Dagli scoop all’oblio

Dagli scoop all’oblio

3 Maggio 2013 Off Di Redazione

La rivoluzione e la parabola di Zarzis tv. Intervista a Paola Piacenza, regista di In uno Stato Libero, in concorso al Festival del cinema Africano di Milano.

La pellicola racconta gli eventi tunisini, prima e dopo la caduta di Ben Alì, attraverso una lente particolare: Zarzis Tv, la web tv creata da tre ventenni –  Walid, Noureddine e Aladdin – uniti dall’assenza di prospettive e da un’amicizia durata lo spazio di un mattino.

Com’è nata l’idea?
«Desideravo molto raccontare quello che stava accadendo in Tunisia, ma mi rendevo conto che, per forza di cose, il mio sguardo era parziale, non avendo partecipato alla vicenda dall’inizio. Così ho pensato di adottare lo sguardo di questi ragazzi, di tallonarli, seguirli in luoghi in cui da sola difficilmente sarei riuscita ad entrare, combinando le mie curiosità con le loro».

Che idea si è fatta sull’esperienza di questi ragazzi?
«La loro è stata una parabola, ha seguito il corso della Rivoluzione. Sia l’idea della web tv che la loro amicizia hanno avuto un picco e poi una discesa rapida. C’è stato un momento in cui i ragazzi sono stati molto uniti, si sentivano parte degli eventi. Attraverso la loro televisione, hanno fatto lo scoop dello speronamento della barca carica di migranti da parte della guardia costiera tunisina (avvenuto a febbraio 2011 e in cui persero la vita ventinove persone, ndr), che i media ufficiali avevano liquidato come un incidente. I ragazzi hanno intervistato i superstiti, hanno smentito la televisione di Stato. Sono stati i portatori di verità, gli eroi di Zarzis. Ma è durato poco. Successivamente hanno cominciato a litigare fino poi a separarsi durante le elezioni, prendendo strade e posizioni politiche diverse».

Il film abbraccia vari aspetti: le migrazioni verso l’Occidente, l’esperienza di un gruppo di ragazzi alle prese con una web tv, i rivolgimenti tunisini. Quale di questi voleva o crede di aver raccontato meglio?
«Il film è diviso in quattro stagioni proprio perché ogni volta che tornavo, il posto era cambiato. In una stagione c’erano le migrazioni verso l’Occidente, in un’altra le entrate dei profughi dal conflitto libico e poi le elezioni in autunno, che sono state impeccabili. Un segnale molto evidente di quanto tutto cambiasse a grande velocità era il destino del confine di Raj Ajdir, tra Libia e Tunisia. Il punto di confine indietreggiava di venti chilometri a stagione. Un momento era un luogo di accoglienza da parte dei tunisini e dell’esercito, un altro era invece un luogo ostile perché la gente non ne poteva più; c’erano momenti in cui ti lasciavano filmare quello volevi e altri in cui ti puntavano il fucile contro. La stagione delle migrazioni è stata iper rappresentata dai media, c’erano le tariffe per salire sulle barche dei migranti per i giornalisti, un traffico parallelo e abbastanza spaventoso che riguardava l’informazione. Questo era proprio quello che non volevo fare».

Una web tv nata dal niente e che racconta gli eventi che gli altri non raccontano. Come ha trovato questa iniziativa?
«Molto utile. Durante le dimostrazioni davano notizie pratiche, di servizio, dicevano chi era stato colpito, dove trovarsi. È stata importante perché ha dato alla città la sensazione di essere rappresentata, che c’era qualcuno di cui potersi fidare. È disperatamente finita in niente: hanno fatto qualche tentativo di dare alla web tv una connotazione di impresa, ma non ce l’hanno fatta. Dopo pochi mesi ha smesso di essere importante e adesso fa delle cose totalmente irrilevanti. È stato molto interessante il fatto che tre ragazzi di vent’anni abbiano avuto quell’idea e l’abbiano messa in pratica in 48 ore, con quella forza, quell’energia, che può venire solo dalla consapevolezza di far parte di un momento storico straordinario, e di volerne far parte ancor di più, in maniera attiva».