Il sorriso di Monna Lisa

Il sorriso di Monna Lisa

1 Giugno 2013 Off Di Redazione

«Mia madre ha vinto una borsa di studi per venire in Italia nel 1992. Poi l’ha raggiunta quello che sarebbe diventato mio padre che è emigrato per amore. Si sono sposati e nel giugno del 1994 sono nata io». A parlare, con una forte e gradevole cadenza senese è Monna Lisa, 19 anni da poco compiuti, per ora, e per ragioni incomprensibili al buon senso, cittadina di un paese, l’Albania, visto soltanto una volta, durante una  breve vacanza. «Quando sono nata, mia madre ha chiesto la residenza ma non l’ha avuta perché all’epoca aveva solo il permesso di soggiorno per ragioni di studio. Dopo la mia nascita, non è stato possibile iscrivermi all’anagrafe ed io risultavo nel permesso di mia madre. Il motivo c’era: mio padre era entrato in Italia con un altro cognome. Per loro era normale e sembrava non ci fossero problemi. Quando stavo per compiere i fatidici 18 anni sono andata al Comune, per la cittadinanza e ho scoperto di risultare residente dal 1997, quando mio padre si era registrato con il suo cognome e aveva un permesso per ragioni di lavoro. In pratica risulto nata in Italia, assente per 3 anni e poi improvvisamente ricomparsa con i miei». Il padre e la madre di Monna Lisa avevano tentato invano di farla iscrivere al registro anagrafico nei primi tre anni ma non ci sono riusciti. Mentre la loro figlia cresceva, i due genitori si affermavano nelle rispettive professioni, lei mediatrice culturale e lui piccolo imprenditore. Si radicavano nel territorio e chiedevano la cittadinanza italiana. «Quando mia madre ha scoperto che invece per me c’erano problemi, si è prodigata per affrontarli grazie anche alle competenze derivanti dalla sua professione. Ha raccolto tutta la documentazione che comprovava come  io fossi rimasta in Italia con lei anche durante i miei primi tre anni di vita (vaccinazioni, bollette di affitto, ecc…) e ha inoltrato la pratica al ministero dell’Interno. Il risultato: una risposta in cui si diceva che la documentazione prodotta era insufficiente e che la pratica per la cittadinanza veniva rigettata, era il primo “no”.
Della vicenda si è interessato anche il nostro sindaco. Anche lui ha scritto al ministero. La risposta? “No, la documentazione è insufficiente”. Nella seconda lettera mi invitavano a prendere la cittadinanza attraverso  la “naturalizzazione”». In pratica, avrei potuto provare a diventare cittadina italiana “sfruttando” i dieci anni di residenza ininterrotta nel Paese. A parole sembra una soluzione semplice, in pratica si tratta di un altro percorso a ostacoli. «Il paradosso più grande – riprende Monna Lisa quasi ridendo – è che tutti i miei parenti che sono in Italia hanno da poco ottenuto la cittadinanza: prima mio padre, poi mia sorella e mia nonna, alla fine mia madre che aveva preparato tutte le loro pratiche e che si è ritrovata ad essere l’ultima. L’unica a cui è stata negata sono io. Ovviamente abbiamo fatto ricorso al tribunale e a dicembre si terrà la prima udienza. Se non bastano le carte cercheremo di portare i testimoni. Tieni conto che quando ero molto piccola i miei, che dovevano lavorare, mi lasciavano ad una vicina di casa e in parte sono cresciuta con lei. Si ricordano di me anche alla scuola materna. Insomma non è possibile che io risulti straniera. E io non mi sono mai sentita straniera qui».
Monna Lisa ha questo nome perché ai genitori piaceva molto una canzone italiana degli anni Novanta che aveva questo titolo, ma quando è andata anche in tv con il padre a raccontare in poche frasi queste contraddizioni, aveva, lo stesso sorriso enigmatico del dipinto di Leonardo Da Vinci, un sorriso che riusciva a dire più delle parole. «Questa situazione, oltre a essere penalizzante per me e ingiusta (per esempio, non ho potuto esercitare il diritto id voto), è terribilmente stupida. Quest’anno la mia classe è andata in gita a Berlino. Per gli altri era sufficiente la carta di identità, io sono dovuta andare a Roma, all’ambasciata albanese, per  farmi rilasciare un passaporto. Sì, ho come documento un passaporto albanese. Non solo una spesa, ma una fatica inutile. Se non sei cittadina – come è noto – non puoi partecipare ai concorsi pubblici. Mia madre avrebbe voluto entrare in polizia, le è stato impedito perché ancora non era cittadina italiana. Io rischio di trovarmi nelle stesse condizioni, ma per via di un cavillo burocratico».
«Il prossimo anno farò la maturità, poi vorrei iscrivermi all’università, magari a medicina o a psicologia. Ho perso un anno, ma mi voglio dare da fare e vorrei poter decidere della mia vita, decidere se andare in un altro Paese o restare  qui in Italia dove sto molto bene». E se le si prova a domandare quanto la sua origine le abbia mai creato problemi con i coetanei, si fa una bella e solare risata: «Quando dico che sono albanese non ci vuole credere nessuno. Pensano che li stia prendendo in giro e in effetti sembra strano anche a me dirlo. Non rinnego affatto le origini e la cultura dei miei, debbo tantissimo a loro ed è stato anche grazie alla presenza costante della mia famiglia che sono cresciuta felice. Io li ammiro molto per le scelte che hanno fatto, per la loro vitalità. Mia madre è quella che conosce i problemi di tutti e li sa affrontare, mio padre lavora tanto e non mi hanno fatto mancare mai affetto e sostegno. Ora mi sto riposando al mare, ma presto tornerò alla carica, per far valere i miei diritti».