Nella sezione delle transessuali

Nella sezione delle transessuali

5 Aprile 2013 Off Di Redazione

La sezione “B” del Cie di via Corelli è la sola in Italia ad ospitare le transessuali senza permesso di soggiorno. Le loro storie, la loro quotidianità.

«È come un carcere». Isabella cammina avanti e indietro, con i capelli raccolti in una cuffia. Siamo a Milano, nella sezione “B”del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli. È la terza volta che Isabella finisce qui dentro. La prima quando aveva 23 anni. Ora ne ha 30. Isabella è arrivata in Italia appena maggiorenne. Prima di ritornare al Corelli, batteva dalle parti di via Cristoforo Colombo, a Roma. È da sempre che fa la prostituta. Così si mantiene, così paga la cura ormonale necessaria per la sua transizione. Prende l’Androcun, il Diane 35. «Ma qui non li passano», racconta.

La sezione “B” è quella dove sono inviate le transessuali senza permesso di soggiorno. All’occorrenza, se si dichiarano come tali, vengono messi qui anche gli omosessuali. Al momento ce n’è uno solo, un giovane di 23 anni, che corre in cortile ascoltando musica attraverso gli auricolari, e non vuole parlare con noi. In tutto le trans sono sei, tutte latinoamericane, in prevalenza brasiliane. «Ora si sta bene. Prima, quando era più pieno, si litigava», continua Isabella. Sembra questo l’unico fattore capace di avvelenare il clima: il sovraffollamento. Alcune facce sono sorridenti, altre, come quella di Isabella, afflitte. «Ma la colpa non è loro», specifica, riferendosi alla Croce Rossa, che gestisce il centro. Per queste “ospiti” la permanenza nel Cie sembra solo una snervante routine. Una fermata del pullman. Poi si riparte. Non sembrano quasi temere lo spettro dell’espulsione: il Brasile, senza il consenso degli interessati, non autorizza il rimpatrio. Sarà per questo che si respira un’aria distesa. Tutt’altra cosa – ci raccontano – rispetto alle altre due sezioni, la “E” e la “D”, dove sono “ospitati” 54 uomini. Qui, l’autorizzazione della prefettura per una visita probabilmente non sarebbe arrivata. Solo qualche giorno fa un ragazzo si è tagliato per protesta.

Sette camere, un corridoio, una sala mensa e un cortile interno. È questo lo spazio attorno cui si muovono i trattenuti della sezione “B”. Colloqui con l’esterno, visite mediche o una scappatella al “magazzino” (dove sono conservati gli oggetti personali vietati all’interno) sono i soli motivi per cui si esce. La più “anziana”, Naomi, è qui da un mese e quindici giorni. Ha 29 anni, è in Italia da un anno e mezzo. Prima di arrivare al Corelli viveva a Pisa. È stata presa dopo un diverbio con un cliente, che l’ha abbandonata su una strada alla periferia di Lucca. Ci racconta la sua giornata: «Mi sveglio verso le 9 del mattino, faccio colazione, a mezzogiorno pranzo e poi passo il tempo o guardando la Tv o giocando a pallavolo nel cortile», racconta. Con le sue compagne di trattenimento ora va d’accordo, ma non è sempre stato così. «Ci possono essere gelosie: per un vestito, o magari perché il mio corpo è più bello del loro. Adesso però non ce ne sono». All’uscita da qui, sogna di trovare un uomo che la lasci «a casa sua», quando lui va a lavoro, «come una donna». In caso contrario, ripiegherebbe sul lavoro che ha sempre fatto. «C’è crisi anche qui, ma per me no» dice indicando il suo corpo.

Al 31 marzo, secondo i dati forniti dalla Croce Rossa, sono 34 le transessuali transitate al Corelli – 178 gli “ospiti” totali. Più della metà (18) è uscita per «incompatibilità» con la struttura, mentre solo 9 risultano effettivamente «imbarcate». A differenza che nel carcere, qui la cura ormonale per la trasformazione del corpo non viene ripresa. Ma così come negli istituti penali, manca «una formazione specifica» per gli operatori. «Alle persone transessuali», si legge nel rapporto sulle carceri della Commissione per i Diritti Umani del Senato, «ci si deve rivolgere al maschile perché tale è l’appartenenza di genere di questi soggetti secondo l’anagrafe, il che rappresenta un’ulteriore, pesante discriminazione». Ed è lo stesso che si verifica al Corelli.

Le “ospiti”, però, non sembrano farci caso. Per Isabella, ben più grave è il fatto che si trovi nuovamente in un Cie. «La prostituzione esiste dal tempo dei romani», mi dice. «Non sparisce mettendoci qui dentro». È più per questo che crede di essere ritornata qui. «Se non vogliono che ci mettiamo per strada, riaprano allora le case chiuse». Isabella soffre di diabete, attraverso questo spera di ottenere un permesso di soggiorno. Per lei, che è brasiliana e non vuole tornare in Brasile, la permanenza al Corelli è inutile. Per le altre probabilmente pure.