abbiamo intervistata dopo (se n’è occupata la sottoscritta) e prima della sua nomina (a proposito di una vicenda relativa al Cie di Modena, lo ha fatto Luigi Riccio) e vi proponiamo l’estratto di un libro in cui viene ricostruita la sua vicenda personale, dall’arrivo in Italia al 2008.

La scrittrice Igiaba Scego ci racconta invece il suo 25 aprile ad Affile, a pochi giorni di distanza dallo stop al mausoleo del generale Graziani deciso dal presidente della regione Lazio, anche sulla scorta della petizione da lei lanciata on line.
In questo numero parliamo tanto di rifugiati: Stefano Galieni ci racconta la storia di un esule iracheno e pubblichiamo la lettera aperta di Razi e Soheila Mohebi, una coppia di intellettuali, e quella che le rifugiate eritree di Anguillara hanno spedito alla presidente della Camera, Laura Boldrini.

A Milano sta per partire la nuova edizione dell‘Università Migrante e Paolo Buffoni scrive a proposito delle particolarità del corso di quest’anno e alla storia di questa iniziativa. Katiuscia Carnà ci racconta come è stato festeggiato a Roma il capodanno bengalese. Vi parliamo poi di un concorso per l’imprenditoria immigrata e di una mostra fotografica appena inaugurata a Modena che consentirà di conoscere meglio tre artiste straordinarie e socialmente impegnate: la sudafricana Zanele Muholi, la palestinese Ahlam Shibli, e l’iraniana Mitra Tabrizian.

Diana Fichera ci propone un focus molto interessante sui rapporti tra Dante Alighieri e la cultura islamica, mentre Daniele Barbieri ha recensito per noi il libro Clandestini: viaggio nel vocabolario della paura di Giulio Di Luzio.

Nelle rubriche vi segnaliamo infine la bella nota a margine firmata da Clelia Bartoli sull’intreccio tra razzismo e assistenzialismo.

Buona lettura e buon inizio settimana!