Non si tratta di ordine pubblico

Non si tratta di ordine pubblico

13 Aprile 2013 Off Di Redazione

L’occupazione dell’ex villaggio olimpico, da parte di 300 profughi dell’Emergenza Nord Africa, è stata definita dal questore un’emergenza umanitaria. Un passo avanti almeno terminologico.

È di pochi giorni fa l’occupazione dell’ex villaggio olimpico a Torino da parte di oltre 200 migranti precedentemente accolti nelle strutture dell’Emergenze Nord Africa (Ena). Con il passare dei giorni, sembra che il numero delle presenze nell’edificio aumenti e che i migranti siano ormai quasi 300. Per loro si è costituito il Comitato di solidarietà con i rifugiati e i migranti composta da persone di varia provenienza: ex operatori dell’Ena, ragazzi dei centri sociali, e aderenti ad associazioni laiche e cattoliche. Le richieste degli occupanti per il momento sono principalmente due: l’accesso alla residenza nello stabile occupato; la possibilità di avere un alloggio per tutti coloro che stanno nell’occupazione. Queste persone, dopo l’uscita più o meno volontaria dai centri, si sono trovate a dormire fuori dalla stazione, spiega Aboubakar Soumahoro, del Movimento rifugiati e profughi, una delle realtà coinvolte nell’occupazione. Come in molte altre parti d’Italia è stato inutile cercare un letto nei dormitori pubblici, non c’è posto per tutti. Molti di loro non hanno un lavoro e non sono pochi quelli che ancora non riescono a parlare bene l’italiano. Per questo l’occupazione. Tra coloro che stanno dando una mano molti sono i loro stessi ex operatori. Con la fine dell’emergenza, i migranti hanno perso l’accoglienza e gli operatori il lavoro. Evidentemente però, non hanno perso la passione e la motivazione per il lavoro svolto fino a quel momento. Una prima indicazione di come ci si potrebbe muovere si desume già però dalle scelte terminologiche: il problema dal questore non è stato definito di ordine pubblico, ma emergenza umanitaria.

Di quanto sia stata disastrosa la gestione dell’Ena abbiamo parlato molte volte. E Torino non fa eccezione. Anche qui la mancanza di una pianificazione, il lungo tempo necessario per l’ottenimento dei permessi di soggiorno e un pressapochismo con cui sono stati dati gli indirizzi di gestione hanno reso l’accoglienza un lungo percorso ad ostacoli. L’ultima denuncia, in ordine di tempo, è probabilmente quella dell’Arci che, a emergenza formalmente conclusa, aveva annunciato in conferenza stampa che i profughi che ricadevano sotto la sua gestione sarebbero usciti solo quando fosse stata certa per loro una sistemazione alternativa dignitosa. E a qualcosa questo diktat deve essere servito, visto che nell’occupazione sono attualmente coinvolti solo 5 profughi ex Arci.

«Malgrado la volontà di fare percorsi di inserimento, di fatto è stato impossibile lavorare come avremmo voluto», racconta Parigini dell’Arci. «L’Ena è stata concentrata sulla provincia di Torino con 1.400 presenze al suo inizio e che alla fine del 2012 erano diventate, stando ai dati di prefettura e protezione civile, circa 900». A prendere in carico i profughi erano stati Arci, Pastorale Migranti, Connecting People (che a Torino gestisce anche il Cie) e altre associazioni o cooperative più piccole. «Non è mai stato fatto un tavolo da parte della Regione che mettesse insieme gli attori dell’accoglienza per arrivare a percorsi condivisi. Il modello che era stato proposto dal Ministero dell’Interno era quello dei Cara, che non prevedono inserimento sociale, ma solo mera accoglienza. Malgrado si sia molto lavorato per rendere autonomi i migranti, di fatto le nostre proposte venivano ignorate dalle autorità competenti, lasciando chi doveva creare inclusione in uno stato di totale incertezza. Le risposte non arrivavano e quando si ottenevano erano date in maniera restrittiva o confusa. Lo abbiamo visto a proposito del mancato riconoscimento delle spese legali per fare ricorso di fronte ai dinieghi, ma anche del balletto relativo al rilascio dei titoli di viaggio che prima venivano concessi ad alcuni, poi no e alla fine sì e a tutti. Le procedure per l’integrazione non sono state ostacolate, ma ignorate. Non venivano date risposte rispetto a come spendere i soldi: ed è difficile lavorare quando non sai cosa ti rimborsano e cosa no».

Intanto la vita nelle palazzine continua e i migranti dovranno pensare a come riuscire a inserirsi in questa società che diventa di giorno in giorno sempre più escludente anche per gli italiani. Un’occasione di confronto la si avrà già il 10 aprile quando a Torino arriverà in visita istituzionale il Presidente della Camera Laura Boldrini. Sarà ben interessante capire che posizione prenderà la neo eletta Presidente, che per anni si è occupata proprio di rifugiati con l’Alto Commissariato per i Rifugiati per le Nazioni Unite.