Parole, parole, parole

Parole, parole, parole

11 Maggio 2013 Off Di Redazione

Tra discorsi e azioni, quanto pesa davvero il politicamente corretto? Ne parliamo con Giuseppe Faso, autore del Lessico del Razzismo Democratico.

Non usare la parola “illegal” (illegale, clandestino) per riferirsi ai migranti privi di permesso di soggiorno. È la proposta lanciata negli Stati Uniti dalla campagna “Drop the I-Word”, a cui hanno aderito testate come il New York Times e l’agenzia di stampa Associated Press. «Nessun essere umano è illegale», hanno spiegato i promotori dell’iniziativa. Che nel frattempo è arrivata anche in Italia: in un comunicato, l’agenzia Adn Kronos annuncia che non userà più la parola “clandestino”.

In questi giorni un’altra polemica sulle “parole corrette” ha monopolizzato i mass-media: quella riferita alla neo-ministra Cécile Kyenge, definita dai giornali «il primo ministro [al maschile, si noti] “di colore” della storia della Repubblica». “Di colore”: termine “maldestro” (così L’Avvenire), al quale l’interessata si è subito sottratta. «Io non sono di colore, sono nera», ha detto alla sua prima uscita pubblica, suscitando l’inevitabile coda di commenti sul “politically correct”.

“Nera” o “di colore”? “Clandestino” o “senza documenti”? Quanto è importante l’uso delle parole? Vi sono, certo, termini che umiliano ed escludono, e che perciò dovrebbero essere banditi dal linguaggio pubblico. “Illegale”, riferito a una persona, è un’espressione offensiva e scorretta: sono i comportamenti, gli atti concreti ad essere fuorilegge, non gli esseri umani in quanto tali. Ma è sufficiente usare una parola più gentile – “senza documenti”, “privo di permesso di soggiorno” – per non essere discriminatori?

E ancora. Quali sono i termini corretti? Venti anni fa i giornalisti usavano l’espressione “extracomunitario” che sembrava neutra, e aveva persino il sapore di un tecnicismo: extracomunitario, fuori dalla Ue, esterno allo “spazio Schengen”. Roba da avvocati. Poi però sono dilagati i titoli del tipo “incubo extracomunitari”, “extracomunitari, la gente ha paura…”. E così la parola si è degradata, diventando sinonimo di alieno, estraneo. Cambiare le parole serve se non si cambiano i significati?

Professor Faso, è davvero importante usare le parole “politically correct”?
«Chiariamo subito un equivoco. Mi accusano spesso di essere una specie di censore, un alfiere un po’ bacchettone del “politically correct”. In Italia si usa questa espressione per indicare la mania di usare eufemismi ipocriti e ridicoli: cioè parole “gentili” per concetti che gentili non sono. Ora, negli ultimi giorni i quotidiani hanno usato l’espressione “di colore”, volendo palesemente dire “negra, negretta”. Dunque, chi ha fatto uso di un eufemismo ipocrita? Non certo io, e nemmeno gli studiosi antirazzisti che, insieme a me e meglio di me, cercano di studiare la funzione del linguaggio…».

Non c’è dubbio. Tuttavia, alzando lo sguardo dalle polemiche di questi giorni, vorremmo interrogarci sull’uso delle parole: mettere al bando il termine “clandestino” è sufficiente per avere un’informazione non discriminatoria?
«Smettere di utilizzare parole umilianti e offensive è una cosa importante. E la scelta fatta dai quotidiani statunitensi è un passo avanti nella qualità della comunicazione pubblica. Detto questo, è ovvio che non basta sostituire una parola con un’altra per eliminare tutti i problemi. E del resto, nessuno ha mai sostenuto una cosa del genere. Non c’è bisogno di essere raffinati intellettuali per sapere che il linguaggio non è una sommatoria di parole: parlare significa costruire contesti, universi di significato, connessioni tra concetti. Sono questi contesti, queste connessioni e questi universi a dare un senso ai vocaboli che usiamo. Il problema dunque non è la parola in sé, ma il contesto in cui quella parola è inserita. E tuttavia, vorrei far notare che questo ragionamento, di per sé ineccepibile, va precisato meglio. Perché altrimenti rischia di essere equivoco…».

Cosa intende dire?
«Poche settimane fa, su un libro curato da Redattore Sociale (che per altri versi contiene riflessioni interessanti e utili), mi è capitato di leggere uno slogan diretto – credo – agli operatori della comunicazione, ai giornalisti: “non esistono parole sbagliate, è il loro uso che è sbagliato” (cito a memoria, ma era più o meno così). Ora, a mio parere una frase del genere è per un verso troppo banale, per un verso equivoca e per un altro verso sbagliata. È banale perché è quasi una tautologia: le parole esistono perché si usano, e se una parola non si usa più, scompare persino dai vocabolari. Dunque, è ovvio che non esistono parole “pure”, al di fuori dell’uso che se ne fa… È equivoca perché, messa in un contesto del genere, suona quasi come una presa di distanza da chi ha polemizzato con alcuni giornalisti: come se si volesse dire “c’è chi vi attacca, noi invece vogliamo parlare con voi…”. Magari questa “strizzatina d’occhio” non era nelle intenzioni degli autori, ma la sensazione che se ne ricava è questa. Infine, lo slogan non individua il problema vero: perché non esistono parole sbagliate in assoluto, e nemmeno “usi sbagliati” delle parole. Esistono modi di comunicare parziali, a cui va contrapposta un’altra parzialità».

Adesso sta diventando oscuro… Ci faccia capire meglio…
«Voglio dire che non esistono parole neutre, asettiche, che designano una “verità”. Così come non esistono “usi delle parole” astrattamente giusti, conformi alle “cose stesse”. Chi, come me, insiste sul linguaggio non lo fa per “purificare” – o, peggio, per “normalizzare” – il nostro modo di esprimerci. Al contrario. Quando i giornali utilizzano la parola “clandestino” in modo offensivo e stigmatizzante, il punto non è dire: “la parola è sbagliata, va sostituita con la parola giusta”. Il punto è far vedere l’effetto sociale che hanno certe forme di comunicazione. Ad esempio, associare un episodio di violenza allo status giuridico del colpevole (“l’assassino era clandestino”…) significa produrre esclusione: chi legge sarà portato a pensare che uno straniero senza documenti è un potenziale pericolo. Alla parzialità di questo modo di fare informazione non va contrapposta una presunta “neutralità”, ma – appunto – un’altra parzialità: nel nostro esempio, quella dei migranti privi di soggiorno, che rivendicano il diritto a non essere definiti come criminali, e vogliono essere rappresentati diversamente».

Detta così, sembra che nessuno abbia ragione…
«Voglio solo dire che la parzialità è inevitabile: quando ci esprimiamo diamo voce ai nostri interessi, al nostro modo di vedere le cose, alla nostra sensibilità. Questo vale anche per l’informazione. Non esiste un modo “neutrale” di dare le notizie, non esistono i “fatti separati dalle opinioni”. Il giornalista è chiamato sempre, per forza di cose, a fare delle scelte: deve decidere il modo in cui narrare un evento, i testimoni a cui dare la parola, le voci da ascoltare e quelle da ignorare; deve dare importanza ad alcune cose, e un rilievo minore ad altre. Tutto questo comporta una decisione, e anche una presa di posizione, che sono necessariamente parziali. Non si tratta di negare questa parzialità, ma di riconoscerla. E di mostrare gli effetti sociali che produce. Questa pratica è l’esatto contrario della mania bacchettona del politically correct. E anche della fissazione per la parola “giusta”».