Intervista al direttore del Corelli

Intervista al direttore del Corelli

6 Aprile 2013 Off Di Redazione

«È uno di quei luoghi dove viene eliminato il superfluo. Le emozioni sono intense, nel bene e nel male. Quando c’è un problema è un bel problema. Ma si creano anche situazioni di forte vicinanza. Ci sono persone rimpatriate che mi chiamano ancora». È con questa lettura intimista che Massimo Chiodini, direttore del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli, racconta la struttura milanese. L’abbiamo incontrato a margine della nostra visita al Cie.

La presenza delle transessuali al Corelli comporta delle problematiche?
«Da un punto di vista organizzativo-logistico no. Negli anni ci siamo organizzati ritagliando degli spazi ad hoc per loro. L’infermeria, per dirne una, riceve uomini e transessuali in orari diversi. Problemi, ma di coabitazione, ci sono stati in passato. Durante il Ramadan, ad esempio, quando i trattenuti maschi vedevano passare le transessuali e cominciavano a litigare».

E dal punto di vista medico?
«Non ci sono grosse difficoltà. Il problema è più che altro come proseguire la cura una volta fatta la diagnosi. Nel caso un trattenuto abbia, ad esempio, l’hiv, ed abbia bisogno di farmaci retrovirali, non potrà averli stando qua dentro. La Regione Lombardia, competente in questo caso, non li passa».

Cosa succede in questo caso?
«Il medico prepara un certificato di non compatibilità con il trattenimento. La questura autorizza il rilascio ed emette un ordine di abbandono del territorio dello Stato entro 7 giorni».

Visto dall’interno, com’è il Cie milanese?
«Non è né l’inferno né il giardino d’infanzia. È un luogo dove vengono trattenute le persone che devono essere rimpatriate, una situazione di libertà privata. Non faccio valutazioni politiche. Quello che posso dire è che occorrerebbe un maggiore interesse per questi posti: ci si interessa di loro solo in campagna elettorale o quando conquistano lo spazio sulle cronache. Tutti che vogliono verificare, tante commissioni, ma poi nessuna riflessione sull’efficacia di queste strutture».

Da parte di chi?
«Della politica. Da qui sono passati tutti gli schieramenti, tutte le bandiere e le tessere politiche. Vengono, si informano, si indignano, ma poi di concreto non c’è niente».

Il gruppo incaricato dal Ministro dell’Interno Cancellieri ha diffuso in questi giorni una serie di osservazioni su come “migliorare” i Cie. Tra queste, celle di isolamento, poteri speciali a prefetti e questori, aggravanti per reati commessi qui dentro. Cosa ne pensa?
«Queste misure – parlo solo del Corelli, ovviamente – non servono a nulla. Il vero problema riguarda il tempo che ci impiegano i consolati a rilasciare i documenti o l’autorizzazione all’ingresso nel Paese. La gente qui dà fuori di matto quando passa un mese, due, tre perché le autorità diplomatiche non rispondono. Per il resto, puoi anche trasferire tutti all’Asinara, non cambierebbe nulla».

Cosa andrebbe fatto secondo lei?
«Prima ancora di fare bisognerebbe porsi con grande trasparenza delle domande: servono questi posti? Sono efficienti, efficaci?».

Qual è la sua risposta?
«Mi faccio solo domande».

È stato utile l’allungamento della durata a 18 mesi della permanenza nei Cie?
«Non ha avuto alcun senso».