Come (non) si affronta il caporalato

Come (non) si affronta il caporalato

6 Luglio 2013 Off Di Redazione

Le tutele assenti, per gli immigrati e per gli autoctoni. La nuova questione meridionale. A colloquio con Gino Rotella, segretario nazionale Flai-Cgil.

Gino Rotella è il Segretario Nazionale della Flai Cgil, ramo del sindacato che si occupa di chi lavora in agricoltura. «Settore complesso», dice. «Segnato da molte irregolarità, gravato da dinamiche che sconfinano nello schiavismo, che non riguardano solo gli immigrati e che non possono essere liquidate come semplici espressioni di razzismo o avidità».

Il quadro di riferimento I dati a disposizione sono contraddittori e svelano molto. Partiamo da lì. In Italia sono censite 1 milione e 600 mila aziende circa legate all’agricoltura ma solo 120 mila (meno del dieci per cento) fanno contratti di assunzione. Dove attingono la forza lavoro tutte le altre?
«Decentrano le assunzioni, le danno in appalto a società di servizi o cooperative che non hanno alcun titolo per farlo. Se si prendono in esame le “agenzie di somministrazione”, quelle che un tempo venivano chiamate agenzie interinali, ci si accorge che pochissime fanno da tramite per assunzioni nell’agricoltura». Questi numeri confermano un dato d’esperienza: le braccia per i campi sono fornite prevalentemente attraverso forme più o meno istituzionalizzate di caporalato. Questo permette di soprassedere su fatture traccianti e rispetto delle regole. Un altro dato: «Su un milione e 600 mila aziende, solo 829 mila (poco più della metà) sono registrate alla Camera di Commercio e appena 473 mila rilasciano dichiarazioni al fisco». Caporalato, modalità di produzione vaghe ed informali, lavoro nero sono la regola non eccezioni, soprattutto in alcune aree del Paese.

La Bossi-Fini, applicata solo negli aspetti penalizzanti
 «Oggi sia migranti sia italiani sono, soprattutto in alcune realtà del Paese, nelle stesse condizioni. Non esiste un sistema di collocamento che garantisca i diritti contrattuali, lo Stato ha abdicato a questo ruolo e gran parte del mercato è informale. Questo ricade soprattutto sul costo del lavoro che viene sempre più compresso. La stessa legge Bossi-Fini è applicata solo negli aspetti che penalizzano i lavoratori immigrati. Considero una aberrazione che ad esempio non venga applicata, come prevede, laddove spetta ai datori di lavoro garantire alloggio. Si accetta tranquillamente che le aziende non provvedano e nel nostro comparto, quando durante le fasi di raccolta c’è alta concentrazione di lavoratori, si creano situazioni esplosive in cui le persone vivono in condizioni disperate e inaccettabili. Una particolarità terribile del nostro comparto». Non è soltanto con i provvedimenti repressivi che si affrontano queste situazioni, tanto più che anche gli ispettori del lavoro, i potenziali controllori, si trovano in una situazione alquanto critica. «Le aziende sono spesso piccole e disperse nei territori, servirebbero centinaia o migliaia di ispettori deputati solo a quello. In alcune zone addirittura dovrebbero andare accompagnati dalle autorità locali se non con i carabinieri, altrimenti metterebbero a rischio la stessa propria incolumità fisica».

Prevenire invece che (non) curare
 Secondo il nostro sindacato andrebbe fatto invece un lavoro di prevenzione. Ormai si conoscono perfettamente le aree interessate alle raccolte, i periodi dell’anno e le modalità di impiego. Se gli enti locali interessati potessero intervenire per garantire condizioni di vita decenti a chi lavora, creare contesti che impediscano il proliferare del lavoro nero, l’attività di repressione per chi viola i contratti potrebbe essere applicata. Ma questo, soprattutto nel centro sud non accade. La filiera dell’agricoltura è debole». E i problemi cominciano a monte, molto a monte. Per esempio laddove la grande distribuzione organizzata (Gdo) fissa i prezzi d’acquisto. «Gli accordi di quest’anno porteranno il prezzo dei pomodori fra i 90 e i 100 euro la tonnellata, in base alla qualità. Questo vuol dire 9 centesimi al chilo. Un guadagno insufficiente anche per coprire i costi di produzione. Quindi l’imprenditore scarica tutto sul costo del lavoro. Bisognerebbe riformare radicalmente le norme che regolano la vita delle Organizzazioni di Produttori (Op). Bisognerebbe operare dei distinguo tra nord e sud».

Una nuova questione meridionale? No, non è nuova. È sempre quella, mai risolta e sollevata a tempo debito da Antonio Gramsci e da altri. «Al nord le Op raggiungono grandi concentrazioni, controllano gran parte del mercato potendosi permettere, con qualche eccezione, di offrire ai lavoratori condizioni ancora decenti. Al centro e al sud le Op non esistono o hanno un peso scarsamente rilevante. Il mercato è privo di regole e ognuno fa come vuole. Una nuova normativa sulle Op non dovrebbe intervenire solo sulla qualità dei prodotti e sul sistema produttivo ma sui diritti di chi lavora. Al sud nessuno vuole avere questi oneri. Al nord fa comodo che sia il sud a fare “il lavoro sporco”. Grandi assenti, stato e governo che dovrebbero intervenire anche pensando in prospettiva. Ma negli ultimi tre governi si sono alternati cinque diversi ministri dell’Agricoltura che, caso mai ne avessero avuto le intenzioni, non hanno poi avuto modo e tempo per iniziare un lavoro». La questione meridionale è sempre quella ma va guardata con gli occhi del presente: «Al posto del latifondo ci sono le grandi concentrazioni che producono sistemi diversificati, in alcune aree del Paese si crea agricoltura sviluppata e in altre condizioni di schiavismo. Per questo, insisto, dobbiamo ragionare in maniera complessiva di lavoro ponendo al centro i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dalla loro provenienza o dal loro status giuridico. Bisogna puntare su una piattaforma che tuteli tutti e non lasci nessuno indietro».