Sicurezza e immigrazione

Sicurezza e immigrazione

6 Aprile 2013 Off Di Redazione

Le ricadute psicologiche del binomio (per niente innocente) proposto da varie amministrazioni, a partire dalla giunta regionale della Lombardia.

C’era un tempo, nel quale gli assessorati delle amministrazioni che a livello locale o regionale si occupavano del tema immigrazione erano contigui a tematiche attinenti il welfare, l’inclusione e le politiche sociali. Molte cose sono cambiate dall’11 settembre 2001 in poi.

Da allora alcune amministrazioni, magari distrattamente inconsapevoli, hanno costruito come settore di competenza specifica il binomio sicurezza-immigrazione come comparto naturalmente connesso. Questo tipo di accostamento concettuale (e funzionale) non fa che rafforzare la rappresentazione più convenzionale del tema immigrazione: emergenza, invasione, pericolo. Fa emergere la diffidenza di base propria di coloro che si sentono invasi da persone che “tolgono” agli autoctoni spazi sociali di serenità, di familiarità, di risorse, di conferme, e che è spesso alimentata e amplificata dai media.

In una giunta, l’abbinamento delle deleghe alla sicurezza e all’immigrazione, in altre parole, non è un fatto neutro: ha delle ricadute evidenti anche sul piano della comunicazione e della psicologia. Ci dice che anche le istituzioni confermano l’esistenza di un legame tra le due cose e, quindi, l’importanza di monitorare, dal un punto del vista della sicurezza sociale, una realtà, quella appunto dell’immigrazione, che potenzialmente comporterebbe per la popolazione autoctona inquietudine e preoccupazione, data la sua supposta natura intrinsecamente problematica e imprevedibile, tendente in qualche modo ad essere causa di disequilibrio e caos.

Da questa prospettiva, il razzismo diventa nient’altro che la modalità relazionale con cui la gente comune crede di poter costruire una “distanza di sicurezza” per proteggere la propria quotidianità dai potenzialmente pericolosi intrusi.
Questa impostazione istituzionale conferma implicitamente la legittimità di movimenti come le ronde, custodi della serenità cittadina che assumono l’intolleranza come la loro bandiera e ragione di esistere, di fronte alla ipotetica propensione all’atteggiamento irrispettoso e incivile del nuovo arrivato. Non solo: di fronte a questa impostazione, le eventuali iniziative altre, provenienti dal medesimo soggetto istituzionale e volte a favorire la multiculturalità e il dialogo, perdono inevitabilmente credibilità.

Così come succede anche a livello interpersonale, nello scambio dell’interazione umana ciò che conta per davvero sono soprattutto tutti quei componenti che fanno da cornice a ciò che viene detto: la metacomunicazione, piuttosto che i contenuti in sé. I messaggi impliciti, i “non detti”, sono quegli aspetti della comunicazione che condizionano pesantemente a livello relazionale gli scambi con gli altri (quindi i rapporti), per cui non esserne consapevoli può volere dire essere inefficaci nel voler trasmettere le proprie intenzioni e propositi ai nostri interlocutori.

Lascio ai sociologi il compito di pensare su come impostare politiche di gestione dell’immigrazione come fenomeno e come processo sociale di crescita e di complessità, ma al di fuori da aspetti di controllo e sicurezza (contenuti che hanno a che fare con la convivenza nella globalità sociale), ma invito politici e amministratori a pensare alla necessità di propiziare con responsabilità e coerenza azioni educative, civiche e di intervento sociale in grado di favorire una convivenza più libera da pregiudizi e luoghi comuni sul tema immigrazione. Solo così può essere fattibile una cultura dell’antirazzismo, partendo dalle istituzioni che si interrogano sul proprio agire e sulla propria impostazione istituzionale.