Noi cittadini del nulla

Noi cittadini del nulla

10 Aprile 2013 Off Di Redazione

Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po’ di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar. Gli chiedevo: «Come stai?». Diceva: «Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi, pranzo alla Caritas se arrivo in tempo…». Poi si è perso. Chiedevo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno seppi che aveva richiesto asilo politico in Svezia. Ancora silenzio fino a quando mi dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso.

Scriviamo questa lettera affinché il grido di sofferenza di un uomo sia di invito per i nostri concittadini a pensare alla complessità della vita degli esseri umani. Come rifugiati politici che vivono in Italia da oltre cinque anni, siamo giunti alla conclusione di dover impugnare la penna e raccontare di quell’uomo indefinito: “Chi è il rifugiato politico? Cos’è l’asilo politico? Cosa significa chiedere quest’asilo all’Italia?”.

Che il tuo corpo non diventi mangime per i pesci, o che non venga schiacciato dai camion, che riesca ad affrontare tutte le frontiere visibili e invisibili fino ad arrivare in questa terra, allora richiedendo asilo politico e ottenendolo, trovi di fronte a te tre grandi porte chiuse. La prima riguarda la mancanza di continuità di quell’attività politica e sociale per la quale il rifugiato è costretto dalla minaccia di morte ad abbandonare la terra d’origine, gli affetti e le proprietà. Il richiedente asilo politico ottiene in alcune città italiane i sussidi minimi per la sopravvivenza, in seguito, chi entra a far parte della categoria di rifugiato politico, non ha possibilità di continuare un’attività che mantenga le reti create precedentemente e che ne attivi di nuove nel paese ospite. Questo è il caso di giornalisti, attivisti, avvocati, registi e studenti che non abbandonano il proprio paese alla ricerca di un miglioramento economico, ma con l’obiettivo di perseverare nelle loro attività politiche, sociali e culturali. Non potendo fare ciò, il loro sacrificio, e quello degli ex colleghi, dei familiari e degli amici rimasti nel paese d’origine, perde qualsiasi senso.

La seconda porta è sbarrata dall’Unità Dublino a cui aderiscono 24 paesi membri europei e in cui si obbliga il primo paese ricevente a registrare le impronte digitali del richiedente e limitarne entro i propri confini la residenza, la circolazione e il lavoro: questo rende la condizione di asilo politico un esilio di fatto. La situazione si aggrava ulteriormente in Italia poiché l’unica istituzione a tenere insieme il paese in crisi è il sistema familistico con i suoi risparmi: i rifugiati politici non hanno famiglia per sostenersi e hanno necessità di cercare il lavoro ovunque esso si trovi. La terza porta è chiusa dall’impossibilità del ritorno in patria. Queste tre porte, serrate con l’efficacia del ferro e del cemento, sono tuttavia invisibili e non servono né pugni né baionette per aprirle, ma codici, passwords che permettano l’accesso: una legge organica per i rifugiati politici, l’abolizione della convenzione di Dublino e l’acceleramento dei tempi burocratici per il diritto di residenza e di cittadinanza. Chiedendo asilo infatti, il rifugiato lascia il passaporto in consegna e perde tutti i documenti precedenti, ha quindi bisogno di una legge organica che tuteli i suoi diritti e doveri nel paese ospite. I rifugiati politici sono effetto delle guerre prodotte tra paesi democratici e non democratici, ha quindi senso che un paese democratico risponda a tale effetto con una legge organica.

Quest’ultima è inesistente in Italia e tale mancanza si fa sentire sempre più in un momento critico come quello attuale in cui la difficoltà a garantire una continuità lavorativa e di residenza compromette la richiesta di cittadinanza e la tutela che ne conseguirebbe: non ottenere la residenza significa perdere qualsiasi possibilità di godere delle leggi e non ottenerla nei tempi di vita utili del rifugiato significa rendere improduttiva la sua presenza nel paese. Infatti non potendo varcare queste porte il rifugiato politico cade nel vuoto di quel tombino su cui si riscalda d’inverno. Senza legge organica e diritto di residenza e con i divieti dell’Unità di Dublino, egli è costretto a rivolgersi ad enti locali, nel caso di Trento a Cinformi, i quali, mentre il caso specifico viene preso in considerazione, lo indirizzano verso le agenzie del lavoro. I lavori qui proposti riguardano attività scartate dagli Italiani e che nulla hanno a che vedere con le qualità ed esperienze del rifugiato. Il progressivo esaurimento anche di questo mercato, obbliga all’assistenzialismo, ultima via al margine della società. Alla prima risposta degli assistenti sociali di non poter fare nulla riguardo ad un alloggio o al lavoro, seguono i riferimenti per soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza presso enti legati alla chiesa, come ad esempio Caritas. Il rifugiato entra così in una serie di circoli viziosi in cui ogni emergenza ne produce un’ altra peggiore. Al di là della precarietà economica, la vera caduta nel vuoto è la fragilità mentale che consegue a tale trattamento e che, se non conduce necessariamente alla morte fisica, ne comporta di certo una psicologica: il rifugiato diventa un’anima morta in un corpo mobile e la società subisce il progressivo ingrandimento di un cimitero di corpi senza nome che camminano nella città, mangiano in chiesa e dormono per strada. I morti viventi, a cui è tolta la possibilità di creare rete e lavoro, diventano così un pericolo per la società, oltre che per loro stessi.

