Mobilitarsi per Hassan

Mobilitarsi per Hassan

6 Aprile 2013 Off Di Redazione

Un uomo in questi giorni sta affrontando il rischio di essere arrestato e imprigionato per aver organizzato i lavoratori in sindacati e per aver lottato per i propri diritti.

Questo non succede in Arabia Saudita e non nella Siria di Assad, ufficialmente dittature. Questo succede nell’Iraq di Nuri Al Maliki, nella prima nazione a subire il processo di “democratizzazione” a mano armata. Ci vuole una mobilitazione internazionale per fare sì che quest’uomo non sia condannato. Per impedire che l’Iraq cada dalla padella della dittatura del partito Baath alla brace di quella delle multinazionali del petrolio.

Il suo nome completo è Hassan Jumaa Awwad Al Assadi. “Hassan” è il suo nome. “Jum’a” è quello di suo padre. “Awwad”, suo nonno. “Al Assadi” è il nome del suo clan. Una antica famiglia della penisola araba. Nato nel 1952 a Bassora, Hassan lavora nella Compagnia nazionale di petrolio da più di 30 anni. Un uomo robusto e dallo sguardo intenso. Parla un bassrawi stretto stretto e quando ci incontriamo capisco una parola su due di quello che dice. Ma nell’insieme le cose che dice sono sempre limpide come il sole.

Hassan è il leader del sindacato dei lavoratori del petrolio, Iraqi Federation of Oil Unions (Ifou). Da anni lotta per i diritti dei lavoratori del petrolio, ma anche perché le multinazionali non si spartiscano tutte le risorse energetiche del suo paese. Lotta questa che gli è valsa un mandato d’arresto prima dalle autorità provvisorie e poi confermato dal governo iracheno eletto, ma mai eseguito. Come una specie di spada di Damocle che pende sulla testa di vari sindacalisti iracheni.

Nel 2009, in un forum della società civile irachena che si svolgeva a Velletri, dichiarava in una discussione: «Noi viviamo una situazione in cui gli accordi commerciali tra lo stato iracheno e le compagnie del petrolio sono stati siglati dal governo provvisorio nominato dall’ambasciatore Americano Bremer. Bisogna sapere che Bremer è stato nominato lui stesso da George Bush e Dick Cheney. E che questi due signori sono alla testa di due delle più grosse compagnie di petrolio al mondo. Quindi è come se queste compagnie avessero siglato l’accordo con se stesse».