Forza Nuova e lo ius soli

Forza Nuova e lo ius soli

11 Maggio 2013 Off Di Redazione

Raid notturni, slogan minacciosi e violenti. Così  l’estrema destra cerca di inserirsi nel dibattito politico

Una serranda imbrattata di vernice rossa. Un volantino con la scritta «No allo Ius Soli, ministro Kyenge dimettiti». Così si presentava la sezione Pd del quartiere Salario-Trieste, a Roma, dopo l’incursione notturna di Forza Nuova giovedì scorso. Uno spettacolo non troppo diverso da quello di altre città. A Palermo, davanti alla sede Pd del quartiere Noce, una scritta sul muro recitava «l’immigrazione uccide. No ius soli, Kyenge dimettiti». A Bari, i militanti democratici hanno trovato un piccone e vernice rosso-sangue sull’asfalto; a Pesaro, a Pescara e a Pontedera (in provincia di Pisa) una bandiera italiana insanguinata e varie scritte, contro lo “ius soli” e il ministro dell’Integrazione.

Raid notturni, simboli violenti, slogan minacciosi. Così il gruppo di estrema destra cerca di inserirsi nel dibattito politico, cavalcando i sentimenti anti-immigrati e contestando la proposta di introdurre lo “ius soli” nelle norme sulla cittadinanza. L’obiettivo polemico è il Partito Democratico, accusato di voler stravolgere i fondamenti dell’identità nazionale.
C’è una strana convergenza tra le azioni intimidatorie di Forza Nuova e le polemiche contro le dichiarazioni del ministro Kyenge, cui abbiamo assistito in questi giorni. Pur con linguaggi diversi, e soprattutto con mezzi differenti, sono ormai molte le voci che identificano nello “ius soli” una proposta del Partito Democratico: dismesse le attenzioni veltroniane al tema della “sicurezza”, si dice, il Pd sarebbe tornato ad una politica “di sinistra” in materia di immigrazione. Sarà bene, allora, fare un po’ di chiarezza.

Lo Ius Soli è “di sinistra”?
Politiche dell’immigrazione e norme sulla cittadinanza non sono la stessa cosa. E non vanno necessariamente di pari passo. Si può avere un approccio restrittivo al tema degli ingressi, dei rinnovi dei permessi di soggiorno, o del nesso tra lavoro e soggiorno: ma, al contempo, si può riconoscere il diritto alla cittadinanza per chi è nato nel nostro paese. Si tratta di tematiche diverse, se non altro perché è difficile chiamare “immigrato” chi è nato in Italia, è vissuto in Italia, ha studiato in Italia e lavora in Italia… E infatti, basta dare uno sguardo al dibattito sulla cittadinanza per accorgersi che le cose sono ben più complesse.
Gianfranco Fini, ad esempio, è il firmatario di una delle leggi più restrittive d’Europa in materia di immigrazione (la “Bossi-Fini”, appunto). Eppure, si è schierato a più riprese in favore della cittadinanza ai bambini nati in Italia. Lo ha fatto, si badi, ben prima dello storico “strappo” con Berlusconi, suggellato dal famoso “che fai, mi cacci?”: ben prima, quindi, di diventare l’idolo di una parte del “popolo di sinistra”. Già nel Settembre 2009, l’allora Presidente della Camera si era espresso per una revisione della legge sulla cittadinanza.
Sempre nel Settembre 2009, alla Camera fu presentato un disegno di legge, i cui primi firmatari venivano da schieramenti (all’epoca) opposti: Fabio Granata, “finiano” del Pdl, e Andrea Sarubbi, cattolico del Pd. Il testo introduceva lo “ius soli” per i nati in Italia, purché i genitori fossero legalmente residenti da almeno cinque anni. E in calce recava le adesioni di cinquanta deputati di tutti i gruppi, salvo la Lega.

