A che punto è Kabobo

A che punto è Kabobo

11 Giugno 2013 Off Di Redazione

Sparito dai giornali, è in carcere, in attesa di una perizia psichiatrica. Particolarmente ardua.

Un passo indietro per ricordare – ove ce ne fosse bisogno – di cosa stiamo parlando. Alle 5 di mattina del’11 maggio scorso, a Milano (zona Niguarda), un uomo ghanese di 31 anni, andava in giro con un piccone in spalla, aggredendo cinque persone, che per puro caso erano sul suo cammino. Tre di loro sono decedute, due sono sopravvissute all’aggressione. Adam Mada Kabobo si trovava a Milano solo da qualche settimana ed era arrivato in Italia con la cosiddetta Emergenza Nord Africa.

L’episodio ha colpito tutti. C’è stato chi ha provato a liquidarlo come una “semplice” azione criminosa (sottolineando, per esempio, che Kabobo aveva portato via i cellulari alle sue vittime e quindi avrebbe agito allo scopo di… rubare!). Ma ai più non è sfuggito che un’azione efferata e incomprensibile come questa cominci necessariamente “altrove”: in un disagio profondissimo e in una visione alterata della realtà. Kabobo forse avrebbe potuto essere fermato, se il suo malessere fosse stato intercettato e adeguatamente trattato. Adesso, comunque, si trova in carcere, sedato tutto il giorno e in procinto di essere sottoposto alla perizia psichiatrica. È interessante notare come molti, tra i professionisti a cui è stato chiesto di occuparsene, si siano tirati indietro. Come mai? Le perizie psichiatriche non sono mai operazioni semplici, ma gli ostacoli, in questo caso, appaiono particolarmente inamovibili. A cominciare da quelli linguistici. Per Kabobo sembra che non sia stato trovato ancora un traduttore. Forse davvero il suo dialetto (?) è molto raro. Forse – e sembra la spiegazione più probabile – i suoi connazionali sono rimasti troppo turbati dall’intera vicenda e preferiscono tenere le distanze. Non risulta d’altronde che Kabobo avesse amici. Dal suo arrivo in Italia era rimasto solo, in balia di se stesso, delle esperienze sicuramente tragiche associate alla sua fuga dal nord Africa, e dell’Ena.

Ma la questione non è solo linguistica. Ad avere “spaventato” vari professionisti è con ogni probabilità il non disporre di strumenti validi per affrontare e capire il disagio mentale in una cornice concettuale completamente diversa da quella occidentale. Non è un segno di scarsa preparazione ma un dato di fatto. Nei processi mentali ed emozionali degli esseri umani ricorrono elementi specifici e comuni. Ma per comprendere in modo più preciso cosa accada nella testa di un uomo è assai importante tener conto anche del suo io culturale, di quel complesso di idee, credenze, costumi e valori della tradizione ancestrale che impregnano la nostra mente fin dalla nascita. Su questa affermazione, che è un caposaldo della  psicologia transculturale, concordano più o meno tutti. Il problema è che non basta concordare per essere in grado di elaborare identikit culturali validi. Non basta essere psichiatri per ricostruire cosa è accaduto nella mente di Kabobo. Qualche chanche in più può forse averla chi mastichi qualcosa di etnopsichiatria. Ma quanto è davvero diffusa la conoscenza e la pratica di questa disciplina in Italia?

In attesa del processo, sarebbe assai importante capire cosa è successo davvero nella mente di Kabobo. Ma chi ci arriva? E con quali mezzi? I periti (nominati tanto dalla difesa quanto dall’accusa) hanno il compito di rispondere alla seguente domanda: era Kabobo capace di intendere e volere, la mattina dell’11 maggio 2013? L’accusa deve dimostrare che lo era, la difesa deve dimostrare che forse non lo era. I periti, psichiatri di sicuro valore, sanno tutto sui deliri e le allucinazioni, ma poco o nulla sanno di psicologia transculturale. Somministrano con sicurezza test “occidentali”, ma poco o nulla sanno dei test che potrebbero valere per persone provenienti da altre culture. Quello strano furto di cellulari, avvenuto al culmine di un’escalation di violenza e accompagnato da una sostanziale indifferenza verso gli altri oggetti di valore in possesso delle vittime, diventa per esempio assai meno strano e quasi ovvio, perdendo al contempo il carattere di furto puro e semplice (a scopo arricchimento) se guardato in un’ottica transculturale. Diventa assai meno strano e quasi ovvio se si considera quel che il cellulare simboleggia per moltissimi migranti: l’unico ponte possibile e immediato con la realtà da cui si proviene. Non si tratta qui di trovare delle “scusanti”, ma solamente di capire.

Kabobo forse avrebbe potuto essere fermato prima, se qualcuno gli avesse parlato, gli avesse dato modo di esprimere il disagio, la sofferenza, la paura, o anche solo di parlare delle voci che sentiva nella sua testa. Sarebbe bastato. Dalla Libia sono arrivate circa 48.000 persone, nel periodo dell’Emergenza Nord Africa, cioè da maggio ad ottobre 2011 e non tutte sono state in grado di affrontare il susseguirsi di traumi che ha caratterizzato la loro vita. Molti si sono suicidati, per esempio, o hanno tentato di farlo, ma a questo non è mai stata data importanza. Anche la vita di Kabobo, a quanto risulta, è stata un susseguirsi di traumi: un’infanzia povera e travagliata, l’abbandono del suo paese per cercare lavoro in Libia, il rastrellamento subìto allo scoppio della guerra. E poi la violenza, la prigionia, le privazioni in attesa di essere imbarcati sulle fatiscenti carrette del mare e spediti, gli uni incollati agli altri, verso l’ignoto. Infine Lampedusa, i campi profughi, le ribellioni, la perdita della protezione umanitaria, la solitudine, la strada.

Kabobo non ce l’ha fatta. La definizione del suo identikit culturale avrebbe aiutato a capire perché le voci si erano risvegliate nella sua testa e che cosa gli dicevano. Si sarebbero comprese le sue difficoltà nell’effettuare quel processo transculturale che avrebbe potuto aiutarlo a superare gli ostacoli che un destino avverso gli aveva messo di fronte, e lo si sarebbe potuto accompagnare nel percorso di integrazione.
Tutti i migranti dell’Emergenza Nord Africa sono stati traumatizzati dagli avvenimenti che hanno sconvolto le loro vite.  Molti di loro hanno presentato disturbi psichici gravi: depressioni, episodi psicotici con deliri, idee di persecuzione, gravi disturbi di personalità, attacchi di panico. Tra le quattrocento persone che personalmente ho accolto e curato, 45   hanno manifestato questo tipo di disturbi. Ma ora, dopo due anni, hanno ripreso in mano la propria vita, chi più e chi meno, senza arrivare alla tragedia a cui abbiamo assistito, che ci parla di un Kabobo che non sapeva più chi era, dov’era, cosa faceva, che aveva accumulato giorno dopo giorno una quantità immensa di aggressività, che è esplosa all’improvviso, all’alba di un giorno qualsiasi.

Rosamaria Vitale