Una moschea al Palasharp

Una moschea al Palasharp

11 Aprile 2013 Off Di Redazione

Lo chiede il Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi con una petizione. Intervista al suo presidente.

«È urgente dare una risposta concreta ai più di 100.000 cittadini milanesi musulmani garantendo loro il diritto alla pratica del culto, così come stabilito dalla nostra Costituzione». Con queste le parole e attraverso il suo presidente, Davide Piccardo, il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi) lancia una petizione on line che contiene un appello al sindaco Giuliano Pisapia. L’oggetto: poter trasformare il Palasharp in una moschea grande. Perché a Milano non ce n’è nemmeno una.

Piccardo, perché il Palasharp?
«È una struttura abbandonata, chiusa da due anni. Solo per demolirla servirebbero 600 mila euro. E non ci sono al momento investitori pronti a realizzare progetti sull’area. Noi potremmo valorizzarla, ristrutturarla, eventualmente inserendo degli elementi architettonici nuovi. Un minareto, ad esempio. E ciò anche in vista di Expo 2015.

Chi ci metterebbe i soldi?
«L’opera sarebbe a costo zero per le casse comunali. Noi pagheremmo un canone per il suo utilizzo oltre, ovviamente, i costi dell’investimento. Possibili donazioni potrebbero arrivare da filantropi del Kuwait o del Quatar, ma la spesa più grande sarebbe della comunità islamica locale».

Cosa ha risposto l’Amministrazione?
«L’assessore Chiara Bisconti, direttamente competente, ha detto che c’è stata una delibera di giunta che stabilisce la demolizione della struttura. Che non sarebbe agibile».

La risposta quindi c’è già: è no.
«Il Palasharp andrebbe buttato giù. Dopo, dicono, valuterebbero i progetti per l’area, anche quelli proposti dal Caim. Il rischio è però che, come spesso accade in Italia, venga lasciato tutto com’è, anche per dieci anni. Non capiamo il perché quando c’è qualcuno che vuole recuperare il Palasharp e dare delle soluzioni alla città».

Come cambia, con quest’ultima richiesta, il progetto presentato al Comune due anni fa?
«La nostra idea rimane quella di puntare sul decentramento e su una presenza diffusa dei luoghi di culto: tante piccole moschee, nei vari quartieri in cui la comunità risiede. Ma ciò non si scontra con il progetto di una moschea grande. Che è altra cosa rispetto alla “grande moschea”».

Che differenza c’è?
«La “grande moschea” indica una moschea unica, che sia rappresentativa di tutto, come un Duomo. La moschea grande, invece, è una moschea come le altre, ma di dimensioni maggiori. La “grande moschea” non appartiene a noi come concetto».

In che senso?
«Nel senso che nasce dal bisogno delle istituzioni, italiane o europee, di identificare un interlocutore privilegiato, di avere un punto di riferimento. La nostra organizzazione è molto più orizzontale. E decentramento non significa che i luoghi debbano essere micro».

Adesso come adesso, a Milano, una moschea c’è o non c’è?
«Ci sono tanti luoghi in cui si prega, che sono spesso registrati come centri culturali e sociali. Li chiamiamo moschee perché per noi ogni luogo adibito al culto lo è, ma non sono riconosciute come tali».

Come cambierebbe, con il vostro piano originario, l’attuale situazione? E cosa potrebbe fare il Comune?
«Verrebbe, prima di tutto, data dignità anche formale a queste realtà. L’Amministrazione, invece, potrebbe aiutarci a trovare delle alternative, laddove le strutture utilizzate al momento si rivelassero non idonee. Tutto sempre a costo zero».

Come si è mossa la giunta per adesso?
«È stato istituito un albo delle associazioni religiose di Milano, che avrebbe dovuto essere il preludio a dei bandi per le assegnazioni di spazi alle comunità religiose. Questa era l’intenzione dell’ex vicesindaco Maria Grazia Guida. Ora, che è andata via e la delega è stata assegnata all’assessore all’Istruzione Francesco Cappelli, è tutto fermo».

C’è uno stallo.
«La giunta è ferma su tante cose, troppe. Ma il pregiudizio nei nostri confronti non c’entra».

Altrove, in Italia, le moschee sono riconosciute?
«Si inaugurerà tra poco la moschea di Ravenna, mentre da non molto ha aperto i battenti un’altra a Colle Valdelsa. Ce n’è una a Catania, mentre ad Albenga, in Liguria, un grande luogo di culto è stato inaugurato in presenza del sindaco leghista».

Alla petizione avete ricevuto risposta?
«Al momento no».