Non è un Paese per ammalati

Non è un Paese per ammalati

6 Aprile 2013 Off Di Redazione

Medu presenta il suo rapporto sulla condizione dei rifugiati a Firenze. L’incredibile caso di M., che i parenti vogliono riportare in Somalia.

M. è un ragazzo somalo di 23 anni con gravi problemi psichiatrici. È arrivato in Italia nel 2009 e ha ottenuto la protezione internazionale. Medu (Medici per i Diritti Umani) l’ha incontrato la prima volta nello scantinato di una casa occupata, in condizioni igieniche drammatiche. Dal suo arrivo M. è passato da progetti, case occupate, ospedali e carceri dove è stato rilasciato perché incapace. Ha provato ad andare in Svezia, che ha un sistema di accoglienza e protezione migliore del nostro. Il trasferimento non è andato a buon fine. Esiste il Regolamento Dublino che sancisce che i profughi devono rimanere nel primo paese europeo sicuro che toccano. Per cui, la civilissima Svezia, incurante della condizione psicologica di M., l’ha rinviato indietro. A Firenze adesso vive nelle case occupate, lasciato alle cure dei volontari e della comunità. Una mediatrice somala sostiene che i suoi famigliari vorrebbe riaverlo indietro, convinti che loro sarebbero capaci di farlo tornare in sé. Non è chiaro chi si stia prendendo questa responsabilità, ma sembra che i documenti siano quasi pronti. Il titolo di viaggio, che la Questura di Firenze rilascia con il contagocce ai somali, ci sarebbe già. La Somalia è completamente devastata da una feroce guerra civile iniziata nel 1991, ma ai parenti di M. appare preferibile all’Italia del presente, che sembra aver rimosso il diritto alla salute e anche la pietà.

Questo è uno dei casi riportato nel report di Medu sulla condizione dei rifugiati a Firenze. Da ottobre del 2011 a ottobre 2012 sono stati 200 i migranti incontrati e risulta che la popolazione che vive nelle occupazioni è formata da persone prevalentemente di origine somala: sono giovani, maschi, presenti sul territorio (nel 75% dei casi) da oltre sei mesi. Per quanto riguarda la loro possibilità d’accesso alle cure risulta che il 56% non ha mai posseduto una tessera sanitaria, mentre il 9% non è riuscita a rinnovarla. Si tratta di un numero molto alto di persone, di fatto escluse dal diritto alla salute. Marco Zanchetta coordinatore, assieme a Novella Mori, della sede fiorentina dell’associazione, racconta che questo risultato è dovuto a tre fattori: mancata conoscenza del diritto di accesso alle cure; scarsa o nessuna conoscenza del funzionamento del sistema sanitario; forti barriere linguistiche e culturali. Se in parte quindi il migrante ha difficoltà a conoscere il sistema, è pure vero che il sistema non fa molto per essere conosciuto. Spesso si riesce ad accedere ai servizi grazie alla mediazione di progetti e associazioni che non si fanno solo carico, però, di aiutare il migrante. Il primo scoglio sono gli impiegati che troppo spesso non hanno indicazioni chiare su come procedere. Gli operatori sanitari alle volte si trovano intrappolati in un caso che non sanno risolvere anche se c’è buona volontà. «Noi», dice Zanchetta «diamo una mano, dando delle indicazioni per risolvere il caso, rimanendo nelle regole, anche se le “regole” sono linee guida generali e confuse». La difficoltà linguistica non è dovuta unicamente dalla scarsa conoscenza dell’inglese da parte del personale Usl o dalla mancanza di una modulistica multilingue. Anche l’accesso all’interpretariato, che va richiesto per fax, richiede l’intervento di qualcuno in grado di poterlo attivare.

Uno dei problemi che invece riguarda tanto il rinnovo della tessera sanitaria che l’accesso ai servizi sociali è legata alla “questione residenza”. Argomento spinoso per Firenze. Anni fa esisteva la possibilità di chiedere la residenza presso le associazioni. Poi fu deciso dall’amministrazione comunale di creare in una via fittizia per i senza fissa dimora. Poi più niente. È impossibile in questa città avere la residenza nell’edificio di abituale domiciliazione se questo è uno stabile occupato. Infatti M., stabilmente in città da anni, non ha potuto usufruire dei servizi sociali, come tutti coloro che sono in occupazioni, perché ufficialmente non esiste. Tanto da far credere alla sua famiglia che per lui sia meno pericoloso uno stato in guerra che il così detto “Paese sicuro” per il Regolamento Dublino.

Come rilevato da tutti gli addetti ai lavori, in questo contesto le malattie maggiormente presenti sono di fatto patologie indotte derivanti delle condizioni di precarietà e dallo stress. Le condizione ambientali, igienico sanitarie, lo stato d’incertezza, di precarietà e marginalità che provoca malessere esistenziale che con il tempo diventa malattia. Un’altra casistica alta riguarda i traumi. In questa categoria Medu inserisce anche quelli legati al viaggio e paese di provenienza, come maltrattamenti e torture. «In Toscana non esiste un’equipe di riferimento per la certificazione delle torture» racconta Zanchetta. «Noi siamo gli unici a farlo». Queste certificazioni non sono importanti solo in fase di richiesta d’asilo per “provare” la veridicità della propria storia, ma soprattutto dopo. È essenziale, infatti, per la determinazione della vulnerabilità, che dovrebbe portare a una presa in carico multidisciplinare, che dovrebbe vedere come protagonisti non solo i progetti, ma anche tutti i servizi esistenti sul territorio. Invece, paradossalmente, avendo difficoltà ad avere o a mantenere la residenza i rifugiati, che di fatto sono presenze stabili in città, sono esclusi da ogni forma di assistenza sociale. Si viene a creare una frattura tra progetti e continuazione dell’inserimento territoriale.
Un altro tassello importante dovrebbe essere il medico di base. È colui che conosce il paziente, la sua capacità economica, la sua situazione abitativa. Purtroppo però sono proprio questi i grandi assenti. Un po’ è dovuto al fatto che non è stato fatto molto per coinvolgerli, un po’ è dovuta ad una mancata formazione su questi ambiti, per cui il tutto viene lasciato alla buona volontà dei singoli. Medu ha come suo obiettivo proprio un loro maggiore coinvolgimento.

Tornando a M. che rischia di essere rimpatriato in un paese in guerra, viene spontaneo chiedere come vengano trattati i casi psichiatrici in Italia. Zanchetta ci spiega che igiene mentale solitamente gestisce i pazienti in collaborazione con le famiglie. Ci racconta che attualmente in Italia è difficile gestire un caso di salute pubblica come questo, se non ci sono i parenti dietro. Questo non vale solo per i malati di mente ma anche per chi ha patologie degenerative e croniche gravi. «In questo paese non c’è un problema rifugiati, ma un problema Italia. Per assurdo i rifugiati e tra loro i vulnerabili, che dovrebbero essere i più tutelati, sono lasciati a se stessi e, quando ci sono, ai propri cari proprio come gli italiani».
Se da una parte è vero che la situazione è drammatica per tutti, rimane incredibile che in Italia, per un uomo con disturbi psichiatrici che dovrebbe essere tutelato sia come rifugiato che come vulnerabile, non si riesca a trovare una soluzione migliore del rimpatrio.