Se poi ci si sposta dagli schieramenti politici alla società civile, la richiesta di modifica delle norme sulla cittadinanza si fa ancor più ampia, e trasversale. La campagna L’Italia sono anch’io, solo per dirne una, è stata promossa da una rete molto estesa, che va dalle Acli, alla Uil, dall’Arci, al Sindacato Emigranti Immigrati dell’Ugl, da Legambiente alla Caritas. Nel dicembre 2011 un’indagine dell’Università di Firenze aveva accertato un consenso quasi plebiscitario attorno all’introduzione dello ius soli. Alla domanda “i figli di immigrati, se nascono in Italia, dovrebbero ottenere automaticamente la cittadinanza italiana?”, il 71% degli intervistati aveva risposto in modo affermativo.
Si sarebbe tentati di dire che la battaglia per lo ius soli non è “né di destra, né di sinistra”. Ma poiché l’espressione è ambigua, e spesso citata a sproposito, preferiamo esprimerci in modo diverso. E allora diciamo che la società italiana è cambiata, e l’immigrazione non è più quella di dieci o venti anni fa. I migranti hanno messo radici nel nostro paese, hanno chiamato le loro famiglie e hanno fatto figli. Si tratta di adeguare la normativa a questa nuova realtà, fatta non più (non solo) di “stranieri” che arrivano, ma di persone che qui nascono, qui crescono, qui costruiscono la propria vita. È naturale che, sia pur con accenti diversi, questa esigenza di “adeguamento” incontri un consenso trasversale.

Uno ius soli “temperato”?
Quando si parla di immigrati, o di figli di immigrati, sembra che molti commentatori perdano la memoria, e spesso anche la lucidità. Succede ad esempio che si aprano polemiche contro posizioni inesistenti: così, a chi critica l’impianto repressivo delle norme sull’immigrazione, si risponde che “le frontiere non si possono aprire a tutti”. E uno si chiede chi abbia mai proposto l’apertura totale e incondizionata delle frontiere (posizione nobilissima, ma assente nel dibattito politico dei nostri giorni).
È a questo singolare genere letterario – la polemica contro posizioni inesistenti – che si può ascrivere l’articolo firmato da Gian Antonio Stella, uscito sul Corriere della Sera del 7 maggio scorso. L’autore de “La Casta”, grande giornalista e storico delle migrazioni, si lancia in un appello alla cautela: obiettivo dei suoi strali è il ministro Kyenge che, a suo dire, avrebbe «annunciato genericamente il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli, cioè dalla cittadinanza ereditata dai genitori a quella riconosciuta automaticamente a chi nasce qui, senza spiegare bene come e con quali regole». Questa posizione, dice Stella, rischia di essere una «forzatura solitaria»: meglio procedere per gradi, partendo da un sistema misto, che coniughi alcuni elementi di ius soli con altri, più tradizionali, di ius sanguinis.

È una polemica singolare, questa, che ha per obiettivo posizioni mai espresse né dal ministro Kyenge, né da altri. Nella storia della Repubblica, nessun deputato o senatore ha mai depositato un progetto di legge per l’abolizione dello ius sanguinis: tutte le proposte di riforma (anche quelle più “estremiste”) si limitano a emendare gli articoli della legge che riguardano lo ius soli. E nessuno ha mai proposto di conferire la cittadinanza “automaticamente” a chicchessia.
All’inizio della legislatura, l’allora deputata Kyenge, insieme ai colleghi del Pd Chaouki, Speranza e Bersani, aveva depositato un progetto di legge di “ius soli temperato”: la proposta era quella di conferire la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti da almeno cinque anni, o a chi, arrivato nel nostro paese in tenera età, abbia completato un ciclo di studi. La già citata “Sarubbi-Granata”, lo abbiamo visto, chiedeva di rendere cittadini i figli di stranieri residenti da cinque anni. La proposta più radicale – quella della campagna “L’Italia sono anch’io” – fissa a un solo anno il tempo minimo di residenza del padre o della madre, e garantisce la cittadinanza a chi abbia almeno un genitore nato in Italia. Di ius soli “automatico” non c’è traccia.

Percezioni distorte
Dunque, con chi se la prende Stella? L’impressione è che il giornalista voglia, per così dire, calmare gli animi, tranquillizzare chi teme la famosa «invasione delle puerpere», mostrare moderazione e pacatezza: lo fa prendendo le distanze da un “estremismo”, che però esiste solo nelle fantasie della Lega. O negli incubi dei cronisti berlusconiani.  L’effetto, forse non voluto, è quello di restituire un’immagine distorta della stessa battaglia per lo ius soli: non una proposta ragionevole, adeguata ai tempi che cambiano, ma un’idea che, se non “temperata”, rischia di sfociare in “forzature estremiste”. Il diritto dei bambini nati in Italia rischia in questo modo di essere messo in un angolo, derubricato a una posizione del Pd o della “sinistra estrema”.