«La chiesa cattolica non ha più il monopolio»

«La chiesa cattolica non ha più il monopolio»

11 Maggio 2013 Off Di Redazione

Lo afferma Enzo Pace, docente di Sociologia delle religioni e curatore del volume Le religioni nell’Italia che cambia (Carocci).

Come è stato cambiato dalle migrazioni il panorama religioso italiano?
«In Italia oggi sono presenti fedeli e seguaci delle principali religioni del mondo: dall’Islam alle chiese ortodosse, dal sikhismo all’induismo e al buddismo. In più, ci sono le nuove forme di chiese africane, asiatiche – essenzialmente cinesi – e latinoamericane di ispirazione pentecostale. La nostra ricerca mostra come, a differenza di ciò che si crede, la nostra società stia diventando sempre più pluralista a livello religioso. L’Italia non è più un Paese a monopolio cattolico, e questo produce un impatto non solo sugli italiani, ma anche sulla chiesa cattolica».

Che tipo di impatto?
«Duplice. La presenza visibile di altre religioni ha portato molti a riconsiderare il primato del cattolicesimo, accettando che la fede cattolica sia una accanto a tante altre: non la migliore, non l’unica vera. Contestualmente ha messo molti altri sulla difensiva: molti, tra quelli che si sentono minacciati dalle culture altre, vedono nel cattolicesimo un baluardo difensivo, e lo seguono per ragioni ideologiche prima che di fede. È un fenomeno ambivalente, dove segnali di apertura coesistono con quelli di paura verso il nuovo».

La presenza di religioni diverse è molto sentita, ma i luoghi di culto sono pressocché invisibili.
«Vero. I luoghi di culto, nella loro esplicita caratterizzazione simbolica, si vedono molto poco. Vere moschee, a parte pochissimi casi, non ce ne sono; i templi sikh sono spesso ottenuti ristrutturando ex capannoni industriali. Però la percezione è aumentata e questo favorisce, tra gli italiani, anche il senso di spaesamento: come se sulle pareti domestiche fossero improvvisamente appesi quadri che non rientrano nelle nostre abitudini visive. Ed è per questo che abbiamo inserito nel volume le mappe dei luoghi di culto: allo scopo di fare aprire gli occhi su una realtà che prima o poi diverrà visibile, per scongiurare l’eventualità di eccessivi timori. È un passaggio storico che ci arricchisce, non ci rende più deboli».

La galassia cristiana è la più rappresentata tra le religioni nuove e storiche nel nostro Paese. Quali sono le sue particolarità?
«Per il caso italiano abbiamo la novità fondamentale dall’irruzione nello spazio religioso di chiese, gruppi e movimenti di matrice pentecostale e carismatica che va, in parte, a saldarsi con la presenza storica di queste entità nel Paese. Accanto al mondo protestante italiano – chiese luterane, valdesi, metodiste, battiste, che sono rimaste sempre stabili nel tempo – sono cresciute in modo davvero incisivo le cosiddette “Assemblee di Dio”, comunità di credenti di matrice protestante e che sono diffuse soprattutto nelle regioni meridionali, Calabria, Campania e in particolare Sicilia. In più, ci sono le chiese asiatiche, africane e latinoamericane, marcate da un tipo di cristianesimo entusiasta, e un piccolo movimento di rinnovamento carismatico che riguarda la chiesa cattolica. Questi movimenti, a fronte di un processo di secolarizzazione, mostrano come il risveglio religioso passi attraverso il pentecostalismo».

Cosa sono i movimenti cattolici carismatici?
«Sono un movimento che ha avuto il riconoscimento ufficiale ai tempi di papa Giovanni Paolo II, e che si chiama “Rinnovamento nello spirito”. Il loro nome dice che hanno cercato di addomesticare la spinta un po’ anarchica che c’era all’inizio degli anni ‘68-‘69. Hanno una filosofia simile a quella delle Assemblee di Dio e delle chiese pentecostali. Il primato è, cioè, basato sullo spirito».

E le Assemblee di Dio?
«Nascono agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti e vengono portate in Sicilia da due immigrati italiani convertiti, che tornano e cominciano a diffondere il loro nuovo credo. C’è una base storica anche in questo caso. Ma la crescita impetuosa è una novità dei nostri tempi».

Che rapporti ci sono tra movimenti protestanti italiani e quelli dei migranti?
«Sporadici. I protestanti migranti sono visti come eccentrici, soprattutto nella loro esaltazione dei doni dello spirito, delle guarigioni, dei miracoli. E ciò riguarda anche le Assemblee di Dio, che pensano di essere l’avanguardia del nuovo cristianesimo. I protestanti italiani, invece, sono tutt’altra cosa: per fare una battuta, sono al di fuori delle “grazie di Dio”».

Anche tra le nuove generazioni, la religione viene cercata in un modo proprio, diverso da quello in cui è vista dai propri genitori. È così?
«Sì. Ciascuno continua a restare legato alla storia della propria famiglia, ma comincia ad adottare uno sguardo critico. C’è la discussione, ad esempio, tra i giovani sikh italiani, se abbia o meno senso mettersi il turbante, se abbia ancora senso rispettare tutti gli usi tradizionali che i loro padri continuano ad osservare. Oppure ci sono i giovani musulmani, che discutono di alcune parti della legge coranica. Far crescere queste nuove generazioni in un contesto aperto permette anche a loro di guardare con occhio più critico cose che magari i loro genitori ritengono indubitabili».

I tamil di Palermo partecipano anche alle festività religiose cattoliche. Che ne pensa? È un caso unico?
«Domenica scorsa c’erano circa 10 mila tamil, sia cattolici che buddisti, a Padova per una loro festa. Così come a Palermo omaggiano Santa Rosalia, a Padova lo fanno con Sant’Antonio. Non è quindi un fenomeno solo palermitano. Questa comunità non ha luoghi di culto stabili, è frammentata, e il fatto che di volta in volta cerchino qualche santo potente è anche un modo per rinnovare la loro cultura, ritrovarsi, vestirsi a festa».