Il tombino va dunque chiuso dipingendo aperture sulle pareti. Solo attraverso una legge organica, e quindi istituzioni adeguate, si possono rompere questi circoli viziosi e creare uno spazio in cui l’asilo politico sia ponte tra i beni culturali e sociali di due paesi differenti. Ciò significa creare relazioni tra il rifugiato, la società civile e le istituzioni politiche: in questo aspetto politico, sociale e giudiziario sta la differenza tra il paese d’origine del rifugiato e quello ospite, in ciò consiste la motivazione per cui è chiesto l’asilo. Se l’Europa riesce a dar spazio ai rifugiati che si occupano di attività politica e sociale si possono costruire reti di dialogo con i paesi non democratici da cui provengono con il fine di mettere in circolo un pensiero di pace che aiuti la sicurezza globale. Sogniamo che nasca un uomo con bisogni di pace, che si instauri uno spazio di dialogo per moltiplicare le reti tra uomini, che la somma degli effetti di tanti cerchi sull’acqua raggiunga gli oceani.

Per quanto riguarda il nostro caso specifico di rifugiati politici, dopo più di cinque anni vissuti in Trentino abbiamo iniziato ad amare questa terra e a tessere con essa dei legami profondi. Una terra in cui abbiamo cresciuto nostro figlio che parla e si sente in tutto e per tutto italiano. Per lui il Trentino è il suo pianeta, la sua famiglia allargata e la sua infanzia. È una parte inseparabile del suo sé sulla quale sta costruendo l’uomo che sarà un domani.

Una terra che inoltre abbiamo provato a vivere intensamente a livello sociale e culturale attraverso molteplici progetti: innanzitutto il “Progetto Afghanistan 2014” realizzato con la collaborazione del Forum per la Pace del Trentino, di Filmwork Trento e delle Fondazioni Fontana e Mehregan. Un progetto dai molti risvolti politici, sociali ed economici che coinvolge importanti attori esteri e locali e che si propone di fare del Trentino il centro internazionale di un profondo dialogo interculturale sul futuro dell’Afghanistan, ma soprattutto su un futuro comune basato sulla cultura della pace. Altri progetti hanno invece riguardato più strettamente la nostra attività di registi. In questi anni abbiamo infatti prodotto e realizzato in Trentino diversi film e portato con orgoglio il nome della Provincia Autonoma di Trento alle oltre cinquanta proiezioni presentate all’estero e in altre regioni d’Italia, anche in occasione di importanti kermesse e festival internazionali. Infine, da tre anni a questa parte abbiamo dato vita all’Associazione Sociocinema, nata in collaborazione con alcuni studenti della facoltà di sociologia dell’Università di Trento. Un’associazione che attraverso un workshop di cinematografia digitale, da noi tenuto, promuove l’uso di strumenti digitali per raccontare la realtà sociale.

Nonostante tutto ciò, nonostante i nostri sforzi per integrarci ed essere parte attiva del tessuto sociale che ci ha accolti, ci troviamo però nella situazione di dover continuamente scontrarci con gli innumerevoli ostacoli e le difficoltà che, come sopra descritto, ogni rifugiato si trova a dover affrontare in questo paese. Difficoltà che limitano la nostra capacità di agire in modo indipendente e di fronte alle quali tutte le istituzioni sembrano essere impotenti. Ed è proprio vista la mancanza di responsabilità manifestata a qualsiasi livello dalle istituzioni e data la situazione paradossale in cui ci troviamo, ad esempio quella di disporre di finanziamenti in Paesi esteri cui non possiamo accedere per il semplice motivo di non possedere una cittadinanza (finanziamenti che se sbloccati ci permetterebbero di generare progetti e ricchezza anche per la terra che ci sta ospitando), per questo chiediamo la cittadinanza immediata. Una richiesta che non deve essere intesa nell’ottica dello scontro, ma come forma di resistenza non violenta e come strumento per poter diventare autonomi e indipendenti rinunciando a qualsiasi forma di assistenza. Chiediamo la cittadinanza immediata come atto d’amore totale verso il territorio e le persone che ci hanno accolto e in cui abbiamo investito molto, affettivamente e professionalmente. Vogliamo continuare a farlo, con ancora maggior trasporto e sentimento, ma da cittadini italiani.